Attualità enogastronomica

Carlos Maldonado porta la stella Michelin nel sushi buffet: alta cucina a meno di 20 euro

di:
Elisa Erriu
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Copertina Carlos Maldonado

C’è un’immagine difficile da dimenticare quando si pensa a Carlos Maldonado, ed è quella di un furgone che solleva polvere nelle strade di quartiere, con i portelloni spalancati e l’odore forte, quasi arrogante, dei prosciutti e dei formaggi che aspettano di essere venduti. Prima che il luccichio dei set televisivi di Masterchef e la gloria asettica della Guida Michelin bussassero alla sua porta, Carlos era quell'uomo lì.

Un venditore ambulante, un guardiano notturno, un insegnante di equitazione che sapeva cosa significasse avere le mani sporche di lavoro vero e la testa piena di sogni che non riuscivano a stare chiusi in un cassetto. Oggi, con quella stella cucita sul petto che brilla su Raíces, il suo santuario a Talavera de la Reina, Maldonado ha deciso di compiere un gesto che profuma di rivoluzione: scendere dal piedistallo dell’esclusività per servire la sua idea di cucina in una catena di buffet di sushi, SUMO, a meno di venti euro.

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La schiena dritta e le grandi ambizioni 

Carlos non è uno di quegli chef che si sono dimenticati il sapore della fatica una volta ottenuto il successo. Lo senti quando parla, con quel tono di chi non ha tempo da perdere con i giri di parole. "Vengo dalla vendita ambulante, vengo dal quartiere, vengo dal pane per oggi e fame per domani, per dirla in qualche modo. Non dobbiamo mai dimenticare da dove veniamo“, dice. Questa collaborazione con SUMO è nata esattamente così, dalla voglia di sporcarsi le mani con un concetto accessibile, dinamico, quasi frenetico come quello del buffet asiatico, per dimostrare che "il cibo economico non deve per forza essere peggiore“. È una dichiarazione di guerra al pregiudizio che vuole la qualità confinata solo in salotti silenziosi e moquettati. Maldonado vuole stare con la "immensa maggioranza“, quella folla che riempie i centri commerciali e le strade di Madrid, perché la cucina per lui è un linguaggio universale che deve arrivare alle masse, senza filtri e senza inutili snobismi che allontanano il pubblico dalla verità del sapore.

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Otto creazioni, otto piccoli frammenti di un talento che non ha paura di mescolarsi con il formato popolare del buffet. Immaginate di sedervi a un tavolo di SUMO e trovarvi davanti i maki Joya Mediterránea, una follia lucida dove il bacon e l'avocado incontrano la dolcezza dello zucchero filato che viene fiammeggiato davanti ai vostri occhi, trasformando un semplice sushi in un piccolo spettacolo. O ancora il Dark Bao ripieno di maiale, un boccone intenso coronato da cipolla croccante che per Carlos ha il sapore amaro e dolce dei suoi inizi: "Lo servivamo in modo molto simile sul food truck, agli inizi della mia carriera undici anni fa“. C’è tutta la sua storia dentro quel pane al vapore, c’è la polvere delle fiere e la speranza di un ragazzo che allora non sapeva che sarebbe diventato l’unico vincitore di Masterchef capace di conquistare la stella Michelin. Il menù si completa con maki di anatra in salsa hoisin, steak tartar di bue e segreto iberico saltato con teriyaki, una proposta che per tre mesi renderà democratico il talento di un cuoco che ha deciso di non essere "una minoranza per pochi“.

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L'argilla di Talavera

Se vi spostate a Talavera de la Reina, tra le ceramiche e la storia, trovate Raíces. Ma non chiamatela cucina tradizionale nel senso vecchio e stantio del termine, perché Maldonado vi riderebbe in faccia. Per lui la tradizione è un concetto liquido, una materia plastica come l'argilla che usa per il suo menù 'Hechos de Barro' (Fatti di argilla). "A seconda di dove fissiamo il punto di partenza, avremo una tradizione o un'altra. La mia non è quella dei miei genitori, né quella dei miei genitori è quella dei miei abebli“, spiega con la profondità di un filosofo. È un passaggio continuo, un trascinare nel presente tutto ciò che definisce la nostra società globale. Per questo nel suo ristorante stellato trovi la salsa hoisin o il mojo asiatico che convivono con i prodotti più umili della Mancia. È un'unione che ormai non stupisce più nessuno, un riflesso naturale di un mondo dove suo figlio può pensare tranquillamente che il sushi sia un piatto tipico spagnolo, tanto è entrato a far parte del quotidiano. Eppure, in mezzo a questo rimescolamento di mondi, c’è un ingrediente che Carlos difende con un amore quasi commovente: le carillas. Sono legumi piccoli, umili, che trovi solo tra il nord dell’Estremadura e le terre di Talavera, e per lui rappresentano la quintessenza del piacere culinario. Le chiamano chícharos, muchachillos con chaleco (ragazzini con il gilet) o occhio di lepre, ma il nome conta poco quando le senti scivolare via come se fossero burro. Maldonado confessa il suo amore per la cucina di cucchiaio, quella che richiede tempo, soffritti lenti e la pazienza di chi sa che le carità guisate con la careta di maiale sono „essenza pura“. Nel suo ristorante le serve affumicate al timo e rosmarino, con un’aria di pimentón de la Vera che solleva il piatto e lo porta su un altro piano di esistenza, ma senza mai cancellare il sapore della terra da cui sono state strappate.

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Questa è la vera forza di Carlos Maldonado: la capacità di tenere un piede nel fango delle sue carillas e l’altro sulla ribalta internazionale, senza mai perdere l’equilibrio e, soprattutto, senza mai perdere la faccia. La sua collaborazione con SUMO, con quei piatti disponibili a prezzi che partono dai 17,50 euro del pranzo feriale fino ai 25,95 delle serate più affollate, non è un tradimento del suo blasone, ma la sua consacrazione definitiva come chef del popolo. È un messaggio chiaro inviato a tutto il mondo dell’alta cucina: il talento non ha bisogno di prezzi esorbitanti per essere reale, e un buon guiso di legumi può avere la stessa dignità di una preparazione complessa se dietro c’è il cuore di chi ha passato la vita a cercare di capire cosa volesse mangiare la gente normale. Carlos rimane quel bambino che ha vinto un talent show, ma che non ha mai smesso di essere un venditore ambulante, un uomo che sa che la bellezza, quella vera, la trovi quando smetti di guardare dall'alto in basso e inizi a sporcarti le mani con il desiderio di tutti. Perché in fondo, siamo tutti fatti di argilla, e lui ha solo deciso di modellarla con un pizzico di salsa hoisin e molta, moltissima umanità.

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