L’edizione appena conclusa di EGO Food Fest ha lasciato sul territorio un manifesto fatto di visione, filiere, pubblico, coscienza e futuro. E ha ricordato a tutti che la gastronomia, quando trova una regia alta, diventa racconto civile.
Spesso le manifestazioni finiscono insieme all’ultimo brindisi, all’ultima masterclass, all’ultima foto sottopalco. Spesso, non sempre. Ci sono poi quelle che, una volta chiuso il sipario, restano addosso ai territori come una traccia viva, una domanda aperta, una promessa da mantenere. EGO Food Fest, a Taranto, ha lasciato esattamente questa sensazione: quella di un evento che ha saputo essere gastronomico senza mai restare chiuso dentro il perimetro del gusto, spettacolare senza perdere profondità, popolare senza alleggerire il pensiero.

EGO ha fatto sì che la cucina smettesse di essere un esercizio autoreferenziale per tornare ad assumere il ruolo che le spetta: quello di linguaggio capace di leggere un territorio, di orientarlo, di raccontarlo meglio di quanto spesso il territorio stesso riesca a fare. Taranto, in questi giorni, è stata proprio questo. Un luogo che ha scelto di farsi leggere attraverso il cibo. E il lascito più interessante di EGO sta nelle otto lezioni che consegna alla città e, più in generale, alla gastronomia italiana.
1ª lezione: la forza della regia
La nuova narrazione che Monica Caradonna, giornalista e ideatrice della manifestazione, sta costruendo attorno a EGO ha un merito preciso: ha dato al festival una postura più adulta, più politica nel senso alto del termine. EGO oggi racconta Taranto come una città che usa la gastronomia per ridefinire la propria immagine, per proiettarsi oltre gli stereotipi, per costruire una reputazione nuova. Il festival ha funzionato perché non ha chiesto al territorio di assistere, ma di partecipare. Ha invitato le persone dentro un racconto e le ha fatte sentire parte di un movimento. È una differenza sostanziale. Quel “presente” collettivo visto a Taranto vale quasi quanto i grandi nomi coinvolti.

2ª lezione: il futuro va nominato con chiarezza
Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, ha dato il via alla EGO Academy, affermando che la sostenibilità non può essere solo una parola comoda da usare ma una scelta concreta, culturale, agricola, umana. EGO ha avuto il merito di dare a questo messaggio una casa credibile, trasformandolo in discorso condiviso e in assunzione di responsabilità: “Noi abbiamo mediamente a che fare col cibo tre volte al giorno, parliamo di andare su Marte e ne mentre quasi 1 miliardo di persone non ha regolare accesso al cibo. Sprechiamo un terzo del cibo prodotto che basterebbe a sfamare quattro volte chi non mangia. Allora quando ci dicono che bisogna massimizzare la produzione, ricordiamo che ci dicono una bugia. Non va massimizzata la produzione, bisogna produrre meglio e distribuire con giustizia. E allora si crea un sistema alimentare buono, pulito e giusto”, chiosa la Nappini prima di rilanciare con parole ancora più pesanti: “Come si fa a costruire un sistema alimentare equo? Si fa creando un'alleanza tra i cuochi e i contadini. A volte il fatto che esista una capra oppure un tipo di olivo o un formaggio è il motivo per cui certi luoghi non vengono abbandonati, per cui si continua a tenere aperta la bottega, per cui continua a passare il pulmino della scuola, per cui si crea una reale prospettiva concreta di vita e di lavoro in certi luoghi. Come Slow Food, auspichiamo che il diritto al cibo sia riconosciuto, sottomettendolo ad un governo etico e non alle speculazioni finanziarie. Oggi il cibo è trattato come ogni altra commodity, ma la differenza tra il cibo e questa giacchetta, questo microfono, queste sedie, è che senza cibo si muore. Pensate che il sistema alimentare di oggi sia buono, pulito e giusto? Dati i recenti avvenimenti in Iran, il 95% del traffico marittimo nel canale di Hormuz è collassato. E questo ha avuto impatti sulla produzione alimentare, perché da lì passava il gas naturale che è fondamentale per la produzione di fertilizzanti. Nel momento in cui non si producono fertilizzanti, viene meno una parte dell'agricoltura e nel momento in cui viene meno una parte dell'agricoltura entra in crisi l'approvvigionamento alimentare. Oggi è il momento di chiederci se questo è il sistema alimentare che vogliamo, quello che consente che il cibo sia strumento di guerra. La mancanza di cibo come strumento di guerra deliberato, la mancanza di cibo deliberata, scientificamente prodotta come strumento di guerra”.
3ª lezione: il cibo, per restare vivo, deve saper guardare oltre sé stesso
La testimonianza dell’operatore umanitario in aree di guerra Gennaro Giudetti ha introdotto dentro il festival un punto di vista necessario. Ha ricordato che la tavola dialoga con il mondo intero, con le sue ferite, con le sue disparità, con i suoi conflitti. E ha fatto una cosa preziosa: ha riportato la gastronomia dentro la realtà.
“Con Monica (Caradonna, ndr) ci siamo detti che era il momento di portare sotto i riflettori la mancanza di cibo – dichiara Guidetti - Per noi è tutto scontato. Vai al supermercato, compri, cucini, hai il gas, la luce, l'acqua. In tanti altri posti non è così. Sono operatore umanitario, e da 15 anni lavoro in zone di guerra. Sono stato a Gaza, sia nel 2024 con la FAO, che nel 2025 con l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ho visto come il cibo è scomparso letteralmente da Gaza. Si è iniziato a parlare di ecocidio, nel senso che hanno distrutto e reso incoltivabile l'oltre 90% dei terreni agricoli. A Gaza si è raggiunto per la prima volta il livello cinque di malnutrizione. C'è una scala, il Food Security, una classificazione, da uno a cinque. Cinque è carestia e raramente si raggiunge quel livello, perché è così grave che non puoi più tornare indietro, i danni all'organismo sono permanenti. Ecco, a Gaza si è sperimentato per la prima volta il livello cinque per malnutrizione indotta. Dall’uomo. Eppure, a Gaza c'erano migliaia di camion pieni di cibo fuori dalla Striscia che non facevano entrare. La domanda che mi faccio è sempre la stessa, quelli che abbiamo difeso fino adesso sono realmente diritti universali e per tutti, o forse quelli che abbiamo sempre tutelato e protetto sono i nostri privilegi? I nostri privilegi da bianchi europei occidentali?”.
Un festival cresce davvero quando trova il coraggio di ospitare anche questo. Quando accetta di aprire il proprio orizzonte.
4ª lezione: il territorio si racconta bene quando i luoghi produttivi diventano pensiero
La vigna laboratorio di Varvaglione è una delle immagini più efficaci lasciate da EGO. Perché restituisce all’agricoltura una centralità progettuale, quasi scientifica, senza toglierle anima. La vigna, in questo racconto, non è soltanto lo spazio da cui arriva il vino: è un presidio di osservazione, di ricerca, di adattamento, di visione. È il luogo in cui il Sud produttivo comincia a produrre il proprio linguaggio.
5ª lezione: la partecipazione popolare, quando viene chiamata con intelligenza, risponde con forza
I Salotti della Pizza hanno dato a EGO una delle sue fotografie più eloquenti: una marea di persone che ha risposto presente alla chiamata, riconoscendo alla pizza il suo valore più alto, quello di grande racconto collettivo italiano. La pizza, in fondo, è uno dei pochi linguaggi capaci di tenere insieme tecnica, accessibilità e identità.

