Barolo Rocche dell’Annunziata di Renato Ratti, tra i pionieri della rivoluzione del vino piemontese

“Sono arrivato al vino senza alcuna tradizione di famiglia. Questa precisazione mi sembra necessaria: infatti, libero da legami ancestrali, ho potuto vivere il Barolo senza condizionamenti di sorta”.

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Meriterebbe di essere visitata soltanto per la bellezza della sua struttura e per la vista a trecentosessanta gradi che si può godere dalle vetrate panoramiche della sala di degustazione. Ma la Cantina Renato Ratti, gestita ora da Pietro Ratti, è anche quella fondata da un uomo fondamentale per il mondo del Barolo, colui il quale aveva dichiarato: “Sono arrivato al vino senza alcuna tradizione di famiglia. Questa precisazione mi sembra necessaria: infatti, libero da legami ancestrali, ho potuto vivere il Barolo senza condizionamenti di sorta”.

Pietro Ratti ci racconta di suo padre con affetto e ammirazione, all’interno di quel capolavoro antico che si trova a metà della collina che domina la valle principale del Barolo, un gioiello del XV secolo come l’Abbazia dell’Annunziata: “Anticamente era nota come San Martino di Marcenasco ed era usata dai monaci benedettini per fare vino. Si può dire quindi che sia la cantina più antica della zona. I monaci coltivavano le vigne del circondario per produrre il vino consumato durante la messa anche dai fedeli. L’usanza, abbandonata nel 1600 a causa della peste, provocò il lento declino della struttura, alla quale vennero a mancare i ‘clienti’. Mio padre scendendo da La Morra scoprì per caso questo meraviglioso edificio semiabbandonato decidendo di fare il suo vino in queste cantine che gli furono affittate dal comune”

Studi di enologia ad Alba, una lunga esperienza in Brasile con Cinzano, tornato in Italia Renato Ratti acquista inizialmente un piccolo vigneto nella zona storica di Marcenasco e nel 1965 inizia a fare Barolo chiamandolo semplicemente con il nome della zona stessa e lasciando la denominazione Barolo soltanto nella retroetichetta: “Fu così che papà introdusse un concetto innovativo, quello che i francesi chiamano cru e noi chiamiamo oggi vigna, sottozona, menzione geografica aggiuntiva. Negli anni Sessanta spinse molto su questa filosofia, fino a creare la prima mappa dei cru di Barolo e Barbaresco”.

Le sue parole: “La unicità di origine da una determinata sottozona e la delimitazione della stessa, la classificazione delle caratteristiche delle diverse annate, l’affinamento in bottiglia per concedere e garantire al vino distinzione, morbidezza, eleganza, lunga vita, sono tre momenti vissuti in prima persona, sono tre concetti che considero di nuovo stile”.

Una tecnica di vinificazione innovativa per l’epoca, individuata con il nipote enologo Massimo Martinelli, che prevedeva un accorciamento dei tempi di fermentazione e macerazione, riducendo poi a due gli anni di maturazione in legno e rendendo fondamentale l’affinamento in bottiglia. Punto di riferimento per il vino delle Langhe e di tutta Italia, tra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta Renato Ratti è uno degli artefici principali della rivoluzione culturale e tecnica del vino. Scompare nel 1988 e lascia l’azienda al figlio Pietro appena diplomato alla scuola di Enologia di Alba, il quale prosegue l’ampliamento e la ristrutturazione dei vigneti di famiglia. Tra i notevoli vini prodotti, oltre allo storico Marcenasco, c’è il Barolo Rocche dell’Annunziata. Un grande vino, con una notevolissima longevità, che affina il primo anno in barrique di rovere francese e il secondo in botti di rovere di Slavonia da 25 h.

Ha un bel colore rosso granato e un profumo di delicata intensità che va dalla liquirizia, alla rosa e alla viola. Una persistenza lunghissima, caldo e pieno, è un vino di grande eleganza ideale da abbinare a piatti di struttura e formaggi stagionati, anche se gustato da solo se ne può apprezzare appieno ogni sfumatura, sorso dopo sorso.