“Troppa pressione nei programmi di cucina: devi saper recitare, non cucinare”. Lo sfogo dello chef Elliot Van de Velde

Eliminato dopo la prima puntata della tredicesima edizione di Top Chef, lo chef e fondatore dell’associazione ASBL Hearth Project Elliot Van de Velde denuncia lo “show system” dei fornelli: “Troppa pressione, sono arrivato esausto alla prova pratica”.

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La notizia

Mentre lavori ci sono quattro giornalisti che fanno domande a raffica per poter costruire una storia su di te. Così è impossibile concentrarsi sul risultato: quando cucino amo prendermi il mio tempo, stare tranquillo, fare gli ultimi ritocchi senza pressione, curare l’impiattamento”. Queste le parole di “denuncia” del giovane chef belga Elliot Van de Velde, fresco di eliminazione dalla prima puntata della tredicesima edizione di Top Chef.

Van de Velde dichiara di non essere riuscito a resistere alla pressione mediatica di una trasmissione televisiva che, a suo dire, dà più peso alle parole dette che all’essenza dei piatti. “In pratica devi essere un attore, più che un cuoco. Sono arrivato esausto alla competizione, con molta pressione cerebrale e un surplus di idee non concretizzate”, spiega. “Volevo comportarmi come faccio quotidianamente nella mia cucina, ma è un format che non mi si addice affatto, non fa per me. La pressione delle telecamere, le domande degli chef e i tempi; sono troppe le cose da gestire quando devi rimanere concentrato per fare una ricetta”, spiega lo chef.

Crediti Xavier Harcq

Sulla carta Elliott Van de Velde, che ha fondato l’ASBL Hearth Project (un’associazione che recupera gli invenduti, li trasforma e li distribuisce a un pubblico vulnerabile) aveva tutte le risorse per emergere nel programma televisivo, anche se il livello di questa tredicesima stagione sembra molto alto. “Il livello tecnico è incredibile quest’anno. Onestamente, ero il più debole sul piano tecnico. Mi sono trovato di fronte a ragazzi che hanno lavorato in brigate dai grandi nomi. Io cucino solo da sei anni e ho imparato da autodidatta, diciamo che il mio e il loro non è lo stesso mondo”.

Lo chef, tuttavia, non è amareggiato e, anzi, si dice felice di aver incontrato colleghi che condividono i suoi valori. “Chef come Ambroise, Thibaut, Renaud, Ellis o Wilfried sono quelli che io chiamo ‘cuochi consapevoli’: cucinano con una coscienza ambientale e questo significa molto per me. È proprio questo approccio che voglio sviluppare nella mia cucina”, conclude.

Fonte: foodandsens.com

Foto nell’articolo: Crediti Entropy restaurant

Foto di copertina: Crediti Marie Echtegoyen