Brunello di Montalcino: trasformare una delle zone più povere della Toscana e renderla celebre in tutto il mondo

Parlare della genesi di un vino che ha dato vita a un’epopea è sempre cosa ardua, perché la storia ufficiale si incontra e si arricchisce sempre di piccoli aneddoti e dettagli difficili da tralasciare.

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La Notizia

Nella zona di Montalcino si produce vino fin dal Medioevo, come testimoniato da documenti storici e conventuali – non dimentichiamo che le piccole e grandi comunità che popolavano i monasteri erano del tutto autosufficienti e si sostentavano a circuito chiuso, autoproducendo persino il vino – ma si può iniziare a parlare di Brunello nella seconda metà del Novecento, grazie ad alcune figure particolarmente illuminate. La storia ufficiale ascrive il merito alla famiglia Biondi Santi, in particolare al farmacista Ferruccio Biondi Santi che sul finire dell’Ottocento inizia una vinificazione sperimentale da uve 100% sangiovese.

  • biondi santi

Ma negli anni 50 del Novecento a Montalcino c’è un altro personaggio degno di nota. In quegli anni le campagne erano ancora dominio di grandi proprietari terrieri che affidavano le coltivazioni ai mezzadri, ma il boom economico iniziava a echeggiare anche in periferia, con promesse di ottime opportunità lavorative. Il giovane Nello Baricci decide di non assecondare il richiamo delle sirene, e diversamente dai fratelli, sceglie di restare a Montalcino e di inseguire il proprio sogno. Coi pochi risparmi che aveva si compra una vigna, ma non una vigna qualsiasi, bensì un appezzamento nella zona settentrionale di Montalcino, sulla collina di Montosoli, pur nella consapevolezza che sarebbe stato un terreno molto duro da coltivare per la gran quantità di massi che periodicamente rotolavano e che dovevano essere rimossi manualmente.

Era una scommessa folle investire tante energie in un vino che ancora non era stato fatto e per cui non c’era ancora richiesta sul mercato, ma il tempo avrebbe premiato Nello Baricci: è stato uno dei grandi visionari e mentori, perché Montosoli è diventato uno dei grandi cru del Brunello, pur senza dargli la giusta fama e riconoscimento.

Quando si parla delle grandi figure dei vini Brunello di Montalcino, ci sono alcuni nomi che sono noti per la straordinaria impresa di aver preso una delle zone più povere della Toscana, e averla resa una delle più riuscite grazie a i vini di alta qualità del Brunello di Montalcino. Tra questi nomi di spicco vi sono Tancredi e Franco Biondi Santi, proprietari dei vigneti e della cantina Biondi-Santi, nonché Giovanni Colombini, proprietario della Fattoria dei Barbi. Questi tre hanno contribuito a creare e promuovere i vini del Brunello di Montalcino e le loro cantine sono ancora attive per mantenere un livello elevato del Brunello e per promuovere e tenere viva la sua fama in tutto il mondo. Ma ci sono nomi che non sono così famosi a livello internazionale, come sottolinea Stefano Cinelli Colombini, nipote di Giovanni Colombini e titolare della Fattoria dei Barbi. Riguardo agli attori principali, Stefano ha dichiarato: “Molti sono noti, altri no, ma questo non significa che siano meno importanti”.

Il nipote di Nello, Francesco Buffi, ama ricordare che suo nonno gli diceva sempre che la collina di Montosoli nell’antichità era leggendaria per grandi vini per un caratteristico senso del luogo; oggi molti parlano di Montosoli dotato di una spiccata mineralità, sapidità e finezza. Inoltre, Nello disse al nipote che se “il grande Franco Biondi Santi” avesse deciso di utilizzare il loro vigneto Le Chiuse per il loro Brunello Riserva di punta, che era proprio di fronte alla collina di Montosoli, allora doveva essere un grande terroir.

E da sempre è noto il rispetto che Baricci e Biondi Santi nutrivano reciprocamente, anche per piccoli aneddoti famigliari, come quello per cui la madre di Nello è stata madre di latte di Franco, sebbene i due abbiano avuto percorsi diversi, uno di restare nell’anonimato, l’altro di seguire la strada del successo e dei riconoscimenti internazionali.

