“Non andrei mai a MasterChef e non capisco perchè i miei colleghi ci vadano”. Lo chef Albert Ventura ha parlato

Non sopporta di apparire tanto per apparire, soprattutto, se non condivide il punto di vista di chi lo potrebbe mettere al centro dei riflettori. Ha, infatti, rifiutato molte proposte di collaborazione economicamente allettanti per non trasgredire ai suoi principi.

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La Notizia

Determinato, un po’ schivo, ammette di far parte del gruppo degli chef, ma si discosta da quelli “glamour” di cui non condivide la filosofia, è Albert Ventura, chef catalano il cui talento è riconosciuto da tutti. Non ama i formalismi e soprattutto le costrizioni. Nemmeno per ricevere la tanto ambita stella Michelin si è mai piegato a dettami che non corrispondessero alla sua filosofia e ai suoi principi di vita. “Non ho mai cambiato nulla o seguito i criteri che consigliano per ricevere la stella, infatti il giorno della stella non è mai arrivato”, afferma. Non sopporta di apparire tanto per apparire, soprattutto, se non condivide il punto di vista di chi lo potrebbe mettere al centro dei riflettori. Ha, infatti, rifiutato molte proposte di collaborazione economicamente allettanti per non trasgredire ai suoi principi.

In un’intervista a La Vanguardia rivela il suo punto di vista e i suoi principi:“Ho mantenuto i miei principi. Non ho consentito a una banca di utilizzare la mia immagine per le loro pubblicità, cosa che molti chef hanno fatto. Ho detto loro: “Non ti presterò la mia immagine per lavare la tua. Con tutto quello che hai fatto, come hai intenzione di usare il volto di un lavoratore onesto come me? Per quanto mi paghi, non posso aiutarti, perché hai ingannato molte persone”, ha dichiarato. Cosa per lui inconcepibile è la mediatizzazione degli chef, a lui piace stare in cucina e cucinare. Non parteciperebbe mai a MasterChef e non concepisce che i suoi colleghi accettino di parteciparvi e quasi si vergogna per loro. Ha detto infatti: “Se dico di essere integro, sembra che io lo sia, gli altri invece non lo sono e non mi piace. Penso di avere principi irremovibili, ma credo che ognuno abbia il diritto di cambiare il proprio. Ci sono cose che né per soldi, né per fama farei mai. Senza andare oltre, non andrei mai a MasterChef, per esempio, e non riesco a concepire come i miei colleghi ci vadano. Quando li vedo mi vergogno quasi. È molto imbarazzante e penso che anche se mi avessero dato due milioni di euro non avrei partecipato a MasterChef. La mia idea e i miei principi mi sono anche costati sacrifici, visto che con due milioni avrei risolto molti problemi, ma non sarebbe ciò che mi rappresenta e ciò che sono. Sono particolare e forse non facile da comprendere, probabilmente perché ho una modestia esagerata. Sono come sono e le persone hanno difficoltà ad accettarlo e mi vedono strano. Quando hai troppa popolarità non fai le cose fatte bene, perchè hai meno tempo“, sostiene inoltre.

È molto fiero del suo lavoro seppur stancante e faticoso. Malgrado le sue numerosissime e importanti esperienze a El Celler de Can Roca, a Les Petxines, con Paco Torreblanca, a Ca Sento, a Ca l’Isidre… dice: “Penso di aver imparato di più da me stesso. Tutti impariamo di più da noi stessi con i nostri errori e con lo sforzo di non ripeterli”.

Non ha mai amato lavorare alle dipendenze o meglio lo ha fatto, ma solo con chi aveva la sua stessa visione della cucina, della vita e del lavoro in generale. “Ho lavorato a lungo per gli altri, ma erano altri che la pensano come me. Non è una questione di soldi. Ho guadagnato molto al Cercle, ma la proprietà aveva principi e comportamenti molto diversi dai miei. Avrei potuto chiudere Coure, perché avevo un’altra proposta molto interessante, ma non ho mai considerato di guadagnare soldi in cambio della rinuncia ad essere me stesso”. Così ha portato avanti Coure, la sua creatura e anche Grill Room Bar Thonet, sempre a Barcellona, la sua città.

