Cucina italiana all'estero

Casa Italia, l’insegna con la tovaglia a quadri aperta da 50 anni in Inghilterra: “Restiamo come siamo”

di:
La Redazione
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Nuova copertina casa italia

Nel cuore pulsante di Liverpool, dove le sottili nebbie del fiume Mersey incontrano il dinamismo urbano dell’Inghilterra settentrionale, esiste un luogo in cui il tempo sembra essersi felicemente cristallizzato. Varcare la soglia di Casa Italia, in Stanley Street, non significa semplicemente concedersi una cena, ma immergersi in una liturgia dell'accoglienza che celebra quest'anno il suo cinquantesimo anniversario. Un traguardo straordinario per un'insegna che ha saputo trasformare la veracità della cucina domestica italiana in un culto transgenerazionale.

In un’epoca contrassegnata dalla fluidità esasperata e dal turnover selvaggio nel settore della ristorazione, la filosofia di Casa Italia si distingue per una controtendenza quasi rivoluzionaria: la stabilità e il benessere del proprio organico. La spina dorsale del ristorante è costituita da una squadra che condivide la stessa visione e, in molti casi, lo stesso bancone da oltre quindici anni. Non si tratta di una fortuita coincidenza, bensì di una precisa e illuminata strategia imprenditoriale. "Il segreto risiede nella dignità del lavoro", ha spiegato Arran Campolucci-Bordi, oggi alla guida del locale, a BBC. Una linea di condotta ereditata da una rigida ma umanissima etica familiare, che impone di riconoscere ai propri collaboratori retribuzioni competitive e una profonda autonomia operativa. Garantire un ambiente gratificante e giustamente remunerato si riflette direttamente nel piatto e nell'atmosfera: quel senso di familiarità e di impeccabile costanza che i clienti percepiscono a ogni visita è il frutto maturo di uno staff sereno, devoto e professionalmente appagato.

casa italia
 

"Nonno diceva sempre: 'Trattate tutti i dipendenti con lo stesso rispetto, a prescindere dal loro ruolo'. Questo è ciò che cerco di fare e cerco di dare loro quanta più autonomia possibile per rendere il loro lavoro il più piacevole possibile", prosegue Arran. La genesi di questa icona gastronomica affonda, appunto, le radici nella storia del Cavaliere Mario Campolucci-Bordi, nonno di Arran e pioniere di ospitalità italiana in terra inglese. Partito appena sedicenne da Ostra Vetere alla volta di Southport, Mario scalò con dedizione e talento le gerarchie dell'hôtellerie britannica, transitando per lo storico Prince of Wales Hotel e il Berni Inn. La sua enciclopedica conoscenza della ristorazione, che gli è valsa l'onorificenza di Cavaliere conferitagli dalla Repubblica Italiana per i servizi resi al settore, lo condusse nel 1989 a rilevare Casa Italia, locale fondato originariamente nel 1976 da Giuliano Sherini. Da quel momento, l'insegna è divenuta lo scrigno di una dinastia. Nel 2000 la gestione è passata nelle mani del figlio Carlo e, successivamente, nel 2014, al nipote Arran. Per quest'ultimo, il ristorante non è stato un destino scritto, ma un richiamo affettivo e di responsabilità, subentrato improvvisamente a soli 22 anni a causa della malattia del padre. Un battesimo di fuoco per un giovane che, tuttavia, quel pavimento e quelle cucine li conosceva sin dall'infanzia, avendo iniziato a dodici anni dai compiti più umili, come il lavaggio dei bidoni e delle stoviglie, prima di apprendere l'arte bianca dell'impasto.

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Mentre il panorama gastronomico globale rincorre minimalismi algidi e trend passeggeri, Casa Italia custodisce gelosamente la propria identità visiva. Le storiche tovaglie a quadretti continuano a vestire tavoli che hanno ospitato e continuano a ospitare le più grandi icone della musica mondiale. Parliamo di volti del calibro di Sir Paul McCartney, Liam Gallagher, o regine del pop come Kylie Minogue e Robbie Williams, tutti attratti da quel lusso autentico che solo la vera semplicità sa evocare. Vi è una deliziosa e consapevole dicotomia nel successo del ristorante. Se l'arredamento è rimasto rigorosamente fedele all'originale, offrendo agli avventori il conforto rassicurante di un rifugio immutato, la proposta gastronomica e la selezione delle materie prime si sono costantemente evolute negli anni, affinando le tecniche interpretative senza mai tradire l'anima casalinga delle ricette. Pizza e pasta fresca rimangono le sovrane assolute, servite con quella generosità tipica dei pranzi domenicali italiani.

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Sopravvivere indenni per mezzo secolo, superando le tempeste della recente pandemia e le fluttuazioni economiche che stringono d'assedio l'ospitalità contemporanea — dove la stragrande maggioranza delle nuove aperture non supera i primi anni di vita —, è un privilegio riservato a pochi eletti. Raggiungere i 50 anni in questo clima è un traguardo straordinario.

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