Ristoranti: tavoli ridotti, controlli di temperatura, menu usa e getta. Le misure attuate da chi ha già riaperto

Sulla costa occidentale degli Stati Uniti, provano a declinare la bozza di un possibile protocollo per far ripartire il settore seguendo l’esempio di Hong Kong

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La Notizia

Dare forma all’informe e provare a immaginare il futuro post covid-19 anche nel campo della ristorazione è forse la sfida più difficile in un momento di distanziamento sociale. Il timore per il nemico invisibile, che si celasse sotto il sorriso sincero di un amico come di un affabile cameriere, potrebbe allontanare per molto tempo i clienti dai ristoranti. E se per gelaterie, pasticcerie e bar la ripresa potrebbe essere meno traumatica, per il mondo della ristorazione nuovi guai potrebbero nascere all’indomani della riapertura. Per questo, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, provano a spingersi oltre con la fantasia e a declinare la bozza di un possibile protocollo per far ripartire il settore, il più colpito e messo in ginocchio dalla pandemia e dal lockdown. Anche dopo le riaperture, i ristoranti dovranno seguire rigorose misure precauzionali nelle loro sale da pranzo e in cucina, incluso il controllo della temperatura dei clienti alla porta, che richiederà ai camerieri di indossare sempre maschere e guanti, la riduzione dei tavoli in sala di almeno il 50%, per aumentare la distanza fisica, e fornire menu usa e getta. Queste sono solo alcune delle ipotesi messe in campo, anche in maniera azzardata, ragionando sulla possibilità di aprire i locali in futuro.

Nella conferenza stampa di martedì scorso, il Governatore della California Gavin Newsom ha infatti descritto un piano globale, coordinato insieme con il Governatore dell’Oregon Kate Brown e il Governatore di Washington Jay Inslee, in cui alcuni paragrafi hanno riguardato anche la ristorazione. «Non esiste un protocollo ufficiale che altri Paesi hanno pensato e stilato per la riapertura dei ristoranti. Ci sono alcune proposte che sono state avanzate in diverse parti del mondo. Noi le stiamo vagliando e valutando, in modo da cogliere le migliori pratiche, per poter garantire la ripresa in sicurezza quando essa avverrà – ha dichiarato il Governatore Newsom -. Parlando di come sarà la nuova normalità, come ho già detto, normale non sarà. Almeno fino a quando non avremo l’immunità di gregge e un vaccino. Per cui in futuro, forse anche prossimo, dipende dalla curva dei contagi, si potrebbe cenare con un cameriere che indossa guanti e forse anche un dispositivo facciale di sicurezza; potrebbe essere una cena in cui il menu è usa e getta, oppure è leggibile solo su App; in cui la metà dei tavoli non ci sono più e dove viene controllata la temperatura prima di entrare nel locale».

Da questo punto di vista uno dei luoghi da monitorare è senza dubbio Hong-Kong, investita parzialmente dall’epidemia di Covid-19 e che pur nelle restrizioni che il distanziamento sociale impone, per proteggere la popolazione, vede comunque aperti i ristoranti. Hong-Kong dunque, che ancora non ha perso la sua vocazione di vivere all’occidentale, pur avendo perso lo status di città-stato autonoma, con tutto quello che è conseguito tra rivolte sociali e proteste, può anticipare a livello planetario gli orizzonti d’attesa della ristorazione post pandemica.

Dal 3 aprile infatti, i bar, i pub, le sale karaoke e le discoteche di Hong Kong sono chiusi e lo rimarranno fino al 23 aprile. I ristoranti, invece, e qui viene la parte che più ci interessa, sono autorizzati a rimanere aperti, ma solo consentendo la metà della loro normale capienza. I tavoli possono essere occupati da un massimo di 4 persone e devono essere posizionati ad una distanza di 1,5 metri, l’uno dall’altro. I controlli della temperatura corporea sono obbligatori per tutti i clienti. Gel disinfettanti per le mani vengono consegnati ai clienti all’arrivo. Inoltre i clienti sono obbligati ad indossare le mascherine prima e dopo i pasti. Alcuni ristoranti hanno deciso di chiudere le porte, altri hanno deciso di istituire un servizio di consegna a domicilio.

Per tornare invece alla conferenza stampa americana, il Governatore dell’Oregon Kate Brown da canto suo ha proseguito dicendo che è loro intenzione formare una task force di imprenditori e di professionisti, a cui si uniranno esperti di salute e di epidemiologia, per discutere come effettivamente realizzare la graduale riapertura dei settori, compresi i ristoranti. «Questo potrebbe includere linee guida con nuovi servizi di sicurezza come barriere e divisori in plexiglass anche sui tavoli o nuovi Dispositivi di Protezione Interpersonale (DPI) da far indossare ai clienti per soddisfare i requisiti di sicurezza». Newsom ha anche affermato che ci sono buone probabilità che anche altri governatori degli Stati che si affacciano sul Pacifico possano aderire al protocollo regionale, aggiungendo che le osservazioni che saranno contenute del documento, solo in minima parte accennate in conferenza stampa, potrebbero rivelarsi premonitori per esperienze culinarie anche in altre parti degli Stati Uniti.

Su quando potrà iniziare questa nuova normalità al momento non ci sono risposte. Tutto è ancora molto fluido. C’è oscillazione di intenti tra coloro che vogliono misure più restrittive e coloro che ne vogliono di meno. Anche all’interno delle stesse fazioni non c’è uniformità di posizioni tra chi insiste sulla responsabilità individuale e chi sulle norme di responsabilità sociale. «Non ci sono interruttori che si possono accendere o spegnere. Direi piuttosto che la situazione è più simile a un dimmer – ha concluso il Governatore Newsom – che regola l’intensità della luce e si può mandare avanti e dietro. Certo, non è il tipo di atmosfera a cui siamo abituati in un ristorante, ma a questo punto, cenare fuori in qualsiasi condizione di illuminazione sarebbe comunque un gradito cambio di ritmo e un piccolo ritorno alla normalità».