Niente ristoranti per ricchi ma i migliori street food: come Jonathan Gold ha cambiato la critica gastronomica

Considerato il più influente food writer statunitense, è stato capace con la sola arma della penna di cambiare il corso della cucina californiana e non solo.

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La Storia

Jonathan Gold: il nome probabilmente non dirà molto ai più, eppure questo signore dalla chioma indisciplinata, soprannominato il profeta con le bretelle, viene considerato il più influente food writer statunitense, capace con la sola arma della penna di cambiare il corso della cucina californiana e non solo.

Un altro anticonformista, Anthony Bourdain, gli ha riconosciuto il merito di aver distolto per primo l’attenzione dai ristoranti con i tovagliati immacolati, in favore di posticini “really cool” ubicati nei centri commerciali. E di fatti per 20 anni Gold si è aggirato per gli Stati Uniti, valutando locali e fiutando nuove tendenze, sempre battendo sentieri vergini, che conducevano a cucina autentiche e nascoste.

Classe 1960, figlio di un agente di probation ebreo e di un’insegnante convertita, Gold aveva studiato musica e arte presso l’UCLA in California, prima dell’impiego come correttore di bozze presso il LA Weekly, dove avrebbe conosciuto la sua futura moglie Laurie Ochoa, da cui avrebbe avuto due figli. Gold si occupò innanzitutto di musica, dall’hip hop all’heavy metal, per testate come Rolling Stone. Suonatore dilettante di violoncello, era un insider della scena punk. L’esordio nel food writing è datato 1986 con la rubrica “Counter Intelligence” sul LA Weekly: nel mirino non più gli indirizzi celebrati, riservati ai super ricchi, ma il messicano all’angolo, un chiosco di tacos o il migliore hamburger in città, che altrimenti nessuno avrebbe notato. “Scrivendo cerco di convincere le persone a non avere paura dei propri vicini”, dichiarò.

Consapevole della relazione che avvince cibo e cultura, Gold a quel punto spalancò le porte all’avvento della fusion, conquistando un pubblico tanto fedele quanto internazionale. Cosicché nel 2007 fu nominato cavaliere e ottenne il premio Pulitzer, primo critico gastronomico di sempre. La motivazione elogia “le sue vivaci recensioni ad ampio raggio, che esprimevano il diletto di un mangiatore erudito”. Nel 2015 Gold è stato quindi protagonista di un documentario, City of Gold, presentato al Sundance Film Festival, con la cinepresa che lo seguiva nelle sue scorribande a bordo di un pickup. Tre anni dopo la scomparsa, per un fulminante cancro al pancreas.

Accanto alle colonne su testate come il LA Times e Gourmet, restano i suoi libri. Dove mangiare nella vera Los Angeles o 99 cose da mangiare prima di morire i più celebri, ormai considerati capisaldi della critica gastronomica americana.