Si può tranquillamente dire che i soldi non lo hanno mai piegato “I soldi non mi commuovono, ho rinunciato a molte offerte allettanti che non mi convincevano”, afferma.

È ben consapevole, però, che non si può cucinare solo per la gloria, il ristorante è una vera e propria azienda:Parliamo sempre di chi cucina, ma dimentichiamo che un ristorante è un’impresa. Vorrei poter essere solo cuoco, ma si deve far quadrare il libro paga. Invidio molti colleghi che devono solo preoccuparsi della cucina o che fanno il piatto come vorrebbero. Io devo crearlo, pensando che sia sostenibile con le risorse che ho, con i cuochi che ho o con i camerieri che ho”, dichiara.

La cucina e il ristorante sono la sua vita, insieme alla sua famiglia, ovviamente.  Coure non è solo un ristorante per Albert Ventura, ma è un vero e proprio modus vivendi. “Coure ha assolutamente mangiato la mia vita. La mia vita è al ristorante e non faccio altro che lavorare, anche se sono fortunato ad avere una famiglia con una moglie e tre figli. Faccio tutto per loro. Ho creato la mia vita che è il mio lavoro, i miei clienti, il desktop. Ma non lo faccio con disgusto, al contrario, mi rende felice”.

Non ha mai cercato di creare un suo alter ego in cucina perché non ama delegare, fa il possibile per fare da sè, anzi alcune volte si sente frustrato a doversi confrontare con cuochi ancora inesperti nella sua brigata. Dice, infatti: “C’è qualcosa di ingiusto e talvolta mi sento come una persona che studia violino da 15 anni e invece di suonare con la Filarmonica di Berlino deve suonare con il coro della scuola. Quello che mi succede in cucina è che dopo 25 anni devo lavorare con ragazzi che stanno iniziando. È un lavoro per persone di 25, 30, 35 anni, chi ha 50 anni non fa dodici ore in cucina per altri. Sono molti anni che mi considero uno chef che sa cucinare, pulire il pesce, suonare tutte le chiavi; passo la giornata con ragazzi che non hanno il livello di cui ho bisogno in cucina. Sono angosciato nel sentirmi come il musicista della Filarmonica che deve suonare con i cori della scuola”. 

La sua cucina e il suo talento sono riconosciuti da tutti. Sostiene di essere creativo, ma a modo suo. Non sono come Ferran o Albert Adrià, perché alla fine ci sono solo due o tre chef veramente creativi in tutta la Spagna, non di più. Adrià, Andoni Luis Aduriz sono già abbastanza. Non voglio dire che gli altri copino, ma che c’è qualcuno che accende la luce e il resto vive di luce riflessa. Ferran e Albert Adrià provengono da un’altra galassia” sostiene.

Foto: Ricard Fadrique

Albert Ventura all’inizio della carriera era pressato dall’idea di dover dimostrare agli altri la sua bravura, di arrivare e di emergere, ma poi, racconta: “Ho subito capito che lungo quella linea non stavo andando nella direzione giusta e mi sono dedicato ad essere quello che sono, un artigiano della cucina a cui piace molto lavorare. Tutti si lamentano perché non rispondo mai al telefono, ma passo la giornata in cucina”.

Determinato, orgoglioso, socievole in cucina e al ristorante, infatti è molto amato dai clienti, ma un po’ “orso” fuori. Quelle poche volte che esce preferisce non andare dove può incontrare persone che conosce. “Quando lavoro sono la persona più socievole del mondo, ma quando finisco ho bisogno di disconnettermi”, queste le sue parole.

A quanto pare non lo vedremo mai sugli schermi, a feste glamour o sui rotocalchi. Per conoscere questo chef forte, radicato nei suoi principi e sicuro del suo lavoro non resta che andare a trovarlo in uno dei suoi ristoranti a Barcellona.