Mikachan, il tempio del sushi che ha conquistato Roma

Tre anni di vita, quindici posti a sedere, prenotazioni a sei mesi e una sola filosofia, quella del rispetto. La storia di Mikachan e della sushi chef Micaela Giambanco è uno dei successi più incredibili e silenziosi nel panorama enogastronomico nazionale.

0
192
Mikachan

Sembra impossibile al giorno d’oggi immaginare una realtà ristorativa, nascosta dietro un palazzetto anonimo di una zona periferica della capitale e senza nessuna agenzia accreditata a favorirne la comunicazione, che dopo tre anni riesca ad avere la propria sala completamente riservata per i prossimi sei mesi. Eppure, nonostante tutte le difficoltà, può succedere. Mikachan nasce a dicembre 2018 con l’obiettivo di essere un’autentica itzakaya, un luogo dove i giapponesi si ritrovano dopo il lavoro e gli amici si incontrano per bere e rilassarsi, accompagnando la serata con del cibo, senza limiti di tempo.

 

Siamo nel quartiere Infernetto di Roma e l’idea è di Micaela Giambanco e suo marito Paolo. Entrambi visceralmente appassionati di cultura nipponica, ma non solo, perché Micaela nel 2018 si piazza tra i primi venti nella World Sushi Cup, raggiungendo l’inarrivabile risultato di essere tra le tre donne (unica italiana) più brave nel mondo.

Il ristorante

Studio, passione e dedizione, nati quando aveva 19 anni e per quasi due ha vissuto in Giappone frequentando e appassionandosi alla disciplina gastronomica. Micaela frequentava un collegio femminile e nel tempo è arrivata ad affiancare il suo primo maestro in un sushi bar di Tokyo. Se disciplina è la parola più adatta da utilizzare quando si parla di tradizioni orientali, rispetto è l’unica che le si possa avvicinare per onorarle degnamente. Il nome Mikachan nasce dal vezzeggiativo orientale che letteralmente significa “Piccola Mika”, appellativo che Micaela si porta dal Giappone e che ha utilizzato per la sua itzakaya.

Il ristorante è ben nascosto, ché forse la parola giusta è riservato, con l’ingresso alle spalle di un piccolo edificio dalla base commerciale situato in una via dell’Infernetto, nel tratto di una Roma periferica che si avvicina al mare. La sensazione è quella di entrare in un posto accogliente, caldo, di una semplicità riguardosa e al tempo stesso colorata. Non c’è niente di estemporaneo e (quasi) tutto è perfettamente dove dovrebbe essere secondo la filosofia di costume del locale. Pochi tavoli e tanti menu.

Un curioso potrebbe sentirsi spaesato dall’incredibile scelta messa a disposizione, rimbalzando tra nomi e ingredienti, affascinato dall’idea succulenta di stufati in brodo (Nimono), marinature acetate (Sunomono), grigliati (Yakimono) e fritti (Agemono), Takoyaki alla piastra, pasta in brodo tsuyu (Soba/Udon) o zuppe di miso (Misoshiru), fino agli Shabu-shabu e Sukiyaki. Passando poi alla carta degli Otsumami e dei Donburi, piatti completi in ciotole a base di riso bianco, piuttosto che a quella dei Ramen (nove tipologie in tutto). In questo posto leggere il menu, ordinare e attendere, rientrano di diritto nell’esperienza del mangiare.

Nigiri

I piatti 

L’esordio a tavola lo strappa un Buta kakuni (o Buta no kakuni). Una pancia di maiale brasata a fuoco lento per molto tempo, una tecnica che lascia al boccone la capacità di essere di un’avvolgenza totale, intensa nelle note di umami, con una piacevole dolcezza finale. Consistenza scioglievole e persistenza in gradevole equilibrio tra il cipollotto e la soia, che ne caratterizzano rispettivamente sia l’estetica di guarnizione che la tecnica di cottura.

