Selosse, non è uno Champagne per dilettanti

Un'idea diversa per vinificare i vitigni de La Champagne, un’alternativa vincente che con gli anni si è affermata in maniera sempre più convincente.

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La Storia

Come diceva Jim Morrison: non c’è peggiore nostalgia che rimpiangere ciò che non è mai successo. Per anni gli Champagne Selosse sono stati tra i più temuti dai sommelier e dagli avventori improvvisati. Champagne che sembravano dedicati esclusivamente agli addetti ai lavori o a quelli che in Francia chiamano “le client averti”, il cliente avveduto, cosciente, esperto, preparato.

E quindi ogni volta che ho richiesto o proposto, a seconda del ruolo che mi toccava, cliente o cantiniere, comandandolo per me o stappando per altri un Selosse, la domanda antipatica da subire o da fare era sempre la solita: “conoscete già questa tipologia di Champagne?” E spesso l’imbarazzo di fronte ad un prodotto non conosciuto ma di cui si è sentito parlare con enfasi da amici e sedicenti esperti portava a momenti decisivi: berlo o non berlo? Ma è buono o non è buono? Ma sa di tappo o è solo ossidato?  Detesto dare consigli, non li voglio dare neanche a chi me li ha esplicitamente chiesti, in quel caso preferisco fermarmi ad una indicazione prossima al primo incrocio, che potrebbe essere comunque già sbagliata se interpretata da un punto di vista diverso.

Questa è una filosofia di vinificazione di uno Champagne che ha spaccato il fronte. Ma anche avendo deciso da quale parte stare di principio poi bisogna anche farsi il segno della croce di fronte all’apparente o evidente irregolarità di un prodotto che raramente ridona le medesime emozioni ogni volta che lo si assaggia. La Biodinamica, il metodo Solera, la spremitura tradizionale, la fermentazione in barrique. Tutti argomenti che tenevano banco ad ogni stappo fino a rendersi conto che si stava parlando con il bicchiere vuoto perché la bottiglia era già finita, e la salinità, la sapidità, la complessità, l’intensità e la bevibilità spregiudicata di un vino di Anselme Selosse aveva avuto la meglio su ogni discussione.

Fin qui generalizzando, perché dai sette ettari di terreno vitato, di cui uno di pinot noir e il resto chardonnay, e nelle dichiarate 45/50mila bottiglie messe in commercio annualmente, risiedono le espressioni di diversissimi vini di Champagne, per quanto tutte le cuvèe siano ottenute da vini di tre annate differenti. E allora qui ognuno potrà scoprire individualmente quale sarà il vino preferito di Selosse. Sto parlando di vino perché di vino si tratta e non della solita bollicina passepartout. Si potrà affrontare con una certa serenità il Brut Initial, che già però sposta molti parametri abituali altrove collocati staticamente sui sentori riconoscibilissimi in un Blanc de Blancs. Caratteri ancora più accentuati nel Version Original dove oltre alla lunga permanenza sui lieviti, nessun dosaggio verrà effettuato al momento dello sboccamento, compensando l’inevitabile perdita di liquido con il medesimo vino.

Superato questo sbarramento ci si potrà avventurare nelle profondità occulte del Substance con qualche timore ma con un già discreto portafoglio di esperienza, quasi da “client averti!”. Substance è di nuovo uno dei cento vini da bere in questa vita. Qui, il passaggio in barrique nuove e il metodo Solera possono lasciare il segno sul breve periodo, ma con pazienza e coscienza si potrà apprezzare un vino che esce da quasi tutti gli schemi conosciuti, magari sopportando qualche iniziale puzzetta, disperdibile nell’aria tramite caraffatura.

