I protagonisti dell'enogastronomia Bartender

Christine Wiseman, da chef negata a miglior barlady del Nord America

di:
Alessandra Meldolesi
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Dopo una decennale gavetta girando bistecche in una catena di steakhouse, Christine Wiseman è stata folgorata dalla mixology a Los Angeles. Oggi dirige venti locali dai concept più vari e incassa premi. “Ma non voglio essere la migliore: voglio che tutto questo accada ad altri”.

La storia

Flamboyant”: è questo l’aggettivo con cui i colleghi descrivono Christine Wiseman, bartender del Broken Shaker di Miami. Sono stati loro a votarla nell’ambito dei 50 Best Bars del Nord America, assegnandole l’Altos Bartenders Bartender. “Sono ‘over the top’”, scherza lei. “Sul viso ho sempre glitter e i capelli cambiano continuamente tinta e stile, i miei vestiti sono sempre di colori e fantasie brillanti. Non mi piace prendermi sul serio”. Una joie de vivre che trasmette nel calice. “Mi piace creare cocktail deliziosi, che invoglino al bis e mettano nell’imbarazzo della scelta, perché tutti suonano bene e hanno un bell’aspetto”. Per esempio, il Carrot Colada o il Papaya Salad Daiquiri.



Già la mamma in West Virginia lavorava nella ristorazione, mentre lei ragazzina gironzolava per la cucina o si sedeva alla cassa. Dopo aver giocato a pallavolo, studiato spagnolo e matematica, vi ha fatto ritorno dando una mano prima in un ristorante cinese, poi in una catena di steakhouse. “E all’inizio non sapevo fare nulla. Non dimenticherò mai quando dovevo tagliare le cipolle in fiore. Mi dissero di recidere la base e io continuavo a guardare questo bulbo rotondo, chiedendomi quali fossero il sopra e il sotto”.


L’incontro con la mixology è datato 2011, presso il Virtue Feed & Grain a Washington, prima di un passaggio a Los Angeles. “I miei occhi traboccavano di meraviglia per le diverse cucine e per i mercati, con i loro prodotti freschi dappertutto. Queste cose erano così insolite per me, ero super ispirata da tutto. La comunità dei cocktail di Los Angeles era un gruppo coeso e mi hanno letteralmente abbracciata”. Decisivi sono stati i complimenti piovuti sul primo cocktail messo in carta. Allora Christine si è detta: “Questo è tutto. Sono una bartender”.

@ Hanna Lee Communications photo



C’è voluto tempo, tuttavia, per trovare il suo posto nel puzzle del settore. “Continuavo a spostarmi in cerca di una sistemazione, lavorando per night club, rum bar, un karaoke anni ’80… Quando abbiamo aperto the Broken Shaker, sapevo che ci avrei messo tutto. I ragazzi hanno creduto in me dal primo secondo, mi hanno lasciato essere me stessa. Dopo la pandemia dalla sede di Los Angeles si è poi spostata al Bar Lab della medesima proprietà a Miami, nelle vesti di beverage director. E gli ultimi tempi sono stati al fast moving: c’è lei dietro l’apertura di dieci bar, ma molti altri seguiranno quest’anno. In tutto sovrintende su 20 locali sparsi per gli Stati Uniti, che dipanano concept diversi come una taqueria di quartiere, bar di vini naturali o da aperitivi, brasserie e rooftop con piscina.


“Non smetto di parlare, muovermi, cercare di essere creativa. Il mio cervello va a millemila chilometri al minuto in ogni direzione. Sono una sostenitrice delle opportunità alle persone sottostimate. Mi piace dare la chance di diventare bartender. Abbiamo una politica delle porte aperte. Ma non voglio essere la migliore, voglio fare la mia parte affinché questo accada ad altri, penso sia il significato di essere una buona bartender dei bartender. Non si tratta di me, ma delle persone che dirigo in questo momento o che ho ispirato”.


Fonte: theworlds50best.com

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Foto di copertina: @DYLAN+JENI

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