Buta Kakuni

I Takoyaki a seguire sono un transfer goloso verso l’ordinata confusione di un mercato giapponese. Uno street food, di fatto, che a metà tra una polpetta e una frittella vedono la pastella a base di brodo dashi, avvolgere un polpo tenero a mo’ di sfizio. Vengono servite con la tipica salsa takoyaki, alghe in polvere, maionese giapponese e katsuobushi (fiocchi di tonnetto striato essiccato). Quest’ultimi, oltre a dare un senso estetico di movimento al piatto, esaltano la sapidità complessiva.

Takoyaki

Il Donburi scelto è il Katsudon. Base riso bianco con adagiata sopra la tonkatsu, una cotoletta alla giapponese con brodo saporito, cipollotto e uova. La panatura della lonza di maiale, fatta con il panko, la rende asciutta e leggera, quasi ariosa senza perdere croccantezza, mentre il brodo di dashi mescolato con soia, sake e mirin, insaporisce il riso bianco cotto al vapore restituendo variazioni di acidità che evolvono abbracciando la dolcezza della carne. Il cipollotto, l’erba cipollina e le uova, da una parte siglano componenti di carattere aromatico, dall’altro alimentano la completezza di un piatto equilibrato.

Katsudon

La leggerezza dei piatti facilita percorsi ampi e l’intensità dei sapori, ben gestiti nelle salse a favore delle materie prime, sposta continuamente l’orizzonte verso una nuova pietanza. Si torna al piatto piano con un elegante Unaju, dove un’anguilla laccata con alghe nori ed erba cipollina viene adagiata su un letto di riso. La laccatura risulta lucente e le sfumature che vanno a imbrunire le carni saporite, sembrano una pelle piastrata. Il risultato è piacevolmente appagante, apprezzabile la consistenza delle carni che avvalora la muscolatura ben definita del gusto, mai invadente la spennellatura.

Unaju
Sashimi

Perdersi tra tecniche orientali antichissime, rituali di lavorazione, di cottura e di servizio, è di per sé un viaggio dal fascino disarmante e nel non sentirsi mai arrivati; l’ultima tappa fondamentale da raggiungere è il Ramen. Un altro piatto completo, la cui complessità richiede diverse ore e diverse tecniche di preparazione. Lo Shoyu ramen è la declinazione tipica nella città di Tokyo, brodo scuro a base di soia, pancetta di maiale che una volta cotta è famosa come chashu, uova, cipollotto e noodles di grano. La lunga cottura della carne rende la sua consistenza leggera e coerente con l’armonia del piatto, le note speziate essenziali che arrivano dallo zenzero e dall’aglio arricchiscono la struttura del brodo. L’uovo (nitamago) ha un ruolo fondamentale nella rotondità del ramen, non solo per la particolare mordenza, quasi cremosa, ma per la lunga marinatura a base di soia.

Ramen
Shio Ramen

Sarebbe stato scontato chiudere tradizionalmente con un Mochi, piuttosto la scelta è andata sulla freschezza di un Hosomaki di sgombro marinato ed erba cipollina. Premia masticare la consistenza di un riso materico, richiama l’intero percorso la delicata marinatura di uno sgombro fresco e giustamente resistente, riequilibra il palato l’alga nori lasciandoti una persistenza pulita.

Hosomaki di sgombro marinato ed erba cipollina

Aspettare sei mesi per riuscire a varcare quella soglia, disorientarsi tra le vie periferiche fino ad accapare rassicurati dalle luci delle lanterne, accrescere le aspettative sfogliando i menu variegati e incredibilmente avvenenti, tutto questo val bene l’essere affrontato. Micaela e suo marito Paolo sanno accogliere e cucinare, ma soprattutto hanno la voglia continua di trasferire la vera tradizione che rappresentano. Gesti, ingredienti, nomi e rituali che hanno una sacralità fondamentale, con l’appagante capacità di gratificare sia la mente che il palato.

Indirizzo

Mikachan

Via Torcegno, 39, 00124 Roma RM

Tel: 338 173 7246

Sito web