Il ristorante Sustànza, guidato dallo chef Marco Ambrosino, annuncia la chiusura e la conclusione del percorso avviato nel cuore di Napoli, negli spazi di ScottoJonno in Galleria Principe di Napoli. Il 28 febbraio sarà l’ultimo servizio.
Foto di Letizia Cigliutti
Sustànza è stato, fin dal principio, un luogo di visione: un indirizzo capace di tenere insieme ricerca, memoria e contemporaneità senza mai cercare scorciatoie. Una tavola che ha parlato di Mediterraneo non come cartolina, ma come geografia viva e complessa: scambi, migrazioni, spezie, braci, fermentazioni, acidità, stratificazioni culturali. In questi mesi, Ambrosino e la sua brigata hanno trasformato ogni servizio in un discorso coerente, personale, necessario.

La chiusura arriva come scelta consapevole, nel segno di un tempo nuovo: quello in cui anche i progetti più intensi sanno riconoscere il momento di fermarsi per lasciare spazio a ciò che verrà. Resta il lavoro fatto, restano le persone, resta una comunità di ospiti che ha deciso di affidarsi a una cucina non accomodante, ma profondamente generosa.

La rivoluzione culturale di Marco Ambrosino
Ne avevamo scritto giusto un anno fa, ed oggi affidiamo nuovamente il racconto alle parole di Leonardo Samarelli: "Il cuoco originario di Procida è uno studioso e un creativo, amante dell’antropologia umana e curioso di andare a indagare quei popoli che per secoli hanno abitato il Mediterraneo, bacino geografico protagonista della sua cucina. Le diverse culture di questa regione che hanno influenzato la penisola italiana, sono il filo conduttore dei piatti di Marco Ambrosino, che dopo i 10 anni milanesi trascorsi al 28 posti, è tornato vicino alla sua terra natia desideroso di portare a Napoli qualcosa di nuovo e di sfidare così la tradizione, termine “sacro” e indissolubile in ogni quartiere della città". Nella capitale partenopea, Ambrosino aveva saputo creare "un’insegna solida e matura, per un percorso culinario capace di andare al di là del cibo, riflettendosi nel valore dell’esperienza e nello studio dei popoli".

Le dichiarazioni dello chef
«Sustànza è stata una casa di pensiero prima ancora che un ristorante: un posto in cui la cucina poteva prendersi la libertà di essere cultura, identità, gesto politico e umano. Chiudere non significa cancellare, significa proteggere ciò che è stato e preparare il terreno a un nuovo capitolo», è il messaggio che accompagna l’annuncio. Un momento che merita rispetto: non un “addio” gridato, ma una chiusura che ha il tono delle cose importanti, quando si scelgono con lucidità e con cura.
