Gruppo di ristoranti boicotta il DPCM e apre il 15 gennaio: senso di malessere, promesse non mantenute e ingenti perdite tra le cause

Il crescente senso di malessere per la perdita del lavoro, le promesse non completamente mantenute dal Governo, le ingenti perdite. Il settore della ristorazione è al limite della sopportazione, demoralizzato dai tanti DPCM.

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La Notizia

Sono ormai centinaia i ristoratori che hanno aderito all’appello per la disobbedienza civile “Io Apro”. A capeggiarli sono Antonio Alfieri, che gestisce SenzaScampo, Il Caminetto e La Filatteria 1.0 a Sassuolo; Umberto Carriera della Grande Bellezza a Pesaro; Momi di Tito Baracca a Firenze. Il riferimento è a Winston Churchill: “Se due persone fumano sotto il cartello ‘Divieto di fumare’ gli fai la multa, se venti persone fumano sotto il cartello ‘Divieto di fumare’ chiedi loro di spostarsi, se duecento persone fumano sotto il cartello ‘Divieto di fumare’ togli il cartello”. Appuntamento quindi a venerdì 15, quando tante serrande resteranno alzate, a prescindere dalla cabala dei colori.

Alfieri, ci può descrivere la condizione reale dei ristoratori? I ristori le sono arrivati? Lei personalmente quanto perde? È recentissima la protesta della FIPE sulla mancata erogazione della cassa integrazione.

Parlo del mio caso, che è quello che conosco. Siamo rimasti completamente chiusi per 6 mesi, perché posizionandoci su una fascia medio alta, non lavoriamo a mezzogiorno, non facciamo delivery né asporto. Quindi su 3 locali abbiamo perso 580mila euro di fatturato. Ad oggi sono arrivati 28200 euro di ristori, 9000 la prima volta, il resto la seconda. Per quanto riguarda la cassa integrazione, i miei dipendenti stanno ancora aspettando l’ultima settimana di ottobre. Quindi come primo invio cosa riceveranno, 100 o 200 euro? Ma i miei conti posso farli in fretta: solo di affitto spendo 8400 euro al mese, poi ci sono le bollette anche da fermo e arriviamo a 11 mila, senza contare tari e altre tasse, commercialisti, banche e tutto il resto. Ci sono state misure sugli affitti, è vero, che però vanno anticipati, mentre i contributi dei dipendenti sono stati posticipati. Per fortuna nel mio casi i proprietari dei muri si sono mostrati solidali. E la mia banca è il fornitore. Non abbiamo potuto accedere ai finanziamenti perché non hanno tolto la manleva; ora poi al minimo rosso sei segnalato. Ma c’è anche chi è stato più sfortunato. Penso agli “esodati”, coloro che ad aprile 2019, mese su cui si parametrano le misure, non avevano ancora aperto. A loro non è andato nulla, come pure all’indotto, che è stato totalmente ignorato.

Come è partita la vostra campagna?

È successo che ho cominciato a fare video su Facebook con tantissime visualizzazioni e pochissimi commenti negativi, perché la gente è con noi, ha capito che non siamo untori, siamo solo disperati. Persone che stanno cercando di salvare insieme al proprio lavoro intere famiglie. Sui social ci siamo incontrati con Carriera, che aveva questa idea di organizzare Io Apro; poi abbiamo contattato Momi e abbiamo riunito le nostre forze. Perché così non possiamo andare avanti, se non diamo un segnale deciso, andremo a scomparire. L’anno scorso hanno chiuso 350 mila imprese e quest’anno ci sarà un’ecatombe; a marzo, quando si potrà licenziare, sarà una strage. Ma tutto questo, almeno ha funzionato? Siamo chiusi da ottobre e i contagi continuano ad aumentare. In Emilia Romagna è già certo che finiremo in zona rossa. Il virus c’è, siamo tutti d’accordo, ma ci dobbiamo convivere, sennò non ne saltiamo fuori. È in corso un’azione assurda contro la nostra categoria. A farmi arrabbiare non è tanto lo stato, che fa la sua politica, ma l’acquiescenza della categoria e del sindacato, il fatto che non siamo coesi e non reagiamo. I grandi chef dovrebbero portare avanti la battaglia, ma a parte Vissani e Bottura il silenzio è assordante. Invece dovrebbero essere il nostro Lancillotto, andare e scardinare tutto perché hanno il potere di smuovere le cose. Non dimentichiamo che noi siamo artisti, stellati o meno. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra cultura e del nostro sapere, che sono celebrati nel mondo. I turisti vengono a mangiare da noi e poi vanno nei teatri.

Cosa succederà il giorno 15?

Venerdì, sabato e domenica saranno le tre giornate della ristorazione: se riusciamo a reggere, lunedì saremo in centinaia di migliaia. Non si tratta solo di restare aperti, ma di avviare un dialogo importante per ottenere un sostegno concreto. Fioccheranno le multe? Ce ne faremo carico con i nostri legali, anche se dovessero colpire gli ospiti. E in ogni caso preferisco pagare qualche multa, magari fra due anni, che scomparire. Momi è aperto da due mesi e mezzo, ha ricevuto 8 sanzioni e ne ha pagate 2 o 3, le altre andrà a discuterle a suo tempo. Personalmente non dormo da quattro giorni, passo le notti a inserire i dati e a lanciare messaggi. Perché sono consapevole che esponendomi rischio, ma resto convinto che sia una battaglia giusta per il nostro settore.

 

Come aprirete, infine?

Abbiamo messo a punto un vademecum dettagliato, perché non vogliamo passare per untori. Gli ospiti alle 21 e 45 dovranno uscire, in modo da rispettare il coprifuoco. E i locali devono essere perfetti, con mascherine, gel, termoscanner, distanziamento e la raccolta delle informazioni sugli avventori per il tracciamento. Oltre quello che richiedono i protocolli ufficiali. Mentre noi chiudiamo, la gente si assembra all’Ikea o nei centri commerciali. E se avesse fatto il cenone al ristorante, avremmo lasciato accomodare 4 persone per tavolo. Ma evidentemente c’è un disegno. La ristorazione di qualità ha le sue filiere, che non alimentano la GDO e i grandi gruppi. Siamo piccoli. Al momento di fissare le misure, sono andati a vedere i codici ATECO e hanno scoperto che i ristoranti puri sono il 25% del comparto. Con il delivery hanno salvato le pizzerie e hanno ucciso la ristorazione. Ma noi siamo artigiani, siamo gli artisti del mondo, nessuno escluso.