Lo chef ucraino che ha trasformato il suo ristorante in un rifugio anti-guerra: “Sto aiutando migliaia di persone”. Il coraggio di Ievgen Klopotenko

Lo chef del ristorante fine dining 100 rokiv tomu vpered di Kiev ha aperto le porte del suo locale per trasformarlo in rifugio per chi fugge dai bombardamenti e per i militari. Ogni giorno pasti caldi per tutti, con quello che si riesce a trovare grazie a una rete di fornitori locali.

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La notizia

Una manciata di giorni, solo una manciata, e la vita dello chef Ievgen Klopotenko, esattamente come quella di tutto il popolo ucraino, è stata stravolta. Una quotidianità e un futuro minato dalle bombe dell’esercito russo che avanza alla conquista di un territorio che grida a gran voce per sancire la sua indipendenza e autodeterminazione. E in quella manciata di giorni, che si stanno rivelando settimane, Ievgen ha scelto di reagire e aiutare trasformando il suo ristorante 100 rokiv tomu vpered di Kiev in un rifugio dove trovare riparo e cibo.

Lui, l’unico chef ucraino presente nella lista “50 Next che identifica i talenti del domani in cucina. Lui, 35 anni e cuoco da 12 dopo la vittoria a Masterchef Ucraina, che in quella cucina con la quale oggi sfama le persone ci aveva investito per esprimere sé stesso. Oggi quell’espressione è diventata immediatezza: circa in 30 trovano riparo nel ristorante, la metà si protegge dalle bombe mentre gli altri preparano i pasti per i militari. Ma è un numero che cambia, quando suonano le sirene aumenta. Ci sono delle regole, una routine di resistenza costituitasi giorno per giorno in base alle necessità e all’urgenza. “Per i primi tre giorni abbiamo utilizzato gli ingredienti stoccati nelle celle frigo – racconta Ievgen Klopotenkoora usiamo ciò che arriva o riusciamo a procurare grazie ai fornitori che ci aiutano. Non sappiamo cosa cucineremo, dipende da ciò che arriva, perché i negozi sono praticamente vuoti e quel poco che si trova è destinato alla popolazione. Il ministro dell’agricoltura sta cercando di ripristinare le forniture di farina e cereali”.

Una decisione che definisce come obbligata, perché ogni aiuto in questa situazione risulta vitale: “Non si ha scelta, bisogna fare tutto il possibile per salvare il nostro Paese. Non ci si può permettere di avere paura e questo è il motivo per cui si vedono le persone disarmate davanti ai carri armati. Ma l’umore cambia tanto velocemente quanto muta la situazione intorno a noi: a volte arrivano informazioni positive sulla resistenza agli attacchi, e allora il morale si risolleva, poi ricominciano i bombardamenti e le notizie degli attacchi alle centrali nucleari e tutto ripiomba nel buio. Cerco di non pensarci e focalizzare la mia attenzione su quello che ho scelto di fare, devo cucinare per le persone e dare il mio aiuto al Paese. Sono convinto che vinceremo, dobbiamo impiegare tutte le nostre forze perché questo avvenga”. 

Ievgen Klopotenko sa che il contributo non può essere di diventare un soldato, come dice lui “non sarei bravo quindi meglio non andare nell’esercito, ma posso preparare il cibo necessario al loro nutrimento”. In questo momento il fine dining che lo caratterizzava è un lontano ricordo, messo in un angolo per far fronte a una concreta esigenza: “Abbiamo dovuto adattare il nostro modo di cucinare alle grandi quantità. Eravamo abituati a menu creativi per poche persone ogni sera. Ora cuciniamo per migliaia di persone, i piatti devono essere gustosi, nutrienti, rimanere caldi e buoni anche con il trasporto”.

E poi lancia un appello che chiede ascolto. “Vorrei che la comunità internazionale capisse che l’Ucraina esiste, abbiamo la nostra cultura, anche gastronomica. Siamo un Paese che non ha paura, che ha combattuto per difendere la propria libertà. Sto chiedendo a tutti gli chef internazionali di cucinare il Bortsch, un nostro piatto tipico, di servirlo nel proprio ristorante e postarlo sui social. Questo è il movimento “Make Bortsch not War”, una piccola cosa, ma aiuterebbe a farci sentire il sostegno dei nostri colleghi nel mondo”.

Fonte: ansa.it

Foto di copertina: Oksana Parafeniuk for The New York Times

Foto nell’articolo: crediti 100 rokiv tomu vpered