Coda alla vaccinara come ripieno della pasta fresca, carciofi cotti al carbone cubano e un tiramisù che diventa soft grazie al gelato al fiordilatte: Marco Ciccotelli mette in piedi il suo Italian Dining fra usi regionali e fresche intuizioni, senza rinunciare alla genuinità delle "memorie casalinghe". Così VICI si sdoppia: da un lato gourmet, dall'altro bistrot.
Oggi come ieri, Via Veneto somiglia a una lunga galleria d'alberghi open air in cui perdersi fin giù ai confini di Villa Borghese. Dove dormire? Qui sorge il dubbio: non basta una soglia intrisa di storia per sventare il rischio dell'accoglienza mainstream. Ma a fare eccezione fra le insegne polverose della Dolce Vita è proprio uno degli indirizzi più datati: parliamo dell'InterContinental Ambasciatori Palace, "gigante di pietra" che a suo tempo ospitò i diplomatici in trasferta nell'Urbe, diventando sede ufficiale della biblioteca dell'ambasciata statunitense.


Dietro il progetto, l'architetto Carlo Busiri Vici, col successivo passaggio di testimone a Marcello Piacentini e la consacrazione -nel 1927- fra i maggiori esempi di stile eclettico monumentale (vedi i volumi curvilinei capaci di raccordare elegantemente esterni e interni). Non stupisce, quindi, che dal check-in sia passata una buona fetta del jet set nostrano ed estero-oltre ai magnati di rito, anche star del cinema quali Arnold Schwarzenegger e Sean Connery. Eppure, il sorriso empatico dello staff testimonia quanto gli scintillii dei lampadari d'epoca o le suite di 47 metri quadri abbiano contribuito solo in parte alla notorietà del complesso. L'aspetto longevo delle cinque stelle affisse sul portone sta, invece, nell'abilità spontanea di coccolare i nuovi arrivati con cadeaux di benvenuto, tips "espresse" sui musei e le botteghe da scovare nelle vicinanze o -all'occorrenza- una bollicina post-viaggio nella piacevole penombra dell'Anita Lounge Bar. Segni particolari? Sì, la ristorazione: è questo l'ultimo upgrade della struttura, rappresentato dalla cucina sui generis dello chef Marco Ciccotelli.



Lo chef e l'impronta di VICI: mangiare in un salotto vintage con piatti attuali
Per entrare in argomento basta scorrere il percorso serale del VICI Ristorante, in cui l'ingrediente "pro" trae vantaggio da una grafica pulita che ne preserva la natura: Marco sa quando premere l'acceleratore e quando fermarsi sul crinale fra estro e conforto. Alle spalle, il training con Fabio Ciervo (allora chef della Terrazza) e il successivo ruolo di executive presso Palazzo Ripetta, alla guida del St. Baylon. L'arrivo a Via Veneto consolida il lavoro di precisione sui "totem regionali", pescati di volta in volta dalle ricette-bandiera del Lazio e dell'Abruzzo: "Sono nato a Chieti, quindi la mia terra resta un riferimento importante", ci racconta direttamente in sala. "Voglio che gli ospiti, quando mangiano, trovino appiglio in una radice espressiva comune. Una salsa densa, una lunga cottura, una spezia che sale alle narici e anticipa il boccone: per me il fattore che traina i ricordi va bene oltre la teoria applicata". A rafforzare il concetto, nel locale risalta il "punto croce" fra legno e velluto, una carezza per lo sguardo che investe pure la comodità dei divanetti in stile salottino vintage.



L'esperienza al VICI Ristorante
Appena seduti, l'imprinting è con un’Emulsione di mozzarella di bufala che scaccia via l'idea del solito amuse bouche. In pochi secondi, la trama lieve lascia emergere l'umami della polvere di pomodoro e il contrappunto minerale dell’origano, innescando la salivazione con l'ulteriore spinta di un goccio di aceto balsamico di Modena: quasi un'impressione di pizza, però eterea e delicata. Sempre l'aceto "restaura" l'idea delle classiche puntarelle capitoline: quelle di Marco sono infatti accompagnate da una crema di alici montata a specchio, in cui l'asprezza rimpiazza la pungenza dell'aglio (del tutto assente) per lasciare il giusto respiro al vegetale. Dalla città alla costa è un attimo, se entra in gioco il Gambero gobbetto di Anzio, servito crudo con le sue uova e impreziosito da lamelle di tartufo nero, unendo inaspettatamente il buffetto iodato del crostaceo alla pacca terrosa "ipogea". Il giro ad anello resetta le papille col profilo evoluto del cavolfiore fermentato, disposto per l'occasione sotto a un Carpaccio di manzo "XS".

