Negli ultimi anni l’Etna è diventato uno dei nomi più ricorrenti del vino contemporaneo, un luogo che funziona prima ancora di essere compreso, capace di attrarre investimenti, nuovi progetti e narrazioni internazionali che spesso si sovrappongono alla complessità reale del territorio. Quando questo accade il rischio non è la crescita, ma la semplificazione, perché un territorio molto raccontato tende a trasformarsi in immagine più che in esperienza agricola.
È in questo contesto che si colloca la storia di Stef Yim e della sua Azienda Agricola Sciara, in modo laterale, quasi silenzioso. Il suo percorso non nasce da una tradizione familiare né da un radicamento geografico originario. Nasce piuttosto da una traiettoria personale che attraversa mondi diversi, dalla California alla Francia fino alla Sicilia, e che trova sull’Etna una sintesi possibile.
Un approdo costruito per sottrazione
Nativo di Hong Kong e cresciuto a Pasadena, in California, Stef Yim entra nel vino attraverso il lavoro di sommelier prima e di tecnico di cantina poi, con un passaggio decisivo in Francia, a Madiran, dove osserva da vicino un cambiamento progressivo del clima e dello stile dei vini. Le vendemmie si anticipano, le acidità si riducono, la freschezza diventa sempre più difficile da preservare. Non è una riflessione teorica ma una constatazione quotidiana che lo accompagna nella costruzione di una nuova idea di viticoltura.

La scelta dell’Etna nasce così da tre intuizioni semplici, che nel tempo diventano un progetto coerente. L’altitudine come possibilità di rallentare il ciclo vegetativo e preservare tensione, l’energia vulcanica come matrice minerale unica, e una memoria sensoriale costruita attraverso degustazioni alla cieca nelle quali più volte riconosce grandi Borgogna in vini che si rivelano poi etnei. Non si tratta di imitare, ma di riconoscere una possibilità diversa di purezza espressiva. Quando arriva sul versante nord del vulcano circa undici anni fa, prende forma l’Azienda Agricola Sciara come progetto di piccola scala e impostazione radicalmente agricola. Le vigne si collocano tra i 720 e oltre i 1200 metri di altitudine, fino a spingersi a un’estremità che per anni è stata considerata quasi impraticabile. Il nome stesso “Sciara” deriva dall’arabo e indica la lava solidificata, una terra apparentemente sterile che in realtà diventa spazio vitale per la vite.

Una lettura verticale del vulcano
Il lavoro in cantina è coerente con questa impostazione, tra fermentazioni spontanee attraverso pied de cuve, interventi minimi e un uso della tecnologia dichiarato senza ideologia; osservare i dati, ma lasciare che sia il vigneto a decidere il ritmo. Tra le sue etichette che vedono le varietà a bacca rossa come protagoniste, un unico bianco, Ubriaco sulla Luna, un vino che non ha una formula fissa. Carricante, Catarratto, Minella e altre varietà etnee si muovono tra contrade e altitudini diverse, fermentano in modo spontaneo e affinano in vetroresina e ceramica. È un bianco che cambia ogni anno, quasi un taccuino sensoriale del vulcano, con etichette che mutano come i cicli lunari a cui si ispira.

La lettura dei rossi segue invece una progressione altimetrica che diventa linguaggio, si parte dai 760 metri, tra le contrade di Sciaranuova e Taccione, dove il Nerello Mascalese e una piccola quota di Nerello Cappuccio danno vita a un vino essenziale e nervoso. La fermentazione è spontanea, l’affinamento in rovere francese costruisce un profilo diretto, dove la mineralità è linea e il frutto resta teso, quasi vibrante. Salendo a 980 metri, il Nerello Mascalese in purezza proveniente da parcelle come Carrana, Barbabecchi e Monte Dolce cambia completamente registro. Le vigne superano spesso il secolo di età e il suolo si fa più stratificato, ricco di cenere e memoria vulcanica. Qui il vino si allarga, pur restando verticale, con una profondità che sembra nascere prima del frutto.

Cambio di passo e cuore identitario lo ritroviamo nel Centenario, vino prodotto a 630 metri, da vigne di oltre cento anni nel Feudo di Mezzo. Un sorso che emoziona e sorprende, dove l’eleganza è la parola chiave. È materia che sembra venire prima del tempo, una interpretazione quasi archeologica del vulcano. Su questa stessa lunghezza d’onda si inserisce Sensazione di Lava, che insieme al Centenario convince e incuriosisce per la sua idea di partenza, frutto di un uvaggio di Nerello Mascalese e Grenache, con il 60% di Nerello e il 40% di Grenache. Il nome del vitigno, però, porta con sé una storia ampia e stratificata, infatti la stessa varietà in Spagna si chiama Garnacha, in Sardegna Cannonau, e in Francia è conosciuta come Grenache, varietà dalla geografia ampia e dai molti nomi. L’intenzione è realizzare un rosso più particolare, capace di tenere insieme la tensione del Nerello e il respiro mediterraneo della Grenache. La frutta arriva soprattutto da Tataraci, con una piccola parte da Nave, e il vino conserva un profilo essenziale, fresco e minerale: Stef precisa che l’affinamento è in vetroresina, scelta che lascia il vino libero di esprimere la sua voce più nitida, con un amaro controllato e una chiusura molto sapida.


Il passaggio decisivo arriva a 1200 metri, dove la Grenache in purezza diventa un esercizio di rarefazione. Qui la viticoltura si avvicina al limite, con suoli sabbiosi, vento costante e maturazioni difficili. Il vino si apre su note di rosa, menta selvatica e pietra bagnata, mantenendo una trasparenza quasi eterea, costruita in anfora per preservarne la fragilità. Poi c’è il punto più estremo, la scommessa di produrre vino dal vigneto a 1520 metri in contrada Cielo, ad oggi la vigna a bacca rossa più alta d’Europa. Un ettaro impiantato nel 2020 in pieno periodo Covid con circa 4500 viti. Qui la scelta non è solo agricola ma quasi concettuale. Il suolo è fatto di ceneri e lapilli, il vento è costante, la maturazione incerta. L’uvaggio è volutamente non ortodosso. Pinot Noir, Grenache e Pineau d’Aunis proveniente dalla Loira convivono in un contesto dove nessuna varietà è dominante in senso assoluto. Il vino nasce da fermentazioni spontanee e affina per diciannove mesi in anfore e damigiane di vetro senza filtrazioni. Il risultato è fragile e luminoso, fresco e balsamico con note mentolate, pepe leggero e scorza d’agrumi. Agile, asciutto, quasi tagliente al sorso, ma con una tensione acida che lo rende sorprendentemente vivo.

Un progetto che non interpreta la moda
L’Azienda Agricola Sciara non cerca di rappresentare l’Etna né di aderire alla sua narrazione più codificata, ne segue piuttosto la geografia reale, accettandone complessità e discontinuità, costruendo un linguaggio che nasce dall’osservazione più che dalla dichiarazione. In un momento in cui l’Etna è diventato uno dei territori più desiderati del vino odierno, il lavoro di Stef Yim si colloca in una zona meno esposta, dove la scelta non è arrivare ma restare, e dove la coerenza pesa più della visibilità. Forse è proprio qui che il progetto trova la sua misura più autentica, quando il racconto si abbassa e il territorio torna a essere semplicemente un luogo.

Contatti
Azienda Agricola SCIARA
Contrada Taccione SS120
95036 Randazzo CT
email : sciaravolcanicwine@gmail.com