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Magnus Nillsson, dalle 2 stelle Michelin al menu da 14€: la svolta al Pensionat Furuhem

di:
Elisa Erriu
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A pranzo, per circa 150 corone — poco più di una decina di euro — si serve polpettone a clienti locali che arrivano senza prenotazione. Cento persone, a volte più, sedute e servite in pochi minuti. Nessuna attesa rituale, nessuna liturgia. Solo un flusso continuo, quasi domestico. La distanza con il passato è evidente, ma non è una rinuncia. Piuttosto, un cambio di prospettiva.

Foto di copertina: Erik Olss

Magnus Nilsson ha passato buona parte dello scorso anno a dare la caccia a dei vecchi set di posate Thebe, roba d'acciaio disegnata nel 1944, cercandole usate, graffiate, segnate dal tempo sui siti di trading online. Avrebbe potuto comprarle nuove, scintillanti e anonime, ma il punto non era apparecchiare una tavola, era resuscitare un’anima. Chi lo ricorda tra le nevi perenni dello Jämtland, gran sacerdote di quel tempio iper-boreale chiamato Fäviken Magasinet che ha chiuso i battenti nel 2019, stenterà a credere che oggi l'uomo che serviva cuori di renna a un'élite disposta a viaggiare per seicento chilometri si sia rintanato in una locanda costiera della Scania. Ma il Pensionat Furuhem non è un ripiego, è un’evoluzione: un posto che sembra essere appartenuto alla stessa famiglia da sempre, un accumulo di storie e macchie su macchie, lontano anni luce dal design asettico e assemblato dei ristoranti moderni.

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Båstad è un angolo di Svezia dove il vento picchia sulla costa e i pini fanno da scudo a una struttura che in un'altra vita è stata un collegio femminile e poi un hotel un po' stanco, di quelli amati dai locali e frequentati dai ricchi di Stoccolma durante l'estate. Nilsson lo ha rilevato nel 2024, folgorato da quella bellezza trascurata che lui ha deciso di chiamare casa. Furuhem è, per ammissione dello stesso chef, l’antitesi del suo passato glorioso e claustrofobico: se il Fäviken era un rito per pochi fedeli disposti a tutto, questo è un "albergo eccezionale con un ristorante perfettamente ordinario". E badate bene, per Nilsson "ordinario" è un traguardo, un’aspirazione quasi sovversiva in un'epoca di fine dining che ha perso il contatto con la realtà. Furuhem nasce quasi in opposizione a ciò che era stato Fäviken. Se prima il pubblico era ristretto, selezionato, disposto a un pellegrinaggio gastronomico, qui la prospettiva cambia completamente. Nilsson, sul Financial Times, lo definisce “una locanda eccezionale con un ristorante perfettamente ordinario”. La parola “ordinario”, detta da uno chef che ha costruito la propria carriera sull’eccezione, suona come una dichiarazione di intenti.

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A pranzo, per circa 150 corone — poco più di una decina di euro — si serve polpettone a clienti locali che arrivano senza prenotazione. Cento persone, a volte più, sedute e servite in pochi minuti. Nessuna attesa rituale, nessuna liturgia. Solo un flusso continuo, quasi domestico. La distanza con il passato è evidente, ma non è una rinuncia. Piuttosto, un cambio di prospettiva. “Un ristorante davvero ordinario dovrebbe avere ottimi ingredienti, tecnica solida, ospitalità calorosa e varietà”, spiega lo chef, secondo quanto riportato sempre dal Financial Times. Perché, come sottolinea, luoghi così sono più rari di quanto si pensi. La difficoltà non sta nel costruire qualcosa di straordinario per pochi, ma nel rendere eccellente ciò che deve funzionare ogni giorno, per molti. Quando ci si muove negli spazi di Furuhem, si percepisce una cura che non cerca di imporsi. I materiali raccontano un tempo stratificato: tappeti Märta Måås-Fjetterström, luci anni Sessanta, finiture realizzate con tecniche tradizionali come la tempera all’uovo sugli elementi in legno, destinata a consumarsi lentamente con il passaggio delle mani. 

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La sfida, per uno chef che ha fatto della precisione maniacale il suo marchio di fabbrica, è proprio questa: gestire il flusso della normalità. Accanto a lui non ci sono solo i suoi pensieri, ma due partner fondamentali: la chef Frida Nilsson – nessuna parentela, solo una sintonia professionale d'acciaio – e Daniella Rebelo, che ha lasciato i ranghi del Noma per venire qui a "disimparare" la rigidità della grande ristorazione.  L’estetica del Furuhem riflette questa voglia di concretezza graffiante. Nilsson si è occupato di tutto l'hardware: tappeti vintage di Märta Måås-Fjetterström, luci degli anni Sessanta e una vernice a tempera all'uovo sui corrimano delle scale, destinata a essere lucidata lentamente, giorno dopo giorno, dal tocco di migliaia di mani umane. Le quindici stanze sono immerse in tonalità rosa antico o verde nebbia, con pavimenti in abete di centovent'anni che scricchiolano sotto i piedi e biancheria prodotta a chilometro zero. È un lusso semplice, ma mai semplicistico, che trova il suo cuore pulsante nel frutteto di Axelstorp, venti ettari di meli e peri mossi dal vento che Nilsson ha convertito al biologico e che oggi funge da dispensa viva per la locanda.

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Inizialmente, l'istinto lo aveva spinto a chiamare l'architetto svizzero Peter Zumthor per progettare l'ennesimo tempio della gastronomia d'autore tra gli alberi, ma poi è arrivata la lucidità: il mondo non aveva bisogno di una versione dopata del Fäviken, e nemmeno lui. "Mi mancava vedere le persone", ammette Nilsson con una sincerità che spiazza. Gli mancava la reazione immediata, il volto di un ospite che si illumina davanti a un piatto che capisce al primo boccone. Nella cucina di Furuhem, tra le giubbe bianche e il calore dei fuochi, lo chef serve oggi una lombata di vacca da latte "pensionata" cotta sull'osso, un richiamo ai suoi vecchi piatti, ma inserita in una narrazione collettiva. Il finale perfetto è la Spettekaka, una meringa tipica della regione avvolta attorno a un cono e grigliata lentamente sulle braci di faggio: una torre complessa che celebra la cultura locale senza bisogno di spiegazioni filosofiche. Magnus Nilsson ha creato un posto dove gli chef vogliono andare nei loro giorni liberi, una comunità dove gli stranieri sono i benvenuti ma dove a comandare sono i locali. Non c'è più bisogno di scalare una montagna per trovarlo; basta seguire il profumo del pane appena sfornato e la voce di un uomo che ha capito che la vera rivoluzione, nel 2026, è servire un polpettone perfetto in una locanda tra i pini.

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