Contagi Covid, i ristoranti tra i luoghi più sicuri e meno a rischio secondo una ricerca: ma le restrizioni continuano

la Public Health England ha tracciato gli spostamenti di 128mila positivi britannici fra il 9 e il 15 novembre 2020, elaborando una classifica dei luoghi più a rischio.

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La Notizia

Erano apparse fin dal primo momento come misure discutibili, quelle che disponevano la chiusura dei ristoranti e di altri luoghi di possibile contagio: i dati in base ai quali erano state decise, li aveva visti qualcuno? Alla fine il governo ammise che no, quei dati non esistevano: si trattava di togliere alle persone qualsiasi motivo per uscire di casa, che non fosse correlato a urgenze indifferibili, di salute o di lavoro. A distanza di parecchie settimane, però, i dati ci sono: sia quelli dei contagi, che come previsto non sono calati, visto che è rimasto possibile spostarsi a casa di amici senza misure di distanziamento; sia quelli sui luoghi dove ci si contagia davvero.

In particolare la Public Health England ha tracciato gli spostamenti di 128mila positivi britannici fra il 9 e il 15 novembre 2020, elaborando una classifica dei luoghi più a rischio. Primi risultano i supermercati con un 18,3% di contagi, seconde le scuole secondarie con il 12,7% e le primarie con il 10,1%, gli ospedali sono quarti con il 3,6%, seguiti dalle case di cura con il 2,8. Bisogna scorrere la lista fino al quattordicesimo posto per trovare i ristoranti, con un misero 1%, subito dopo le palestre (altro settore martoriato) con l’1,1%.

Risultati convergenti con una ricerca del mese di ottobre, questa volta a firma Altamedica: a un campione di positivi è stato chiesto quali luoghi avessero frequentato nei quindici giorni precedenti, finestra del contagio. Procedendo per esclusione, si è così verificato che ristoranti, palestre, teatri e cinema non erano stati frequentati per nulla o comunque in minima parte dai contagiati, contrariamente ai mezzi pubblici. In particolare il 93% non aveva frequentato ristoranti, il 92% bar, il 94% cinema o palestre.

Il prezzo tuttavia è stato altissimo: la Fipe-Confcommercio stima per il 2020 una perdita di 37,7 miliardi di euro per il comparto. Secondo il suo centro studi, le chiusure nei mesi di novembre e dicembre sono state ferali: è infatti nel periodo di Natale che molti generano il 20% del fatturato annuo. Le perdite dell’ultimo trimestre avrebbero addirittura superato quelle del secondo, in pieno lockdown totale, segnando un -57,1% di ricavi, pari a 14 miliardi. Di fatto il recupero estivo, che già aveva escluso le città d’arte, falcidiate da un -80%, è stato vanificato.

La ristorazione italiana – ha dichiarato Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio – non ha pace: ogni volta che si avvicina la scadenza delle misure restrittive, ne vengono annunciate di nuove e si riparte da zero. Così anche il primo provvedimento del 2021 ha disposto la chiusura di bar e ristoranti nel fine settimana, lasciando gli imprenditori nell’incertezza dall’11 gennaio in poi, con i danni e le distorsioni che ne conseguono. Chiediamo a Governo e Comitato Tecnico Scientifico di dare prospettive diverse – più certe, ma anche più motivanti – a un settore che ha pagato un prezzo altissimo, ma soprattutto che ha già dimostrato di poter lavorare in totale sicurezza. Non è più accettabile che i pubblici esercizi, insieme a pochi altri settori, siano i soli a farsi carico dell’azione di contrasto alla pandemia, costretti a un sacrificio sociale non giustificato dai dati e non accompagnato da adeguate e proporzionate misure compensative. È indubbio che per uscire da questa crisi occorra il contributo di tutti, ma proprio per questo non si può caricare sempre sulle spalle delle stesse categorie il peso del contenimento della pandemia, affossando nel contempo un settore strategico per l’economia del Paese e per la vita quotidiana delle persone.”