Gordon Ramsay: 17 stelle Michelin, la semplicità è il futuro della cucina, meglio poche porzioni ma abbondanti

Spesso tagliente, schietto e sicuro delle sue idee: Gordon Ramsay parla di cosa vuol dire per lui essere chef oggi, delle attuali tendenze e della cucina di domani.

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La Notizia

Gordon Ramsay, un nome che già da solo fa parlare di sé e non ha bisogno di presentazioni. Lui è uno tra gli chef più conosciuti del pianeta, con il suo modo di esprimersi schietto e spesso crudele, con quella conoscenza approfondita del fare cucina e le convinzioni ben precise su cosa sia per lui giusto o sbagliato.

Ha stupito fin dal suo esordio e ancora non smette di farlo, sempre in movimento e pronto a sorprendere con nuovi progetti e dichiarazioni. Chef da 17 stelle Michelin e un ristorante di punta a Londra, che ha mantenuto le tre stelle per diciassette anni consecutivi, Gordon Ramsay è un personaggio non solo televisivo, ma anche e soprattutto laborioso uomo di cucina.

Ristorante Gordon Ramsay a Londra

Le sue idee nascono dal mondo, dai continui spostamenti e dall’incontro con persone, situazioni e realtà differenti. Queste sono le molteplici fonti di ispirazione che lo coinvolgono, gli stimoli che lo portano a creare, a crescere, ragionare e sì, anche esprimere con forza il suo pensiero. Perché che non abbia peli sulla lingua è piuttosto noto e, anzi, molto frequentemente ciò che dice risulta tagliente e arguto.

Per lui un ristorante deve soddisfare il palato, non far perdere i clienti in un percorso senza fine e, magari, tutt’altro che necessario. Da qui, la lamentela nei confronti delle porzioni troppo piccole che, a suo dire, vengono servite in molte realtà ristorative.

Non credo che le porzioni debbano essere l’elemento sostanziale di una valutazione – sostiene Ramsay – tuttavia, in molti preferiremmo avere una porzione più abbondante e mangiare meno portate. Invece di avere un antipasto, un piatto principale e un dessert, avremmo un antipasto più grande, un piatto principale più grande e senza dessert. Insomma, io non sono un amante delle piccole porzioni e neppure bravo a prepararle”.

Ciò che lo contraddistingue è una costante osservazione delle situazioni relative alla figura dello chef e della ristorazione in generale, l’analisi della necessità di trovare ancora un equilibrio tra la perfezione di un piatto e la sua semplicità di comprensione e degustazione. Ma soprattutto, il bisogno di allontanarsi da sovrastrutture eccessivamente complesse.

Posso dire che oggi molti di noi si sono liberati da quello che ritengo essere un modo di cucinare snob. Abbiamo reso il cibo più semplice, ma l’equilibrio tra il livello di perfezione di un piatto e quello della sua semplicità non è ancora chiaro a molti. Per quanto mi riguarda io sto ancora imparando a comprenderlo e gestirlo. A onore del vero bisognerebbe chiederlo ai miei clienti. Però se il mio ristorante di Londra è quello che vanta le tre stelle per un tempo così lungo, allora forse posso dire di capire cosa vuol dire trovare questo equilibrio”.

Noi chef siamo dei maniaci del controllo e insicuri, tendiamo a complicare troppo le cose e questo si riflette nelle nostre azioni. Ecco perché penso che la semplicità possa essere la chiave della perfezione”.

E lui, uomo di cucina e personaggio televisivo colpisce proprio per quel voler rimanere legato ai fornelli: “Non mi guardo in TV. Quindi sono un vero chef”.

Ma cosa significa per Gordon Ramsay lavorare in un ristorante, vivere la quotidianità dello chef? Cosa diventa fondamentale?

L’ingrediente più importante per me è mia moglie – dice con il sorriso – ma quello che ogni chef dovrebbe fare è rispettare e seguire il percorso dei prodotti dalla fattoria, o dall’orto, fino alla tavola, senza troppi passaggi intermedi”.

Ristorante Lucky Cat

Un ritorno alla genuinità, alla semplicità che contrasta con la velocità del mondo di oggi, con l’immediatezza di una immagine dettata dai canali di comunicazione odierni. Proprio su questa immediatezza, sulle tendenze “social”, Ramsay vuole dire la sua: “Oggi viviamo nell’attimo, è quello che deve essere colto. Per questo ben vengano foodblogger e influencer, perché loro riescono a veicolare con rapidità ciò che creo, a scattare l’immagine comunicandola al resto dei loro contatti, rendendola virale. Tutto in tempo reale, una linea diretta che può dare feedback interessanti sui quali ragionare e costruire pensieri per future proposte culinarie. Apprezzo questa spontaneità”.

E alla domanda su quale possa essere il futuro della cucina, la sua risposta è netta: “Nel ventiduesimo secolo mangeremo pesce senza ossa, che avrà probabilmente il botox in testa”.