Si, qui un passaggio in caraffa può essere veramente utile per non dire “molto consigliato”. Il Contraste è il mio preferito. Pinot noir 100% con sfaccettature infinite che possono mettere a disagio le menti ottuse. Meglio annusarlo e berlo a occhi chiusi. Il viaggio potrebbe partire da un bosco profumato di fragoline di bosco e finire su una scogliera atlantica. Il Rosè (quando ci prende) è quanto di più ruffiano e godurioso che si possa immaginare sul tema. A volte sembra fatto come un kir royale tanto è buono e diretto. Stappato una notte di fine d’anno vicino a rosé impressionanti quali Krug e Dom Perignon sembrava volerli prendere in giro con il suo modo irriverente e spavaldo di riproporre un tema conosciuto ma interpretato con intensa leggerezza. Molto interessante la declinazione “dolce” del Blanc de Blancs Exquise, che coniuga freschezza e delicata dolcezza agrumata e può diventare una nobile sostituzione ad un vino dolce da fine pasto, così come un vino da bere in ogni momento della giornata, con niente, ma in buona compagnia si, in quanto molto gradito dai palati femminili. Può succedere infine di incappare in qualche raro millesimato, bottiglie che sarà il caso di non lasciare in mani incaute e procedere immediatamente allo stappo.

Finisco con un pensiero dolce, che lo è fino ad un certo punto, trattandosi del giocoso e raro “il etait une fois“. Vino che parla francese ma che al primo approccio fa viaggiare istintivamente la mente verso Jerez de la Frontera. Si tratta di un mosto d’uva con alcool a 15° in originale bottiglia da 0,70. Si tratta di un “ratafià” speciale fatto a modo suo da Anselme Selosse. Mosto d’uva delle vendemmie 1997–1998–1999 addizionato di alcool e tenuto in botti di legno sino al 2008, anno dell’imbottigliamento. Prodotte in tutto 3000 bottiglie di cui 1500 destinate all’Italia.

Un po’ di storia dal sito dell’importatore? Moon Import. Nel 1980 Anselme Selosse prende la direzione dell’azienda del padre Jacques Selosse con il prezioso aiuto della moglie Corinne. L’azienda possiede circa 7 ettari, la maggior parte dei quali di Chardonnay Grand Cru nei comuni di Avize, Cramant e Oger, una vigna di Pinot Noir Grand Cru ad Aÿ ed una ad Ambonnay. La produzione globale annuale si aggira intorno alle 45.000 bottiglie.

Ogni due anni viene inserito in profondità nei loro terreni un composto organico per favorire la valorizzazione del terroir. Anselme Selosse, durante ogni primavera ed autunno, lavora il terreno al fine di renderlo leggero e poroso per permettere un miglior passaggio dell’acqua. Le piante sono mantenute basse con un rendimento inferiore ai 2/3 della resa media in Champagne. Le difese immunitarie della vigna sono sollecitate in modo naturale, senza alcun impiego di trattamenti chimici. Dopo la spremitura tradizionale il mosto viene messo inbarrique per la fermentazione, che inizia senza l’aggiunta di lieviti selezionati ed avviene con batonnage settimanale durante il periodo invernale e mensile durante l’estate. Tale processo prosegue naturalmente senza alcun intervento e dura a volte sino a luglio. La fermentazione malolattica è contenuta, l’acidità naturale del vino non viene neutralizzata poiché i concimi non contengono potassi minerali e non si effettua mai alcun tipo di filtrazione.Anselme Selosse afferma che il suo ruolo non è quello di standardizzare il gusto, ma di raccontare la storia dei suoi vigneti rispettando la vocazione del vino e del terreno. Per questo non utilizza lieviti selezionati durante la fermentazione e preferisce il fruttosio puro d’uva per il dosage al momento del dégorgement.

Queste due particolarità, proprie dello Champagne Jacques Selosse e di altri pochi produttori, assicurano un gusto che esalta le caratteristiche della particella di terreno sulla quale l’uva è stata colta. Ne volete ancora di Selosse? Beh, allora ci sarebbero – a trovarli- i sei cru selezionati e venduti in punta di dita: Les Carelles Blanc de Blancs di Mesnil-sur-Oger, Les Chatereines Blanc de Blancs di Avize, Chemin de Chalon Blanc de Blancs di Cramant, La Côte Faron Blanc de Noirs d’Ay, Le Bout du Clos Blanc de Noirs di Ambonnay, Sous le Mont Blanc de Noirs di Mareuil-sur-Ay. Buon divertimento et à bientot les amis