Fermo immagine: dal mercato arriva la primizia del momento, trattata però al pari di un secondo. In Carciofo e foglie il carciofo mammola viene arrostito col carbone cubano, donando all'ortaggio una persistenza incisiva. Lo circonda una corolla di piante e fiori coltivati in idroponica e un estratto erbaceo, per un balletto vivace tra fresco e fumé.

Il "classico al cucchiaio" ha invece i profumi di una Zuppetta di castagne e tartufo, souvenir olfattivo da portarsi a casa per imprenziosire la memoria dei "mangia e bevi" domestici; apparentemente basic, in realtà riesce ad amalgamare bene il senso di morbidezza e la profondità boschiva. Curioso pure il passaggio successivo, poiché Marco trasforma lo stracotto di coda alla vaccinara nella farcia di un Bottone di pasta fresca con caramello di sedano e crema di rafano. Al morso, la sfoglia schiude quell'eruzione sugosa che ci riporta dritti alla genuinità dei pranzi domenicali, legando praticamente due portate in una.



Si cambia registro con la Spigola cotta sulla plancia "48 gradi al cuore", asparagi di mare e caviale Oscietra Imperial, complice il terzetto di agrumi (limone, arancia, lime) e il brodo vegetale anch'esso citrico, tali da smorzare la presenza scenica del Burro di Normandia. I dessert di VICI chiudono in coerenza il tourbillon di assaggi trasversali-vedi la riedizione del tiramisù composta da savoiardi affogati nel caffè, gelato di fiordilatte e mousse di mascarpone, più soft e ariosa del canonico dolce multistrato.


Di giorno al bistrot: la tavola conviviale di VICI, la colazione e il resto dell'esperienza in hotel
Nei medesimi spazi della cena, lo staff allestisce un pranzo che ricalca i tratti della bistronomia su un copione tutto autoctono. Lo sfizio raddoppia con le Pallotte cacio e ova, reminescenza abruzzese in cui Marco Ciccotelli calibra col bilancino le proporzioni fra sugo e formaggio; l'esito è un duello alla pari, accattivante per l'equilibrio di fondo. Chi parteggia per i lievitati d'autore troverà letteralmente pane per i suoi denti grazie al cestino rifornito da Roscioli, oppure l'ottima pinsa ad alta idratazione (provare quella con verdurine grigliate e pesto di basilico).



Se, poi, la Calamarata assorbe le tinte solari di stagione con un pizzico di zafferano e pomodorini infornati accanto ai gamberi, il Carrè di vitello esce dagli schemi della prevedibilità con bieta gratinata e salsa al rosmarino. Ai sapori effetto flashback del menu si sommano gli aneddoti di sala di Eliana Crecan, in grado di animare il pranzo con grande verve e cortesia; ne abbiamo apprezzato il servizio anche a colazione, fra maritozzi con impasti ai frutti rossi e avocado toast arricchiti dal torreggianti uova in camicia. Un dettaglio non secondario, ferme restando le premure per gli ospiti, è quello delle scelte etiche interne, messe in luce dalla prestigiosa certificazione Green Key: dimenticate la plastica monouso e preparatevi a scoprire una serie di amenities totalmente eco-friendly, a partire dalla linea di prodotti di bellezza BYREDO in formato extra large.

Non a caso, un tema ricorrente in ciascuna delle 160 sistemazioni è l'accordo marmo -legno, a evidenziare la naturalezza degli arredi Made in Italy e le soluzioni ottiche studiate per dilatare l'ampiezza degli ambienti. Il plus? Le aree lettura presenti in alcune suite, fornite di numerosi volumi per intrattenersi nella propria "biblioteca personale" (del resto, siamo in zona letteraria: qui gli ambasciatori potevano accedere ad una library da record!)

Charlie's: il rooftop che raduna i romani sul tetto della Dolce Vita
Il tuffo indietro nella Dolce Vita non sarebbe completo senza immergersi nei kolossal della terrazza panoramica: da Charlie's, infatti, i Drink-firma hanno i nomi di pellicole note come Casino Royale, Sex and the City e -neanche a dirlo- la Dolce Vita di Fellini. Quest'ultimo, insieme tonico e sfarzoso, concilia lo Spumante Rosé con limone, karkade e un profumato liquore alla rosa. La vera scommessa, però, va in porto col Vin Santo presente nel "Gladiatore", pronto ad accogliere un Bulleit infuso al tozzetto e sciroppo di zucchero: vi sembrerà di sorseggiare un dessert liquido dai sentori biscottati, rotondo ma non troppo. Al resto ci pensano il DJ set in sottofondo e un colpo d'occhio che, nelle serate limpide, rende d'obbligo il pre-cena.


Contatti
VICI Ristorante- InterContinental Rome Ambasciatori Palace
Via Vittorio Veneto 62,
00187, Rome, Italy
+39 06 47493
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