Attualità enogastronomica

Marco Pierre White mangia da McDonald's e difende il fast food: "Non ci sono solo i 3 stelle”

di:
La Redazione
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Esiste un confine sottile, quasi impercettibile, tra l’alta cucina e il consumo popolare, un limite che solo i giganti del gusto sanno abitare con disinvoltura. Marco Pierre White, l’enfant terrible della ristorazione britannica, ha recentemente dimostrato che l’atto del nutrirsi non richiede sempre il rigore del cerimoniale: può infatti riscoprirsi come un gesto di pura, edonistica leggerezza.

Un’estetica del silenzio: tra Warhol e il Wiltshire

In un video dal sapore cinematografico pubblicato su Instagram, lo chef che ha ridefinito il concetto di fine dining si mostra intento a consumare un cheeseburger di McDonald’s. L’operazione non è un semplice contenuto social, ma un “omaggio” alla celebre performance di Andy Warhol del 1981. Immerso nella quiete della sua dimora nel Wiltshire, White eleva il fast food ad oggetto d’arte: non vi sono parole, solo il fruscio tattile dell’incarto, il gorgoglio del ketchup versato con cura da una bottiglia di vetro e il ronzio soffuso di un pomeriggio in campagna.

È l’essenza della semplicità che si fa simbolo della goduria pop. "Non mi piace molto l'eleganza", confessava del resto lo chef in una recente intervista ad AGA. "Sono cresciuto in una famiglia operaia. Il palato di una persona nasce dall'infanzia."

Il peso del carisma e l’eredità del gusto

Sebbene Marco Pierre White abbia restituito simbolicamente le sue tre stelle Michelin oltre un quarto di secolo fa (ricordate il clamore dei network gastronomici in quel periodo?), la sua influenza rimane una forza gravitazionale insuperata. Mentre colleghi come Gordon Ramsay o Jamie Oliver hanno costruito imperi mediatici, quello di White resta l’unico vero "patrimonio nazionale" della cucina inglese. Ogni sua mossa, per quanto apparentemente trasgressiva, viene analizzata con reverenza. Il fatto che un suo pasto frugale generi più discussioni di un menu degustazione contemporaneo testimonia quanto la sua figura trascenda la cucina per farsi esempio (e, talvolta, trend).

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Una filosofia democratica: la qualità oltre il blasone

La predilezione di White per il colosso del fast food non è una provocazione recente, bensì una posizione ideologica maturata negli anni. Già nel 2007, lo chef difese la catena sottolineando la costanza qualitativa e l’approvvigionamento delle materie prime — uova da allevamento all’aperto e manzo irlandese — ponendole in diretto confronto, per rapporto qualità-prezzo, con locali ben più pretenziosi. Per White, non si tratta di un'operazione commerciale, ma di un "gentile cenno all'eguaglianza alimentare": il riconoscimento che un buon sapore non deve necessariamente essere un privilegio per pochi.

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Tim James-Mabel Gray

La risposta al criticismo: il primato dell'esperienza

Naturalmente, l’immagine del maestro che addenta un panino “industriale” ha sollevato un coro di dissenso tra i puristi. Di fronte all'accusa di aver "venduto l'anima", la replica dello chef è stata fulminea e intrisa della sua proverbiale sicurezza: "E quante stelle Michelin hai vinto tu, ragazzo?". È un monito che chiude ogni dibattito: l’autorità di giudicare il cibo non deriva dal pedigree del piatto, ma dalla capacità di capirne l’onestà. In ultima analisi, la lezione che Marco Pierre White ci consegna tra le pieghe di un sacchetto di carta è preziosa: il mondo dell’enogastronomia guadagna in verità quando smette di prendersi troppo sul serio. Mangiare e bere tornano così a essere ciò che dovrebbero sempre essere: un piacere libero da sovrastrutture.

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