L’arte della Stroncatura: la rinomata Steak-House Peter Luger azzerata dal New York Times

Finisce sulla graticola la rinomata steakhouse newyorkese Luger: una stroncatura a 0 stelle, che secondo la maggior parte dei lettori ha finalmente fatto giustizia.

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La Notizia

“Peter Luger era solito sfrigolare. Adesso sputacchia”. Ha fatto scalpore negli Stati Uniti la recensione a zero stelle di Peter Luger, acclamata steakhouse di Brooklin, datata 29 ottobre per la penna del critico Pete Wells del New York Times. Da habitué di lunga data, il solo profumo della carne frollata alla griglia lo colpiva dal marciapiede di South Williamsburg, producendo una tachicardia incontrollabile e un’inquietudine “familiare a chiunque abbia mai visto una tigre che ha appena sentito l’arrivo del pasto”. Ma ahimè non è più questa, oggi, l’emozione principale del pasto, dopo lo sfrigolare del sego che scivola dolcemente sulla carne. Con il conto piuttosto è servito un acre sentimento di truffa.

C’è innanzitutto l’interminabile tempo di attesa, con o senza prenotazione; al bar le ordinazioni di drink e cibo sono separate, come i conti e le mance, e dopo le 2 e mezzo cala la serranda sul pranzo, sebbene la cucina resti aperta. Non è possibile pagare il conto con la carta di credito e per i camerieri ogni richiesta sembra una scocciatura da tollerare in attesa di schiacciare un riposino. Non va meglio sotto la forchetta: gamberi simili al latex, sogliole secche e patate farinose, hamburger addentati in compagnia, dalle cotture dissimili ma invariabilmente sbagliate. A somiglianza di Nietzsche che dichiara guerra a Wagner, affermando che ogni altro musicista non conta, Luger resta per Wells il luogo dove “anzianità, tradizione, carni superbe, calore incandescente, istintiva ripugnanza verso la stranezza e sicurezza immensamente attraente convergono in qualcosa che somiglia meno a un ristorante che a un’affermazione della vita”. E il rammarico non fa che crescere.

È stato lo stesso New York Times a raccogliere le reazioni dei lettori a un articolo che ha lungamente surfato il traffico online del paese: la parola ricorrente è stata “finalmente”, di fronte al servizio, all’impossibilità di pagare con moneta elettronica, ai prezzi siderali, al declino costante negli anni di un’istituzione ormai sprofondata negli allori. “What a hype”, tradotto che montatura. Ma i fedelissimi non ci stanno e replicano che la steakhouse è rimasta sé stessa, anzi è migliorata. “Ci sono steakhouse migliori? Sicuramente. Ma la storia di Luger, unita a un pasto più che soddisfacente, basta per ritornare”.