Da Alain Ducasse è meglio andare come ospiti che pagare il conto: le rivelazioni di un critico gastronomico

Il critico gastronomico dell’Independent Ed Cumming, fa il punto sulla questione legata all’opportunità per chi recensisce un locale di accettare o meno un invito, si tratti di quello di un ufficio stampa o da parte dello chef o del ristoratore.

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La Notizia

Tocca diversi temi interessanti l’articolo uscito su l’Independent a firma di Ed Cumming. Si tratta di argomenti ampiamente dibattuti nell’ambito della gastronomia e di chi ne scrive a vario titolo, a partire dalla vexata quaestio legata all’opportunità per chi recensisce un locale di accettare o meno un invito, si tratti di quello di un ufficio stampa o da parte dello chef o del ristoratore.

Posto che sarebbe doveroso distinguere tra recensione, nella quale si esprime un giudizio (le guide serie richiedono agli autori la prova del pagamento) e reportage, dove una realtà ristorativa viene semplicemente raccontata, il tema esiste. Ecco quindi che Cumming esordisce scrivendo:Tendenzialmente non recensisco pasti offerti. L’ospitalità nascosta è un disservizio per i lettori ed è parte di un motore attraverso il quale una manciata di ristoranti del centro di Londra risucchiano un ammontare sproporzionato di copertura mediatica.” Salvo poi correggere leggermente il tiro con “capisco le argomentazioni. In teoria un pasto gratuito consente a chi scrive di sperimentare una gamma più vasta di ciò che la cucina ha da offrire e salva dalle spese le pubblicazioni che hanno budget ridotti”. Certamente, però “mangiare da ospite invitato è differente dall’essere un qualunque disgraziato pagante. Tavoli migliori, servizio migliore, tutto gratis”.

E ancora, introducendo il tema di una cena da Alain Ducasse a Le Meurice a Parigi: “dopo anni di paziente studio di entrambe le forme, sono felice di confermare che non pagare per una cena è meglio del contrario. Inoltre, per tutti eccetto che per i clienti più ricchi, il conto è una parte sostanziale dell’esperienza al ristorante”. Perché, d’altra parte: “Il cibo riguarda molti ambiti, ma mangiare è una transazione. Tu ottieni un posto a tavola e quel che ordini (lui scrive your tea), loro prendono il tuo denaro.”

Ed ecco che Cumming entra nel tema della sua esperienza: “Se percepite un atteggiamento sulla difensiva, avete ragione; perché tutto questo serve da preambolo al fatto che prima di Natale ho accettato una grande cena gratuita al ristorante di Alain Ducasse al Meurice di Parigi. Non ne vado orgoglioso. Ma ero in luna di miele, me l’hanno offerta e io sono umano. È quel genere di luogo dove anche gli oligarchi fanno i loro conti. Per un giornalista freelance è come andare sulla luna.”

E poi entra nel dettaglio di un’esperienza da urlo in un salone Belle Époque con colonne di marmo, fregi dorati e candelabri: “quel genere di sala che non oseresti costruire a meno che non avessi già vissuto una rivoluzione”. E ancora “grandi tavoli bianchi distanti miglia l’uno dall’altro.” Tutto sotto lo sguardo d’aquila del maître Frederic Rouen.

Ecco che si parla anche di piatti ordinati dai due commensali: “abbiamo ordinato entrambi il “menu collection”, tre portate più formaggi e dolce (costo 380 euro a persona più 200 euro di abbinamento vini). Il cibo era sensazionale.” Tra i piatti i suggestivi tortellini ai funghi porcini incastonati sofficemente in un carapace di tartufo bianco grattato con generosità al tavolo…o i formaggi che coraggiosamente includevano uno Stilton… e il dessert al cioccolato nel quale sembrava che l’intero concetto di cioccolato fosse stato smontato e rimesso insieme… cremoso, così buono che non smetteresti di mangiarlo”.

Ed ecco la fatidica domanda che il giornalista si pone: “Meritava 135 euro il vitello del quale ho assaporato ogni boccone? Si sarebbe guadagnato ogni centesimo dei suoi 175 euro il pollo, signature dish, che non abbiamo ordinato?” Rispondendosi: “Centosettantacinque euro per pollo e verdure. A meno che il pollo non avesse pilotato l’Eurostar per noi, di sicuro no.” D’altro canto: “Ma un martedì di dicembre con uno sciopero in corso, il locale era pieno. Per tutti i modi migliori in cui questo denaro potrebbe essere speso, ci sono altrettanti modi peggiori. E che cos’è un prezzo se non ciò che qualcuno ha voglia di pagare? Di fronte agli eccessi si può roteare gli occhi o arroccarsi su barricate; oppure ragionare sul fatto che si sta pagando per le due stelle Michelin, per essere accomodati di fronte ai giardini delle Tuileries in una luce scintillante, per lo staff magistrale, per la semplice emozione di trovarsi lì.”

La conclusione, divertita e divertente come tutto il resto dell’articolo: “Al momento del caffè la mia bussola del valore stava girando come un ventilatore gigante. Non ho idea di quanto sia l’ammontare totale del “danno” per il nostro pasto, ma di certo a nord di un migliaio di euro in due di cui uno soltanto ha bevuto del vino. È stato grottesco e mi è piaciuto, perché non ci sarei mai andato per conto mio e di mia spontanea volontà non lo consiglierei. Si potrebbero avere dieci notti eccellenti in un hotel per la stessa cifra. Ma se arriva la possibilità di fare una cena del genere, con una carta di credito aziendale o grazie a una ricca zia o con una vincita alla lotteria, non fatevela scappare.” E infine tre botta e risposta: “Ci potreste portare i vostri genitori? Se lo faceste, penserebbero che siete tronfi o imbarazzanti spendaccioni.” Poi, tanto per restare nella leggerezza:” Ci tornerei? Nelle stesse circostanze di sicuro.” E infine: “Dovreste andarci? Se ve lo potete permettere, sì.”