La fine del falso whisky giapponese: l’industria nipponica annuncia svolte radicali per tutelare l’autenticità

I nuovi regolamenti non saranno legalmente vincolanti, per questo le norme potrebbero non bastare. Si parte dal 1° Aprile e già alcuni player hanno iniziato a riposizionarsi.

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La Notizia

La Japan Spirits & Liqueurs Makers Association ha dato una svolta radicale al settore del whisky, annunciando l’introduzione di una serie di regolamenti, volti a frenare la diffusione di prodotti etichettati come “whisky giapponese”, ma che a volte tradiscono palesemente il consumatore. Finora infatti, il whisky giapponese aveva adottato delle politiche di settore completamente opposte a quelle scozzesi, che vanta in proposito alcune delle leggi più severe al mondo sui liquidi che possono essere definiti, e quindi etichettati, come “whisky scozzese”. Al contrario, i produttori giapponesi, nonostante il crescente impatto mediatico e di immagine riscosso del whisky prodotto sul suolo patrio, tra cui alcune etichette di pregio e ricercate, non avevano ancora adottato regolamentazioni stringenti in materia, lasciando vulnerabili le stesse case distillatrici.

La crisi dell’offerta, che ha sconvolto l’industria giapponese del whisky, presentando molta domanda a fronte di sempre minori scorte da immettere sul mercato, ha fatto sì che per la mancanza di leggi in materia di produzione e imbottigliamento molte aziende adottassero politiche border-line. Alcune pratiche hanno incluso l’importazione di whisky scozzese e l’imbottigliamento come se fosse giapponese. Altre invece hanno provato a mescolare lo scotch importato con lo Shochu (una bevanda alcolica popolare), chiamando il risultato pur sempre “whisky giapponese”. Insomma una situazione poco sostenibile che alla fine ha portato i leader di settore ad esprimere preoccupazioni per la tenuta economica e d’immagine di un distillato di malto ormai molto considerato all’estero, ma che poteva mettere a rischio la fiducia dei consumatori. E si sa che una volta che i mercati si sentono traditi (così come i consumatori) il danno è enorme e ricostruire l’immagine difficile.

Comunque sia, a differenza della Scozia, per il momento i nuovi regolamenti non saranno legalmente vincolanti per le aziende, abbastanza restie a cambiamenti così drastici; anche perché la crisi dell’offerta persiste. Rappresentano comunque una dimostrazione di forza da parte delle autorità che regolamentano il settore e porteranno nel tempo a cambiamenti. Si inizia a partire dal 1 ° aprile di quest’anno con l’introduzione di alcuni criteri che le aziende distillatrici dovranno adottare per poter scrivere in etichetta che si tratta di un “whisky” o di un “whisky giapponese”.

Intanto, le uniche materie prime consentite nella produzione saranno i cereali maltati, altri tipi di cereale e l’acqua estratta in Giappone. I cereali maltati però dovranno sempre utilizzati. La fermentazione, la distillazione e la saccarificazione dovranno avvenire in una distilleria situata in Giappone, con il volume alcolico del distillato che non deve superare il 95%. Le botti di legno, con una capacità massima di 700 litri, dovranno essere utilizzate per la maturazione del prodotto distillato e dovranno essere maturate in Giappone per un minimo di 3 anni. L’imbottigliamento dovrà avvenire in Giappone e il whisky dovrà avere un ABV minimo del 40%. Sarà consentita l’aggiunta di colorante al caramello, noto anche come E150a; una pratica comune nel whisky in tutto il mondo.

Questi nuovi standard, in fondo non estremamente selettivi e limitativi, andranno ad allineare i prodotti giapponesi con quelli di aree, come attualmente accade per l’Unione europea. Solo l’annuncio dell’entrata in vigore delle nuove norme ha portato ad un riposizionamento di alcuni player. “The Whisky Exchange”, ad esempio, il più grande rivenditore online di whisky al mondo, ha annunciato che modificherà le categorie dei prodotti giapponesi in vetrina. Il responsabile commerciale dell’azienda Dawn Davies si è favorevole all’iniziativa: «Accogliamo bene questa mossa per fornire al consumatore una maggiore trasparenza sui whisky provenienti dal Giappone. Riteniamo che queste misure aiuteranno il whisky giapponese a diventare ancora più popolare e forse incoraggeranno anche altri paesi e categorie di alcolici a seguirne l’esempio». Sebbene varie aziende abbiano dichiarato di aderire alle nuove normative, sempre su base volontaria, Dave Broom, giornalista e autore di un eccellente libro sul whisky del Sol Levante, ha sottolineato che le norme potrebbero comunque non bastare o non condurre alla scomparsa del falso whisky giapponese dal mercato. «Allo stato attuale, non c’è nulla che possa impedire a un imbottigliatore o produttore di shochu, che non è membro dell’Associazione, di continuare a rilasciare liquidi etichettati in modo dubbio». 

Fonte: Forbes