La “pescatrice” che raccoglie a mano tonnellate di alghe per i migliori ristoranti. “Non è un lavoro per uomini, conta l’esperienza”

La storia di Scarlette Le Corre, “pescatrice rivoluzionaria” in un settore prettamente maschile. La storia di una tradizione secolare squisitamente bretone: la coltivazione delle alghe e il loro impiego in cucina.

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La notizia

Quella di Scarlette Le Corre è la storia di una pescatrice appassionata, attenta, meticolosa e profondamente legata al mare. Al suo mare. Quello bretone. Ma non è la storia di una pescatrice comune, piuttosto di una professionista che, con il suo lavoro, ha avuto la capacità di rivoluzionare la pesca in Francia e la più grande storia della coltivazione, della cultura e della cucina delle alghe in Bretagna.

Nel 1979 è stata una delle prime donne della nazione a prendere la qualifica come capitano di una barca per la pesca d’acqua salata. Da allora ha trascorso quattro decenni a lavorare instancabilmente in un’industria prettamente maschile. Osservarla mentre si muove in mezzo all’acqua è affascinante e quasi ipnotico, con i suoi stivali di gomma e lo sguardo che si sposta con sicurezza pronto a decidere dove raccogliere e dove tagliare. C’è concentrazione, c’è il pensiero di un fare gentile e convinto della strada intrapresa. Una strada che Scarlette ha cominciato a percorrere fin da bambina, con l’inconsapevolezza di chi segue l’istinto.

“La natura è generosa e ci dona molte ricchezze. – spiega Le Corre – mi nutro di alghe da 35 anni, mi fa sentire bene”. E proprio con quelle alghe riesce a creare pasti equilibrati, sfruttando tutti i nutrienti contenuti nelle diverse specie che raccoglie. A cominciare dalla colazione, “una fetta di pane o un toast con tartare a base di alghe crude, olio d’oliva, olio di colza e aceto di rombo”.

La giornata di Scarlette inizia alle 04.30 a Le Guilvinec, un piccolo porto di pescatori nel sud della Bretagna, il tipo di posto dove i graffiti di strada recitano “plus de pêcheurs, moins de supermarchés“, ovvero “più pescatori, meno supermercati”, e gli uomini trascorrono due settimane lavorando in mare. Fin dall’alba si sposta solitaria sulla sua barca bianca e arancione anni ’50 chiamata Mon Copain, prendendosi cura dei suoi campi coltivati di alghe e gettando le reti per sogliole, triglie, aragoste e polpo da vendere nei mercati cittadini. Poi ci sono i pomeriggi, che sfuggono velocemente con la raccolta di alghe in riva al mare.

Non c’è spazio per il fallimento in una professione considerata solo per gli uomini. Come donna in un mondo di uomini, non chiedo aiuto a loro, mi assumo la completa responsabilità fino alla fine, racconta con orgoglio e decisione. Perché proprio questo carattere, l’amore per il proprio lavoro, per il mare e i suoi “doni” sono stati la forza motrice del cambiamento che è riuscita a mettere in atto nel mondo della pesca delle alghe.

Da tempo immemore, andare alla ricerca di alghe selvatiche lungo la costa rocciosa del Finistère è stato un passatempo naturale. Ma lei, figlia di un pescatore, con le alghe ha iniziato a lavorare per integrare le entrate della famiglia. Erano gli inizi degli anni ’90, molto prima che questo” ortaggio marino” diventasse un “superfood” alla moda. L’algacoltura è una tradizione bretone secolare con cui Scarlette è cresciuta: “ho cominciato dal momento in cui ho potuto camminare”.

Solo nel mese di aprile, al culmine della stagione delle alghe selvatiche, Le Corre raccoglie in genere 10 tonnellate di thongweed (spaghetti di mare), breton kombu e royal kombu, il tutto a mano, solo con coltello e forbici. È un suo marchio di fabbrica, lo stile che la contraddistingue.

Oggi, l’algacoltura produce più di 30 milioni tonnellate all’anno di alghe a livello globale ed è in forte espansione. In Bretagna, dove la costa si estende per 2.700 km, il paesaggio offre un habitat ideale. L’eccezionale qualità dell’acqua, unita a chilometri di coste rocciose che proteggono dalle forti correnti, la rendono il luogo perfetto per questo tipo di coltivazione.

“La domanda di alghe sta crescendo in modo esponenziale, presto sarà considerato un prodotto di lusso”, afferma Scarlette Le Corre. L’arrivo di ottobre delinea il tempo di sospensione delle linee di coltura nell’Atlantico, che riprende dopo i duri mesi invernali a bordo della fedele Mon Copain. Pronta a raccogliere il frutto dell’attesa, alghe ricche di sostanze nutritive, di sapore e profumi.

Le alghe in cucina

Per secoli ritenute un alimento povero, solo da pochi anni le alghe sono state davvero rivalutate dai vegetariani. Ma oggi è una nuova generazione di chef bretoni a considerarle ingredienti eccellenti da utilizzare e interpretare.

Come David Royer al Castel Ac’h (Plougeurneau) e Mickaël Renard all’Hôtel de la Mer (Brignonan), che stanno elaborando piatti e menù dove le alghe rivestono un ruolo principale.

“Oggi mangiare le alghe è diventato moda, ma qui in Bretagna vengono consumate da sempre – sottolinea lo chef Royer – Al ristorante dobbiamo però stare attenti alla presentazione del piatto, incorporare l’alga arricchendo i vari elementi e non presentarla nella sua interezza. Questo è il modo migliore per utilizzarla, quello che funziona e risulta convincente”.

Fonte: bbc.com

Foto: Crediti Thomas Louapre per magazine.laruchequiditoui.fr