Il contributo di Baricci è stato fondamentale negli ani 60 nella costituzione del Consorzio di Vino Brunello di Montalcino, essendo stato il primo firmatario di questa associazione volta alla tutela e promozione del vino e di chi lo produceva. Il nipote Francesco racconta con orgoglio che suo nonno è stato il primo a registrare il proprio vigneto di Brunello di Montalcino presso la Camera di Commercio di Siena, ma poiché era un uomo tranquillo e umile, ha rifiutato l’offerta di diventare il primo presidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino.

 

La Cantina Baricci

Nello Baricci ha fondato la cantina Baricci (Colombaio di Montosoli) costituita da 12 ettari di vigneto che sono appezzamenti contigui nella sezione Est e Sud-Est della collina di Montosoli; il nome Colombaio di Montosoli si riferisce all’antico nome dell’appezzamento che Nello aveva acquistato a Montosoli e che si chiamava Fattoria Colombaio all’epoca in cui si producevano i mitici, antichi vini di cui parlava Nello. Il terreno è costituito dal famoso galestro toscano (quarzo, scisto, sabbia e pietra) che è comune ai siti migliori ma con una quantità significativa di argilla grigio-bluastra e si trova a un’altitudine compresa tra i 280 e i 300 metri: fattori che danno un forte senso di mineralità e finezza. La zona settentrionale di Montalcino è molto più fresca della zona meridionale dei vigneti e quindi i vigneti di Montosoli vengono vendemmiati circa 15 giorni dopo rispetto al resto di Montalcino, consentendo un periodo di crescita più lunga e conferendo aromi più complessi, secondo Francesco. Inoltre, le radici delle viti raggiungono profondità da 3 a 5 metri e alcune delle viti più vecchie arrivano oltre i 5 metri, con l’età della vite che va dai 25 ai 50 anni e quindi non hanno mai problemi di mancanza di acqua.

Francesco racconta che i vigneti nella zona sud di Montalcino hanno avuto successo all’inizio degli anni ’60 e ’70 poiché la loro grande ricchezza era favorita dal clima più fresco, ma con i cambiamenti climatici e l’aumento delle temperature medie nella zona settentrionale, in particolare nella collina di Montosoli, sta diventando sempre più richiesta e sono molti quelli che vogliono entrare a far parte di questo ‘Grand cru’ noto per i vini eleganti e freschi che produce.

Il nonno di Francesco, Nello, ha introdotto a Montalcino i tini di fermentazione in acciaio inossidabile a temperatura controllata, e ha invecchiato il vino in botti grandi di rovere di Slavonia che non vengono utilizzate per conferire alcun sapore ma che consentono al vino di evolversi e di mostrare la pura espressione del Sangiovese della collina di Montosoli.

Oggi i suoi nipoti, Francesco e Federico Buffi continuano quella tradizione. Federico è tecnicamente l’enologo ma Francesco sostiene che trattandosi di una piccola azienda familiare (che produce solo 15.000 bottiglie in totale) tutti devono dare una mano in tutto. La madre Graziella Baricci, figlia di Nello, ha sempre lavorato in cantina ed è considerata oggi il “supervisore” e il padre, Pietro Buffi, si occupa di tutte le attività amministrative della cantina, e Federico ha due figli che spera un giorno possano diventare la quarta generazione di Baricci.

Francesco confida con orgoglio che sebbene suo nonno Nello fosse una piccola personalità che amava parlare in pubblico, si è sempre reso disponibile a dare consigli a tutti i produttori di Brunello che lo cercavano. Nello Baricci non è stato solo un visionario perché è stato tra i fondatori del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, o perché ha intuito il potenziale del vigneto di Montosoli, ma la sua personalità umile, incentrata sull’elevazione dell’immagine di Montalcino nel suo insieme, lo ha reso un grande uomo che ha capito molto presto che il Brunello era più importante dei vini di un solo produttore.

La sua scomparsa nel 2017, proprio pochi giorni prima della festa per il 50° anniversario del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, non lenisce il ricordo di un uomo che si definiva un umile mezzadro a cui era stata data l’opportunità di produrre alcuni dei più grandi vini del mondo, e la cui lezione oggi vive nei gesti e nell’amore dei nipoti che continuano a credere e a portare avanti quello che è stato costruito dal nonno.