Abbiamo visto Sommelier su Netflix: ma quanto è difficile realmente diventare un Master Sommelier?

Sommelier, titolo originale Uncorked, è un film disponibile su Netflix. Uncorked significa stappato. La storia, appena aperta, sapeva un po’ di tappo.

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È l’ennesimo racconto di un travagliato rapporto padre-figlio che alla fine si “stappa” dopo che nella famiglia dei protagonisti accade un vero dramma, che non vi spoileriamo.

L’unica cosa positiva è che il soggetto del film tratta abbastanza profondamente il desiderio appassionato di un ragazzo di Memphis di diventare un Master Sommelier.

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I Master Sommelier sono un’invenzione americana. La traduzione italiana dice solo “sommelier”, lasciando fuori una seconda parola che delinea un’impresa che riescono a portare a termine solo 2-3 persone l’anno.

L’esame da Master Sommelier è qualcosa di umano per le prime due prove, poi diventa qualcosa tipo segnare in rovesciata 6 volte in una partita.

La prima prova è di teoria in generale, sulle zone di produzione, sulla vinificazione ecc. E qui basta applicarsi un po’. La seconda prova riguarda il servizio del vino e l’immedesimazione con gli imprevisti della sala. E anche qui, non diciamo sia semplice ma siamo sempre nell’area del ce-la-posso-fare. La terza prova è quella che sega i palati del 98% dei candidati: degustazione alla cieca di 6 vini, in cui va identificato ogni singolo vino, senza possibilità di errore.

Nel film è qualcosa che non viene sottolineato abbastanza, ci sono le scene dei duelli fra compagni di corso ad azzeccare il vino, ci sono le invidie e le delusioni, le frustrazioni dei più deboli, i petti in fuori dei più dotati. Non è abbastanza. Una prova simile è da Avengers, da Captain Marvel of Wine. Devi essere caduto in una botte da piccolo, anzi no in 6 botti diverse.

I tre corsi dell’Ais non arrivano nemmeno a Lo chiamavano Jeeg Robot di Mainetti. Sono una passeggiata sulle colline in confronto a quest’ultima prova.

Ti chiedi che bisogno c’è. É la domanda giusta? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che un Master Sommelier guadagna molto, ma molto di più di un Soldato Sommelier Semplice.

É l’America, buddy.

Nel substrato culturale del film c’è la comunità afroamericana del Tennessee. Il vino va a braccetto con i sobborghi di Memphis e con l’hip hop. Insomma, straborda i confini enofighetti dei winebar o nobili di storiche maison e libera i suoi sentori anche tra persone che, a prima vista, non abbineresti mai al vino.

La storia per noi è deboluccia e la degustazione del vino è lasciata a tecnicismi come colore intenso, medio intenso, acidità medio alta o medio bassa. A un certo punto il focus è su un Barolo, il Briccolina 2012 di Tiziano Grasso, che deve il nome a un Cru di Serralunga d’Alba dove le uve vengono raccolte. Questo vino veste un ruolo molto importante anche nella storia. Noi non l’abbiamo mai assaggiato. Chissà se la produzione era a conoscenza del tragico incidente che ha portato via il proprietario dell’azienda proprio nell’anno 2017, quando quella prima 2012 veniva messa in commercio. Prima di quell’anno la famiglia Grasso conferiva solo le uve ma non produceva il proprio vino.