Attualità enogastronomica

Allarme in Inghilterra, chiudono più di 3 locali al giorno: ecco cosa sta accadendo

di:
La Redazione
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copertina chiusure inghilterra

La ristorazione britannica perde oltre tre locali al giorno: la crisi dei pub travolge tutto il settore hospitality.

Per anni il cosiddetto pubsterben — la progressiva scomparsa dei pub britannici — è stato raccontato come un fenomeno simbolico, quasi nostalgico. Un cambiamento culturale legato alle abitudini di consumo, all’aumento dei costi e alla trasformazione della socialità contemporanea. Oggi, però, il problema ha assunto dimensioni molto più ampie. Non si tratta più soltanto della chiusura dei pub storici del Regno Unito: l’intero settore hospitality britannico sta attraversando una crisi strutturale che coinvolge ristoranti, bar, hotel e casual dining. Secondo l’ultimo “Hospitality Market Monitor” realizzato da NIQ e CGA Intelligence, nel primo trimestre del 2026 il numero di attività hospitality con licenza nel Regno Unito è diminuito dello 0,3%. Alla fine di marzo risultavano operative 98.609 attività: 305 in meno rispetto a dicembre 2025. Tradotto in termini concreti, significa una media di 3,4 chiusure nette al giorno. Un dato che conferma come il settore stia vivendo una fase di forte pressione economica e operativa.

Un calo che non rallenta

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L’aspetto più preoccupante, come attesta Rolling Pin, non è soltanto il numero delle chiusure, ma la continuità con cui queste stanno avvenendo. Il primo trimestre del 2026 rappresenta infatti il secondo calo consecutivo. Nel trimestre precedente erano già scomparsi 382 locali netti. Questo significa che la crisi non sta rallentando: sta consolidandosi. La chiusura dei locali non è più un evento episodico, ma un processo sistemico che interessa l’intera filiera dell’ospitalità britannica. Le cause sono molteplici e si alimentano reciprocamente. Tra i principali fattori individuati dagli analisti emergono:

  • l’aumento del costo del lavoro,
  • i rincari energetici,
  • l’incremento dei costi di food & beverage,
  • e un clima economico che rende i consumatori più prudenti nella spesa.

In un contesto simile, anche le realtà più strutturate fanno fatica a mantenere margini sostenibili.

Il casual dining entra in sofferenza

Uno dei segnali più evidenti della crisi riguarda il settore casual dining, da anni protagonista della ristorazione britannica contemporanea. Nel solo primo trimestre del 2026, il comparto ha registrato una contrazione dello 0,9%. Un dato significativo per un segmento che negli ultimi anni aveva rappresentato una delle aree più dinamiche del mercato. Il casual dining britannico si trova oggi stretto tra costi sempre più elevati e consumatori sempre più selettivi. Da una parte aumentano le spese operative, dall’altra il pubblico riduce la frequenza delle uscite o cerca formule più accessibili. Una combinazione che mette in difficoltà soprattutto le insegne di fascia media, storicamente basate su volumi elevati e prezzi competitivi.

Il simbolo della crisi: i pub britannici

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La chiusura dei pub resta comunque il simbolo più evidente della trasformazione in atto. Nel Regno Unito il pub non rappresenta soltanto un’attività commerciale: è un luogo identitario, parte integrante della cultura sociale britannica. La sua crisi assume quindi anche un valore simbolico e culturale. Già nel 2025 la British Beer and Pub Association aveva lanciato un forte allarme, stimando la possibile chiusura di un pub al giorno in Gran Bretagna. Secondo le previsioni dell’associazione, ciò avrebbe comportato circa 378 chiusure e oltre 5.600 posti di lavoro persi direttamente nel settore. Anche CAMRA, storica organizzazione che tutela i pub tradizionali britannici, aveva evidenziato dati governativi allarmanti: nella sola prima metà del 2025, oltre 200 pub avevano già cessato l’attività nel Regno Unito. Quello che inizialmente sembrava un problema legato a specifici modelli di business si è trasformato in una crisi generalizzata dell’ospitalità.

Costi fuori controllo e consumi in frenata

Alla base della crisi vi è soprattutto una crescente difficoltà economica. Negli ultimi anni il settore hospitality britannico ha dovuto affrontare una combinazione particolarmente complessa:

  • aumento dei salari,
  • rincari energetici,
  • inflazione sulle materie prime,
  • pressione fiscale,
  • e un generale rallentamento dei consumi.

Molte aziende si trovano quindi intrappolate in una situazione difficile da sostenere: aumentare i prezzi rischia di allontanare i clienti, ma mantenere listini invariati riduce drasticamente la redditività. In questo scenario, anche la gestione quotidiana diventa sempre più fragile. Locali storici, indipendenti e persino gruppi strutturati si trovano costretti a ridurre aperture, tagliare personale o chiudere definitivamente.

Il timore di un 2026 ancora più difficile

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Le prospettive per il resto dell’anno non sembrano particolarmente rassicuranti. All’inizio del 2026, l’associazione UKHospitality aveva già avvertito che, senza interventi di sostegno sui business rates — la tassazione immobiliare applicata alle attività commerciali — il settore potrebbe perdere entro fine anno fino a 2.076 attività hospitality.

Le stime parlano di:

  • 963 ristoranti a rischio,
  • 574 hotel,
  • e 540 pub.

Numeri che raccontano un settore sempre più fragile e che rischiano di avere un impatto non soltanto economico, ma anche sociale e culturale. Perché la crisi dell’hospitality britannica non riguarda semplicemente la perdita di attività commerciali: riguarda la trasformazione di luoghi di incontro, comunità e identità collettive che per decenni hanno rappresentato il cuore della vita sociale del Regno Unito.

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