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10 anni di Ischia Safari: l’evento che porta tutta Italia in Campania con 350 maestri del food

di:
Elisa Erriu
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Una festa nata quasi per caso che ha portato sull’isola l’eccellenza italiana del gusto: da una cena a quattro mani a tre giorni di incontri, cucina, vino e solidarietà; il decennale di Ischia Safari racconta un’isola che ha fatto della tavola un punto d’incontro, con Pasquale Palamaro, Nino Di Costanzo e il sommelier Armando De Benedictis.

A Palma di Maiorca, qualche mese prima che Ischia Safari esistesse, Pasquale Palamaro si ritrovò con altri chef in mezzo agli arbusti, con gli stand della cucina sparsi nella vegetazione e gli ospiti che camminavano tra le pietre in abito elegante e tacchi alti. «Ma che stiamo facendo, un safari?», dissero alcune signore eleganti. La battuta rimase lì, apparentemente senza conseguenze. Poi arrivò settembre, una cena che rischiava di saltare, Nino Di Costanzo con un progetto a quattro mani da imbastire e l’idea di trasformare una semplice serata in qualcosa di più. Il nome era già pronto.

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Dieci anni dopo, Ischia Safari è diventato un appuntamento che porta sull’isola chef, pizzaioli, pasticceri, sommelier, produttori e pubblico da diverse parti d’Italia e dall’estero. L’edizione 2026, quella del decennale, si è articolata dal 20 al 22 settembre in tre momenti profondamente diversi tra loro: la charity dinner all’Albergo della Regina Isabella, la grande festa al Parco Negombo e il concorso Un dolce per Ischia. Oltre 350 protagonisti del food and drink hanno preso parte al programma. Ma per capire che cosa sia diventato davvero questo appuntamento bisogna partire da quella prima cena dal sapore di “safari”.

Da una cena a 4 mani a un evento nazionale

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Quando Palamaro racconta l’inizio di Ischia Safari, non c’è nessuna grande strategia dietro. C’è piuttosto una vera e propria coincidenza. La data di una delle sue Summer Dinner era già fissata, ma lo chef invitato aveva dovuto rinunciare. In quel momento Nino Di Costanzo, che aveva appena concluso la sua esperienza all’Hotel Manzi e stava iniziando a costruire il proprio ristorante, era disponibile. La proposta iniziale era semplice: una cena insieme. Fu Di Costanzo a suggerire di allargarla, invitando altri colleghi, pizzaioli e pasticceri. Quella che avrebbe dovuto essere una serata con poche persone diventò così un piccolo esperimento collettivo. «Da che dovevamo essere io e lui siamo finiti con più di cento persone», ricorda Palamaro. L’anno successivo arrivò il Parco Negombo e con lui la possibilità di trasformare quella prima esperienza in un progetto più ampio. Da allora la manifestazione ha cambiato scala, conservando però una caratteristica della prima edizione: mettere persone diverse intorno allo stesso tavolo, o meglio, negli stessi spazi, spazi diversi ed eterogenei. Come una giungla, ma di sapori e di eccellenze.

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Tre giorni, tre modi diversi di vivere Ischia Safari

Il decennale non è stato un unico grande evento replicato per tre giorni. Ogni appuntamento ha avuto una propria identità. La prima sera, all’Albergo della Regina Isabella, è andata in scena la Charity Dinner, la parte più raccolta dell’intera manifestazione. Circa 250 ospiti, chef stellati, artigiani del gusto, pasticceri e una selezione vinicola costruita per accompagnare il percorso gastronomico. È il momento più concentrato di Ischia Safari, quello in cui il Armando De Benedictis, sommelier del ristorante stellato Indaco all’interno dell’Albergo della Regina Isabella e da cinque anni sommelier ufficiale dell’evento, lavora alla costruzione della carta con mesi di anticipo. "L’evento parte già 3-4 mesi prima di settembre", spiega. “Per la prima serata la selezione è particolarmente ampia e ambiziosa, con Champagne, grandi vini italiani e internazionali pensati sia per l’aperitivo sia per gli abbinamenti ai piatti degli chef.”

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Quest’anno, per esempio, l’aperitivo ha visto insieme Bollinger Champagne e Barolo Sandrone, mentre tra gli abbinamenti della cena sono comparsi lo Chassagne-Montrachet di Marc Morey e il Vigna Quintodecimo, Taurasi Riserva 2021 di Luigi Moio. Una serata, insomma, di grandi firme, di grandi stelle, tra i piatti e tra i calici, partendo dall’aperitivo sulla darsena dell’hotel e proseguendo con la cena al tavolo, per poi concludersi nell’area della piscina con la pasticceria. Qui la cucina ha incontrato anche la solidarietà: l’incasso della cena è stato destinato infatti alla ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica, una scelta legata a una vicenda personale che ha toccato da vicino gli organizzatori.

L’isola entra nei bicchieri

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Il giorno successivo Ischia Safari si sposta al Parco Negombo, dove la manifestazione assume una dimensione molto più popolare. È qui che il nome Safari acquista il suo senso più evidente: gli stand sono distribuiti nel parco e non esiste più una gerarchia tra chi prepara pizza, chi lavora in una cucina stellata, chi porta una brace o chi rappresenta un prodotto artigianale. «Non c’è la distinzione tra pizzaiolo, chef stellato, emergente, braceria, pub o artigiano. Ma siamo tutti uguali», racconta Palamaro. “Quest’anno gli chef presenti negli stand sono stati circa 160-170, con migliaia di visitatori nell’arco della serata.” Anche la bottiglia racconta questa apertura. De Benedictis, per la serata al Negombo, amplia il campo rispetto alla selezione della cena di gala: entrano i piccoli produttori, le aziende dell’isola, le realtà regionali e una rappresentanza del resto d’Italia. Si arriva a circa 3.500 bottiglie, con etichette che vanno dai vini campani a quelli piemontesi, lombardi e siciliani, senza dimenticare alcune presenze internazionali.

