Quando un grande chef maltratta il proprio staff: David Chang accusato di pesanti abusi verbali

In un saggio recentemente pubblicato su Eater, intitolato “Life was not a Peach”,Hannah Selinger ha raccontato gli abusi verbali di cui lei e alcuni colleghi sono stati vittime da parte del geniale chef, noto per soffrire di depressione e sindrome bipolare.

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La Notizia

Ha fatto scalpore, negli Stati Uniti, il racconto di Hannah Selinger, già dipendente di Momofuku, acclamato ristorante newyorkese di David Chang. In un saggio recentemente pubblicato su Eater, intitolato “Life was not a Peach”, ha raccontato gli abusi verbali di cui lei e alcuni colleghi sono stati vittime da parte del geniale chef, noto per soffrire di depressione e sindrome bipolare.

Momofuku

A dire il vero, qualcuno nota come Chang in persona non abbia mai nascosto le sue intemperanze. “I pugni sul muro, la rottura della scrivania, le minacce violente e le urla” di cui Hannah scrive non sono niente di nuovo per chi segue un personaggio, che ha sempre riconosciuto il suo temperamento irrequieto. Da quando ha raggiunto la fama, Chang non ha lesinato autocritiche sulle sue mancanze come cuoco, manager e soprattutto essere umano. Da qui una letteratura vastissima, che non ha smesso di alimentare, senza peraltro correggere la sua condotta. Il sospetto è anzi che in assenza di un pentimento reale, sia ormai diventata un tic del personaggio. Fino alla pubblicazione della sua autobiografia, Eat the Peach, ricca di dettagli in materia di gestione della rabbia e disturbi della personalità. “Odio che la rabbia sia diventata il mio biglietto da visita”, vi si legge. “Ho parlato molto dell’importanza del fallimento come strumento di apprendimento, ma è davvero un privilegio aspettarsi che le persone ci consentano di fallire ancora e ancora”. Umanamente in primo luogo. Rabbia che si configura come un mezzo verso l’eccellenza: “Il conflitto era un carburante e Momofuku era un suv che consumava benzina”. “L’unica cosa che poteva strapparmi ai miei attacchi era prendere a pugni un muro o un piano di acciaio, qualsiasi cosa che mi causasse una forma di dolore fisico”, conclude.

Tutto è cominciato nel 2008, quando Hannah ha accettato di ricoprire il ruolo di responsabile per il beverage dei ristoranti del gruppo, percependo la lusinghiera cifra di 100mila dollari l’anno. Sembrava una favola, ma il risveglio è stato brusco. “Sono stata sfruttata fino all’osso, svuotata del mio amore per i ristoranti, convinta di essere pessima nel mio lavoro, che non ero cool, che non era il posto per me, che non ero una gran lavoratrice, che non ero degna, scrive. 

Gli episodi si sprecano, ma a dire il vero sono spesso difficili da riportare alla lettera. A un giovane chef colpevole di aver preparato un pasto mediocre per lo staff, Chang avrebbe urlato: “Io ti scotenno! Ucciderò la tua fottuta famiglia”. Quando Hannah acquistò un Moscato spumante da abbinare a un piatto di Momofuku Ko, fu umiliata a male parole davanti alla brigata. E ancora le minacce col coltello in mano al dipendente di un albergo. Fino al licenziamento di Hannah dopo appena sette mesi, senza nessuna spiegazione. Del resto i dipendenti per Chang erano “avidi bastardi” pagati in eccesso, soprattutto quelli di sala.

Il quadro sulla condizione di vita di chi funge da bersaglio per stressati star chef è completo: “C’è il respiro trattenuto in attesa del prossimo capriccio, la contagiosa mancanza di rispetto che contagia altri presunti leader e, ancora peggio, il lento decadere dell’autostima”, scrive Pete Wells sul “New York Times”. 

Certo i maltrattamenti hanno in passato fatto curriculum per i grandi chef, che a loro volta sono stati accusati di replicarli nelle proprie cucine di successo. Proprio per questo spezzare la catena può contribuire a creare un clima nuovo, rispettoso, moderno in questi luoghi di lavoro. Le prime denunce in materia hanno avuto a oggetto abusi sessuali, che hanno indignato l’opinione pubblica. Poi le narrazioni, più o meno penalmente rilevanti, si sono moltiplicate sui social, nel tentativo di sensibilizzare pubblico e addetti ai lavori, inducendo i responsabili a interrogarsi e a cambiare. La novità è che il microfono non è più solo nelle mani del capo e una nuova sensibilità si sta facendo strada. Quello che nel 2008 sarebbe stato considerato esagerato, è oggi apertamente inaccettabile.

La speranza di Hannah Selinger è anche quella che David Chang proceda a liberare ogni ex dipendente da qualsiasi accordo di non divulgazione, che impedisca di parlare di quanto ha vissuto a Momofuku. Nei contratti dei manager dei ristoranti altamente strutturati è infatti spesso presente una “nondisparagement clause” di questo tipo, che non ostacola eventuali indagini su moleste e altri reati, ma può fare esitare laddove manchino gravi profili penali. In questo modo un dipendente può essere allontanato, laddove inadempiente, e comunque messo a tacere senza troppo strepito. Alla fine del covid i nostri ristoranti potrebbero ben riaprire, ma rinascendo diversi.

Fonte: eater