6ª lezione: gli ingredienti diventano memorabili quando incontrano una visione
Il prosciutto all’acqua di mare di Santoro è un manifesto più che un salume. Partiamo dal dato tecnico: non è un prosciutto crudo, ma un prosciutto cotto artigianale lavorato a partire da cosce di suini italiani, selezionate nella filiera locale della Valle d’Itria. La differenza sostanziale è che al posto della classica salamoia viene utilizzata acqua di mare depurata a uso alimentare, proveniente dal Mediterraneo. Bene, da Ego è stato trasformato in piatto da Floriano Pellegrino e Pietro Penna. Il prodotto, da solo, possiede una forza. Il prodotto interpretato da una cucina consapevole si fa linguaggio.
7ª lezione: le filiere più evolute sono quelle che si parlano fra loro
Il formaggio di Vito Cecca in dialogo con il pane di Roberta Pezzella è una di quelle storie che spiegano meglio di tanti discorsi dove stia andando la gastronomia contemporanea. Nella relazione. Nel passaggio di mano. Nella capacità di un prodotto di continuare a vivere dentro il lavoro di un altro artigiano. È una forma di alleanza che vale moltissimo, perché restituisce alla filiera il senso profondo della parola comunità.
Da un lato c’è il progetto di Vito Cecca, che non è caseario ma culturale, lui che lavora il formaggio come un cuoco lavora un ingrediente. Dall’altro c’è il pane di Roberta Pezzella con la sua struttura, costruita su lievito madre, acidità controllata e cereali.

8ª lezione: oggi la ristorazione ha bisogno di raccontare la parte più umana di sé
Il Festival si è chiuso con la Dinner Incredible, una cena-evento internazionale capace di sintetizzare il senso di EGO: una dozzina di chef provenienti da Paesi diversi hanno lavorato come un’unica brigata dopo aver studiato il territorio, i produttori e le materie prime locali.
Finito il servizio, finito il festival, sotto un cielo di stelle ho incontrato Jacopo Ticchi, Gianluca Gorini ed Edoardo Tilli. Traiettorie diverse le loro, sensibilità molto personali. Tre chef che si riscoprono padri e che dentro questa dimensione hanno riletto il proprio mestiere. È un tema enorme, eppure ancora poco raccontato. La cucina italiana ha speso anni a glorificare resistenza, pressione, durezza, sacrificio. Oggi comincia a farsi spazio un’altra grammatica, più matura, in cui la fragilità, il tempo, la cura e la famiglia entrano nel discorso professionale. EGO ha intercettato anche questo cambiamento.

EGO ha lasciato il segno. Ha suggerito che Taranto può pensarsi a partire da ciò che produce, da ciò che sa ospitare, da ciò che sa raccontare, da ciò che riesce a mettere in relazione. Può pensarsi mediterranea nel senso più pieno del termine: fertile, aperta, colta, sensibile, produttiva. Può farlo attraverso la cozza tarantina, attraverso il pane, il vino, la pizza, i produttori, gli chef, le parole giuste.
La traccia più bella lasciata però da EGO Food Fest è l’aver ricordato a Taranto che la gastronomia non serve soltanto a celebrare il gusto, ma anche a costruire appartenenza, reputazione, economia, visione. Serve a mettere insieme le persone attorno a un’idea più alta di territorio. Serve a dire che il futuro, prima di arrivare, va immaginato. E poi coltivato, con la stessa pazienza con cui si cresce una vigna, si affina un formaggio, si impasta un pane, si alleva un pensiero.