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È una differenza sostanziale, non una graduatoria. Lo stesso De Benedictis insiste su questo punto: “la prima serata è costruita su una selezione di profilo molto alto; la seconda ha un carattere più accessibile e corale. È pensato diversamente, pur mantenendo la stessa anima», spiega. E proprio qui emerge uno degli aspetti meno visibili del lavoro di Ischia Safari: accanto agli chef vengono coinvolti anche i sommelier di altri ristoranti italiani. De Benedictis invita professionisti provenienti da diverse città e regioni, dando loro uno spazio che, secondo la sua esperienza, raramente viene riconosciuto negli eventi gastronomici con la stessa attenzione riservata agli chef. La dimensione internazionale dell’evento non ha cancellato però quella locale. Anzi, secondo Di Costanzo: «Il vino isolano e il vino campano fa sempre un po’ da padrone.  Ha assunto negli anni un ruolo sempre più importante», dice lo chef. E osserva come il pubblico straniero arrivato a Ischia Safari abbia sviluppato una conoscenza molto più precisa della viticoltura dell’isola e della Campania.

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Non soltanto i grandi nomi immediatamente riconoscibili, dunque, ma anche vitigni e aziende che fino a qualche anno fa erano molto meno familiari fuori dal territorio. È una delle trasformazioni più interessanti del festival: portare sull’isola il mondo della gastronomia italiana e, nello stesso tempo, usare quel pubblico per mostrare ciò che l’isola produce. Di Costanzo lo ha raccontato chiaramentee: “L'ambizione iniziale era contribuire ad allungare la stagione turistica; il festival sembra aver trovato, intanto, un modo molto più interessante per farlo: portare persone sull'isola attraverso la tavola e lasciare che sia poi l'isola a parlare.” Per De Benedictis il meccanismo è evidente anche nella scelta delle bottiglie. Nella serata più selettiva compaiono grandi etichette internazionali, ma non manca mai almeno un riferimento regionale. Nel 2026 sono stati scelti un Taurasi di Guido Decimo e un Greco di Tufo di Villa Matilde.

Cercare un dolce che possa diventare di Ischia

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Il terzo appuntamento porta invece il festival in un'altra direzione. A L'Isola, in uno dei comuni dell'isola, si è svolta la quarta edizione di Un dolce per Ischia, il concorso nato per individuare una preparazione capace di rappresentare gastronomicamente il territorio. L’idea parte da una constatazione di Di Costanzo e Palamaro: Ischia, al di là del cornetto ischitano, non possiede ancora un dolce riconosciuto come simbolo dell’isola. Da cinque anni il progetto prova quindi a costruirlo attraverso il confronto tra giovani pasticceri e maestri del settore. Il criterio è preciso: il dolce deve poter essere conservato e trasportato senza catena del freddo, deve resistere a temperature superiori ai 20 gradi e deve utilizzare ingredienti legati alla storia agricola di Ischia, dalla frutta secca ai fichi, dalle albicocche agli agrumi, fino al mosto cotto. Il prossimo anno il progetto entrerà nella fase decisiva: i vincitori delle diverse edizioni si confronteranno per arrivare a una ricetta finale, destinata a essere distribuita nelle pasticcerie dell’isola. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un dolce riconoscibile come espressione di Ischia e, più avanti, lavorare anche alla tutela di altre preparazioni della tradizione locale.

Dieci anni dopo, il Safari non appartiene più soltanto ai suoi ideatori

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Di Costanzo lo sottolinea con particolare chiarezza quando gli si chiede chi ci sia dietro l'organizzazione: «Safari non è Nino e non è Pasquale, Safari è un insieme di persone». Nel gruppo che lavora all’evento ci sono, tra gli altri, il Duca Camerini, l’ingegner Carriero, Marco Castagna e Marianna Schiano, oltre a numerosi collaboratori che operano dietro le quinte. E forse è proprio qui che il decennale trova la sua misura più interessante. Non nel numero degli chef invitati, né soltanto nelle migliaia di persone che attraversano il Negombo, ma nella capacità di una serata nata quasi per caso di diventare un appuntamento capace di mettere in relazione mondi diversi. Il prossimo passo potrebbe essere ancora più lontano da Ischia. Di Costanzo racconta che sono già arrivate richieste per portare il format fuori dall'isola e persino fuori dall'Italia. Ma l'idea, precisa, non è semplicemente esportare una festa: è costruire scambi tra cuochi, produttori e territori, attraverso incontri e tavole rotonde capaci di mettere in circolo esperienze diverse.

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Dieci anni dopo quella prima cena, dunque, Ischia Safari continua a rimanere una giungla di diverse opportunità. Il nome è rimasto quello nato quasi per scherzo davanti a degli arbusti di Palma di Maiorca; intorno, nel frattempo, è cresciuto un piccolo ecosistema gastronomico che per tre giorni porta sull’isola una parte dell’Italia e, insieme, mette l’isola stessa davanti a un pubblico sempre più ampio, più variegato. Più vivo.

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