Attualità enogastronomica

Maria Nicolau: "Se gli stagisti soffrono, perché non se ne vanno?” La riflessione

di:
Elisa Erriu
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Il rumore delle brigate, talvolta, copre molte cose. Può coprire il ritmo serrato del servizio, le urla che diventano metodo, la stanchezza che si accumula senza trovare spazio per essere raccontata. E soprattutto copre una domanda che ritorna ciclicamente, quasi sempre con lo stesso tono accusatorio: perché chi subisce certe condizioni resta? Perché non se ne va? Ha provato a rispondere la chef Maria Nicolau, autrice di una rubrica su El Paìs.

L'opinione

La questione, riportata al centro del dibattito dall’articolo di Maria Nicolau, apre uno squarcio su una delle zone più opache della ristorazione. Una zona in cui il linguaggio stesso diventa terreno di scontro. Parlare, infatti, non è mai un gesto neutro. Dare un nome alle cose significa renderle visibili, condivisibili, reali. Significa togliere il peso dell’isolamento a esperienze che spesso vengono vissute come fallimenti individuali. Chi racconta oggi queste dinamiche lo fa proprio partendo da qui: dal bisogno di nominare ciò che per anni è rimasto implicito. Non si tratta di “parlare a vuoto”, ma di costruire un vocabolario comune capace di riconoscere pratiche diffuse e sistemiche. Ogni testimonianza aggiunge un tassello, trasformando episodi apparentemente isolati in un quadro più ampio, in cui il problema smette di essere personale e diventa strutturale. Eppure, la domanda iniziale resta. Perché restare? Perché accettare condizioni che spesso sfiorano — o superano — i limiti della sostenibilità fisica e psicologica?

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Una prima risposta, secondo l'autrice, riguarda ciò che queste cucine rappresentano. I grandi ristoranti non offrono soltanto formazione tecnica, ma qualcosa di più intangibile e potente: reputazione, accesso, possibilità di entrare in una rete chiusa e selettiva. Ottenere uno stage in questi contesti viene percepito come un passaggio raro, quasi irripetibile. Una porta che si apre una volta sola e che, proprio per questo, richiede di essere attraversata a qualsiasi costo. Il meccanismo è tanto semplice quanto brutale: la domanda supera di gran lunga l’offerta. Per ogni stagista presente, decine — se non centinaia — attendono di prendere il suo posto. Questa sproporzione genera una tolleranza estrema verso condizioni che, in altri ambiti, verrebbero immediatamente rifiutate. Il confine tra rigore professionale e abuso si sposta, si dilata, fino a diventare difficile da riconoscere. La sociologia del lavoro ha dato un nome preciso a questo fenomeno: “abuso aspirazionale”. Un concetto che attraversa diversi settori ad alta competizione — dalle arti allo sport, fino agli studi di architettura — e che descrive un processo psicologico sottile. La sofferenza viene reinterpretata come prova di valore, come passaggio necessario per dimostrare dedizione. Il racconto interiore cambia forma: non si tratta più di sfruttamento, ma di insufficienza personale. “Non è il sistema a essere sbagliato, sono io a non essere abbastanza forte”.

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Sara Castano

Questa narrazione, interiorizzata giorno dopo giorno, costruisce una resistenza silenziosa. Chi resta non lo fa per ingenuità, ma per una combinazione complessa di aspettative, paura e investimento emotivo. Andarsene significa spesso portare con sé una sensazione di sconfitta, oltre a conseguenze psicologiche che possono durare nel tempo. Nessuna esperienza, in questi contesti, resta neutra. A questo si aggiunge un elemento meno visibile ma altrettanto incisivo: la minaccia della cosiddetta “lista nera”. Un dispositivo informale, raramente dichiarato apertamente, ma percepito come reale. In alcuni casi, come nel codice di condotta distribuito agli stagisti di Noma nel 2012, la minaccia veniva esplicitata: lasciare lo stage prima del termine poteva comportare l’inserimento del proprio nome in una lista condivisa con altri ristoranti. Un meccanismo che, pur privo di legittimità legale in Europa, agisce come deterrente potente. La porta resta aperta, ma il prezzo dell’uscita appare troppo alto. Le condizioni materiali completano il quadro. Molti stagisti arrivano da altri Paesi, spesso senza una reale conoscenza della lingua o del sistema normativo. Lavorano senza retribuzione, sostenuti economicamente da famiglie che hanno investito su quella che viene percepita come un’opportunità decisiva. Vivono con risorse limitate, tra affitti condivisi e spese essenziali. In questo scenario, denunciare diventa complicato, organizzarsi ancora di più. Anche il semplice gesto di andarsene può trasformarsi in un peso difficile da sostenere, soprattutto quando significa deludere chi ha creduto in quel percorso.

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E allora perché se ne parla adesso, e non anni fa? La risposta sta nel tempo. Nel progressivo spostamento dell’equilibrio tra chi lavora ancora dentro questi sistemi e chi ne è uscito. Chi ha costruito altrove la propria stabilità può permettersi di raccontare, senza temere ripercussioni immediate. E soprattutto, oggi, la possibilità di raggiungere un pubblico ampio non dipende più esclusivamente dai media tradizionali. Ogni esperienza può trovare spazio, amplificata dai canali digitali, trasformandosi in una voce che si aggiunge a un coro sempre più difficile da ignorare. Il punto, però, resta un altro. Spostare la domanda dalla vittima al sistema. Interrogarsi non tanto sul perché qualcuno resti, ma su quali condizioni rendano quella permanenza così frequente. Perché in un contesto sano, la scelta di andarsene non dovrebbe comportare conseguenze implicite o esplicite. Non dovrebbe essere percepita come una sconfitta, ma come una possibilità. Ribaltare la prospettiva significa anche riconoscere che il silenzio, per anni, non è stato una forma di consenso, ma il risultato di un equilibrio fragile. Un equilibrio costruito su aspirazioni, paura e desiderio di appartenenza. E forse, a questo punto, la domanda più utile da porsi cambia forma. Non più “perché non se ne sono andati?”, ma quale sistema ha reso così difficile farlo.

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