Licenziati 2000 dipendenti della Union Square Hospitality Group di Danny Meyer con 18 ristoranti a New York

Con la crisi economica causata dal coronavirus anche Oltreoceano i più grandi gruppi ristorativi e non solo si trovano a dover affrontare il delicato tema licenziamenti

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La Notizia

Non solo a livello sociale, ma ahimè, come prevedibile, anche a livello economico le ripercussioni della pandemia coronavirus si stanno repentinamente facendo sentire anche Oltreoceano.

Ieri, infatti la Union Square Hospitality Group (USHG) di Danny Meyer, una delle società di ristorazione più importanti degli Stati Uniti con 18 ristoranti nella Grande Mela, 2 a Washington DC e la sede aziendale a Manhattan, ha annunciato il licenziamento di 2.000 dipendenti pari all’80% della sua forza lavoro. Con la chiusura di tutti i suoi ristoranti per l’emergenza Covid-19 la società si è trovata costretta a  lasciare a casa i dipendenti per la mancanza di flussi di cassa e per l’incertezza della situazione. “In assenza di entrate, i ristoranti semplicemente non possono pagare i membri del nostro team non lavorante per più di un breve periodo di tempo senza diventare insolventi. In questo scenario, nessuno vince”, ha dichiarato Danny Meyer, amministratore delegato dell’azienda. Meyer ha proseguito dicendo che donerà il proprio stipendio e farà tagli sostanziali anche a quelli dei dirigenti del gruppo per istituire un fondo di assistenza per i dipendenti.

A testimonianza che questa è un’emergenza sanitaria ed economica mondiale e non la contingenza isolata di una singola impresa sono arrivate le decisioni di altri importanti gruppi ristorativi degli USA. Già la settimana scorsa, infatti, quando a New York non era stato ancora proclamato lo stop ad ogni tipo di attività ristorativa, gruppi come il Major Food Group e i ristoranti di Jean-Georges Vongerichten avevano dovuto affrontare il delicato tema dei licenziamenti e decidere  di lasciare a casa parte del personale anche se fossero rimasti aperti per delivery e take-away. “Dobbiamo prendere decisioni spartiacque ogni 30 minuti. Decisioni che normalmente prendiamo ogni tre o sei mesi“,  ha detto Jen Pelka, proprietario del Riddler, un wine bar con sedi nel West Village e nella Hayes Valley di San Francisco. Anche lo chef e ristoratore Tom Colicchio, che la settimana scorsa aveva dichiarato di non aver visto nulla crollare così velocemente nemmeno dopo l’11 Settembre, ha annunciato 300 licenziamenti tra il personale dei ristoranti Crafted Hospitality a New York e  a Los Angeles.

Nella comunicazione ai suoi dipendenti la USHG ha dichiarato che i licenziamenti sono  necessari per l’insostenibilità finanziaria della situazione e hanno lo scopo di consentire ai suoi ormai ex dipendenti di fare domanda di disoccupazione, domanda che però, a quanto pare, presenta notevoli difficoltà ad essere espletata. Tutti i gruppi del settore ristorativo, infatti, sostengono che gli aiuti per come sono strutturati sono del tutto inadeguati per la situazione attuale. “I nostri capi di Governo devono immediatamente emanare lo stato  di emergenza che preveda un reddito universale di base temporaneo per i lavoratori del settore enogastronomico  che sono rimasti a casa e  attuare un piano di salvataggio dei ristoranti. Non possiamo aspettare”, ha scritto Andrew Rigie, capo della NYC Hospitality Alliance.

La National Restaurant Association ha stimato, che per la pandemia coronavirus, nei prossimi tre mesi, i ristoranti subiranno una perdita di 225 miliardi di dollari. L’associazione chiede, quindi, al Governo Federale un pacchetto di aiuti che includa un fondo di recupero di 145 miliardi di dollari, sovvenzioni in blocco, prestiti alle piccole imprese e aiuti fiscali. Se, infatti, quella appena descritta è la situazione dei grandi gruppi ristorativi è facile immaginare quanto più grave possa essere quella dei singoli ristoranti indipendenti. Il coronavirus attacca anche la gastronomia.