Attualità enogastronomica

BrewDog, 440 dipendenti licenziati e lasciati senza stipendio: il birrificio scozzese fa polemica

di:
La Redazione
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copertina brewdog

Dalle spume rivoluzionarie del "punk craft" al retrogusto amaro dei bilanci in fumo. L'epilogo di BrewDog lascia a secco creditori, piccoli investitori e centinaia di lavoratori, mentre il fondatore prova già a rilanciare con un nuovo brand.

Non c’è luppolo né gradazione alcolica che possa mascherare il sapore acre lasciato dal naufragio di BrewDog. L'ormai ex gigante scozzese della birra artigianale, nato nel 2007 da un'idea di James Watt e Martin Dickie con l’ambizione di scardinare il mercato con atteggiamento sfrontato e ribelle, ha finito per servire il conto più amaro proprio a chi lo ha sostenuto dal basso. I contabili di AlixPartners, incaricati di fare luce sui resti dell'impero dopo il fallimento arrivato nei mesi scorsi, hanno appena confermato lo scenario più cupo: i creditori — a cui l'azienda deve l'incredibile cifra di quasi 190 milioni di sterline — non vedranno quasi un penny.

Piccoli investitori e staff a bocca asciutta

L'operazione di salvataggio da 33 milioni di sterline messa a segno a marzo dal colosso americano della cannabis e del beverage Tilray ha rilevato il marchio, la proprietà intellettuale, i birrifici del Regno Unito e appena 11 pub. Un accordo che ha tagliato fuori ben 38 locali, lasciando a spasso 440 dipendenti e cancellando con un colpo di spugna i risparmi dei 200.000 "equity punk", gli appassionati della prim'ora che avevano finanziato la crescita del brand tramite crowdfunding.

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Un vero uragano che ha travolto anche le casse pubbliche e fornitori storici. Se da un lato il governo britannico ha anticipato 489.000 sterline ai lavoratori per coprire stipendi e ferie arretrate tramite il fondo di garanzia statale, dall'altro AlixPartners ammette di non avere liquidità a sufficienza per rimborsare lo Stato o per saldare ben 2,4 milioni di sterline di pendenze fiscali con l'HMRC (l'Agenzia delle Entrate britannica). Andrà poco meglio ai creditori chirografari — tra cui spiccano nomi come il Lord's Cricket Ground, il West Ham United FC e l'Università di Manchester — destinati a recuperare briciole: meno di un penny per ogni sterlina dovuta. Perfino il fondo di private equity TSG, entrato nel 2017 con una quota da 213 milioni, ha visto polverizzato il proprio capitale.

A rendere il quadro economico ancora più surreale sono state le spese impreviste insorte durante la liquidazione: i curatori hanno dovuto mettere a bilancio costi extra sia per sgomberare gli occupanti abusivi dai locali chiusi, sia per far fronte ai ridicoli ricavi ottenuti dalla vendita della flotta aziendale, composta per lo più da veicoli datati e in condizioni precarie.

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Dai veleni della "cultura tossica" alla nuova scommessa di Watt

Per BrewDog, d'altronde, le acque erano turbolente già da tempo. Il percorso di James Watt alla guida del brand è stato un ottovolante di trovate di marketing aggressive e pesanti controversie legate a una cultura aziendale accusata a più riprese di essere "tossica", per la quale lo stesso co-fondatore si era infine scusato dichiarandosi "con il cuore spezzato" per il declino della sua creatura.

Ma la parabola del controverso imprenditore non si è fermata con il crack dell'azienda. Dopo essersi visto rifiutare l'offerta per riacquistare BrewDog, Watt ha prontamente girato pagina lanciando Social Tip (una piattaforma che ricompensa gli utenti per i post promozionali sui social) e soprattutto una nuova avventura brassicola dal nome emblematico: Second Best.

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Un rilancio che però porta con sé nuove ombre. Per cercare di ricucire lo strappo con la community delusa, Watt ha offerto azioni gratuite della sua nuova società agli ex investitori di BrewDog. L'iniziativa ha scatenato un'ulteriore pioggia di polemiche e diverse segnalazioni all'Ufficio del Garante per la privacy, con gli ex "punk" che accusano il fondatore di aver utilizzato i loro dati di contatto senza alcun consenso. Watt ha risposto respingendo ogni addebito, ma la sensazione è che per la birra artigianale "ribelle" la schiuma del risentimento sia ancora lunghissima da sgonfiare.

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