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Cortile Spirito Santo, la prima stella Michelin di Siracusa: il talento di Giuseppe Torrisi

di:
Emanuele Gobbi
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C’è uno chef in Sicilia, Giuseppe Torrisi, che ha scelto un ingrediente umile per raccontare la sua idea di cucina: una carota. Nella sua “Sinfonia”, la trasforma in un piatto manifesto, un inno alla delicatezza e alla profondità che si possono trovare nelle cose semplici. È il filo che unisce il bambino che osservava la nonna cucinare al professionista che oggi guida una brigata giovane e appassionata. La carota diventa un gesto, un ricordo, una dichiarazione di intenti: esaltare ciò che spesso passa inosservato. Ed è in questa poetica della semplicità che si nasconde il segreto della stella Michelin che ha portato Siracusa sulla mappa dell’alta cucina.

C’è un’immagine che torna sempre, quando lo si ascolta parlare: un bambino fermo sulla soglia della cucina, gli occhi pieni di stupore, mentre la nonna si muove tra pentole e profumi con un’eleganza inconsapevole. È lì che comincia la storia di Giuseppe Torrisi: in quel teatro domestico dove ingredienti poveri diventavano piatti capaci di scaldare l’anima. Una lezione silenziosa, fatta di gesti più che di parole, che ha trovato la sua forma definitiva molti anni dopo, in un ristorante elegante di Ortigia, con un piatto che sembra un paradosso e invece è una dichiarazione: una Sinfonia dedicata alla carota.

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Sì, una carota. Non un ingrediente esotico, non un raro frutto di mare, non una spezia introvabile. Una radice comune, quotidiana, che nelle sue mani diventa un racconto di consistenze, profumi e tonalità diverse. Un modo per ricordare — a sé stesso e agli ospiti — che la grande cucina non nasce dal lusso, ma dallo sguardo. Dalla capacità di vedere l’invisibile, di ascoltare ciò che un sapore sussurra quando nessuno si prende il tempo di sentirlo davvero.

Lo chef e il ristorante

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La sua storia professionale potrebbe essere raccontata come quella di molti: gli anni fuori casa, la formazione severa, le cucine più blasonate d’Europa. Dalle Alpi svizzere alla Borgogna di Bernard Loiseau, dove rigore e disciplina si respirano come un profumo d’erbe taglienti. Esperienze decisive, certo. Ma non sono queste a spiegare la sua cucina. Il vero punto di svolta arriva con il ritorno in Italia, quando decide che la sua strada non sarà una fuga, ma una circolarità: tornare a casa, ma diverso, più consapevole, con il bagaglio delle grandi scuole e il cuore pieno di quella cucina che aveva lasciato da bambino.

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A Siracusa, all’interno di Palazzo Salomone, trova il luogo dove la sua visione prende finalmente forma. Una brigata di giovani talenti, un ristorante in cui la raffinatezza non è ostentazione, ma misura. E una città intera che, nel 2023, scopre la sua prima stella Michelin: un traguardo che lui vive con la stessa delicatezza con cui costruisce un piatto, senza esaltazioni, senza proclami. Una vittoria “gentile”, fatta di continuità, lavoro e ostinata fedeltà ai sapori dell’isola.

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La cucina

Nella cucina dello chef di origini catanesi, la Sicilia non è un’immagine da cartolina, ma un respiro. C’è il mare, certo, con le sue note iodate che ritornano nelle deliziose consistenze del molteplice pescato. Ci sono gli agrumi, le erbe spontanee, le mandorle, ma soprattutto c’è un’idea: che ogni ingrediente debba parlare. E per parlare deve essere rispettato, ascoltato, trasformato con cura e non con prevaricazione. La “Sinfonia” di carota è forse il simbolo più luminoso di questa poetica. Non è un esercizio di stile né un capriccio creativo. È un gesto d’amore verso la semplicità. È dire: «Guarda meglio. Dentro ciò che credi di conoscere c’è molto di più». È un piatto che tiene insieme il bambino e il professionista, la memoria e la tecnica, la campagna e l’alta cucina.

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Anche il suo modo di guidare la brigata risponde alla stessa logica: mai protagonismi, mai narcisismi, ma una disciplina che non soffoca, un rigore che educa, un entusiasmo che si rinnova ogni giorno. Lo si capisce parlando con i ragazzi che lavorano con lui: parlano di un maestro più che di un capo, di qualcuno che pretende molto, sì, ma che dà altrettanto. Perché, per Giuseppe, l’arte culinaria è un’eredità da trasmettere, non un palco da occupare.

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Cortile Spirito Santo spaghettone finocchietto e bottarga
 

E così, piatto dopo piatto, emerge un linguaggio preciso: barocco nelle intenzioni, poetico nei dettagli, ma sorprendentemente sobrio nella verità che porta con sé: i suoi piatti emozionano, a tutti gli effetti, per l’equilibrio e il sapore. Non vuole stupire a ogni costo, vuole semplicemente raccontare. E i suoi piatti parlano di vento e agrumi, di mare e memoria, di pascoli, ortaggi e frutti elevati con la tenerezza di un gesto familiare, come, per esempio, i sublimi “Alalunga e gambero Rosso di Ortigia” (Gialletto di Paceco, dashi di bottarga, mandarino e finocchio), l’”Agnello” (cotto al BBq con zabaione e dragoncello) il “Made in Sicily” (Consistenze di mandorle, sale di Mothia e olio evo).

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È forse questo, alla fine, il suo più grande talento: aver conservato la capacità di stupirsi. La stessa che aveva da bambino, quando la nonna gli mostrava che la cucina è molto più di una tecnica: è un luogo dove le cose semplici diventano importanti. Dove una carota può diventare una sinfonia. Dove la bellezza non sta nell’eccesso, ma nella verità. Ed è lì — in quella verità lieve, precisa e luminosa — che la sua stella Michelin trova il suo significato più profondo.

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Contatti

Cortile Spirito Santo

t. +39 0931 181 5404 / +39 3476193240

info@cortilespiritosanto.com

Ogni giorno: 19.30/22.30
La domenica aperti a pranzo (periodo invernale)
Lunedì chiuso

https://www.cortilespiritosanto.com/

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