“Dobbiamo restare aperti per sopravvivere ma non possiamo garantire completamente la sicurezza.” Il disagio della ristorazione in Messico

“Dobbiamo restare aperti per sopravvivere ma non possiamo garantire completamente la sicurezza.” Il disagio della ristorazione in Messico

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La Notizia

“Quando un cliente arriva all’ingresso di Cicatriz , il mio ristorante e bar aperto tutto il giorno a Città del Messico, lo fermiamo alla porta. Lo salutiamo con termometro digitale in mano e sempre indossando le nostre cubrebocas y caretas, ovvero, le maschere e le visiere di plastica. Iniziamo a spiegare tutte le regole che si devono rispettare: l’alcol è servito solo con il cibo; le mascherine sono obbligatorie; non più di quattro persone per tavolo. Successivamente, misuriamo la temperatura e lo sottoponiamo a un sondaggio di otto domande sulla sua salute personale: “Stai vomitando attualmente? Hai la diarrea?…” I risultati, poi, li riportiamo su un registro giornaliero. Offriamo gel antibatterico, chiediamo di salire su un tappetino imbevuto di una miscela di candeggina e lo indirizziamo al tavolo attraverso l’ingresso designato.

Questa è la nuova normalità nel settore dell’ospitalità a Città del Messico”, raccontata dal proprietario di Cicatriz un noto ristorante della capitale del Centro America.

Nonostante a Marzo, quando il coronavirus aveva già ampiamente investito l’Asia e il Vecchio continente, il Messico sembrasse ancora ignorare cosa fosse il “lontano Tsunami pandemia” il COVID-19 è arrivato, poi, molto più rapidamente di quanto ci si aspettasse. E’ opinione condivisa tra gli operatori del settore dell’ospitalità messicani che le autorità non si siano assolutamente dimostrate in grado di rispondere prontamente all’emergenza. “Le risposte ufficiali delle autorità sono state piene di ritardi, ritrattazioni, incompetenza e messaggi contrastanti. A Marzo, il Presidente minimizzava sulla gravità del virus e incoraggiava le folle ad abbracciarsi e baciarsi sulla guancia. Per tutta l’estate, l’aeroporto non è mai stato chiuso, le frontiere sono state mantenute aperte e, formalmente, i ristoranti non sono mai stati costretti a chiudere. Il vero lockdown, non del tutto rispettato, a dire la verità, a Città del Messico c’è stato solo nei mesi di aprile e maggio.

In realtà in una città così grande e popolosa con un’economia “indisciplinata e molto spesso informale” il blocco è stato un mosaico tutt’altro che armonico. Alcuni quartieri della città apparivano completamente desolati, mentre altri erano affollati di bancarelle di taco e venditori ambulanti nonostante la circolazione delle forze dell’ordine. Cicatriz, per scelta del proprietario, è rimasto chiuso. “Venivamo lentamente sepolti in una città che stava già sprofondando. Jake, mio ​​fratello e socio in affari, e io abbiamo girato per la città in bicicletta, consegnando sacchi di caffè, vino e biscotti alle persone che avevano ordinato tramite Instagram. Come tanti altri imprenditori, abbiamo raccolto fondi per il nostro personale, ridisegnato i nostri budget, ripulito a fondo il ristorante, cercato di congelare, fermentare e regalare i prodotti esistenti, fatto domanda per sovvenzioni, cucinato per i lavoratori ospedalieri, negoziato uno sconto sull’affitto contando ogni i nostri risparmi in diminuzione”. Dopo tre mesi di blocco l’economia ha vinto sulla salute pubblica e il Governo ha deciso di riaprire attività commerciali, metropolitane e mercati pubblici anche se i picchi di contagio salivano giorno dopo giorno. La mortalità per Covid-19 in Messico è presto salita al 10%, il dato più alto tra i primi 20 Paesi più colpiti secondo il John Hopkins Coronavirus Resource Center. Il Messico, inoltre, ha uno dei tassi di test COVID più bassi al mondo e il prezzo per fare il test è  di almeno 100$ che corrisponde allo stipendio mensile per molti residenti di Città del Messico contribuendo, così, ad amplificare ancor più il divario socioeconomico messicano.

Mi sento profondamente lacerato. Dobbiamo restare aperti per sopravvivere, eppure possiamo seguire tutti i protocolli e mantenere rigide misure sanitarie, ma ancora non riusciamo a garantire completamente la sicurezza del personale e dei clienti. Siamo grati di poter fornire un senso di normalità alla comunità locale, ma non dimentichiamo che cenare fuori è un lusso. Mentre ci trasciniamo lentamente verso una nuova normalità, sento spesso la frase “no hay otra manera”: non c’è altro modo. L’imprenditorialità frammentaria e la resilienza della popolazione costringono a vivere nell’incertezza. Sopravvivere, senza aiuti governativi, senza sussidi di disoccupazione, senza pacchetti di stimoli, è quasi impossibile. Non ci sono aspettative di aiuto qui, ma all’interno di quel vuoto, il supporto arriva sotto forma di comunità, con amici e familiari che ci sostengono e rafforzano. L’adattamento  e la sopravvivenza a nuove condizioni, soprattutto se esogene, sono sempre uno sforzo di gruppo”, questo è l’appello del proprietario di Cicatriz che si considera ancora uno dei “fortunati” tra i ristoratori della capitale messicana.