Donald Trump e la guerra del vino: danni anche per il comparto USA, previsti aumenti del 100% dei dazi

“Ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape”. Citano Marco Aurelio gli operatori del vino americani, in allarme per una guerra commerciale, che rischia di danneggiare profondamente il settore.

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La Notizia

Che sia protezionismo o proibizionismo, poco importa. La guerra scatenata da Donald Trump contro il vino europeo potrebbe cambiare per sempre l’intero settore, al di qua e al di là dell’oceano. Come è noto, il dazio iniziale, pari al 25% sulle importazioni della maggior parte dei vini e degli alcolici dall’Europa, è scattato già a fine ottobre, con effetti che potranno essere valutati solo fra qualche mese. Come se non bastasse, è allo studio del governo americano un rialzo ulteriore, fino al 100%, su una gamma ancor più vasta di prodotti. Lo ha annunciato l’USTR (Office of the U.S.Trade Representative) e potrebbe essere operativo dal prossimo mese di febbraio (ma già il 13 gennaio si chiuderà la consultazione pubblica lanciata dallo stesso USTR, che potrebbe influenzare la decisione finale del Dipartimento del Commercio). Nel mirino sono finiti anche spumanti, grandi formati, vini dolci e di ogni titolo alcolometrico, visto che la confusa lista originale era limitata a prodotti francesi, tedeschi, spagnoli e britannici diversi dal tokay, al di sotto dei 14 gradi e dei 2 litri di formato. Sarebbe la rappresaglia per i sussidi dei governi europei all’industria aeronautica, pari a un misero 10%. Questo a prescindere dai dazi, sempre del 100%, già minacciati da Trump sugli spumanti e i formaggi francesi, in risposta alla tassazione su colossi digitali come Facebook e Google, che potrebbero essere deliberati questo mese.

Marvin Shanken

Sono mosse che potrebbero mettere alle corde i piccoli importatori, ma anche i venditori al dettaglio, all’ingrosso e i distributori. Una forza lavoro in gran parte americana, che finirebbe vittima di una guerra commerciale cui è estranea. “Il vino è una parte della cultura profondamente radicata ed economicamente preziosa. Il business del vino è una rete globale che include piccoli produttori, agricoltori, ristoratori e attività familiari, così come grandi aziende. Queste persone sono vittime innocenti della guerra commerciale. Meritano il nostro sostegno”, scrive Marvin Shanken su Wine Spectator.

E che i dazi non siano solo un problema europeo, lo sottolinea anche Tim McKirdy di VinePair, evidenziando come nel fuoco incrociato finisca praticamente ogni livello dell’industria del vino americana, dalle aziende alle enoteche. Se il 25% iniziale poteva essere metabolizzato, stringendo la cinghia per onorare i contratti e mantenere in essere le collaborazioni vigenti, la sua moltiplicazione per quattro appare insostenibile senza una politica di supporto, protezione o sussidi di alcun genere. “Come potete cancellare i miei profitti per il 2019 e minacciare la mia sopravvivenza per il 2020?”, chiede per esempio Mary Taylor, importatrice di vini francesi, italiani e portoghesi. Se la mossa iniziale era stata fronteggiata tagliando fino all’impossibile le spese e sopperendo alle emergenze con fondi propri, al temuto rialzo non ci sarebbe rimedio. “I’m done”, conclude.

In un sistema ancora three-tier, fondato cioè sulla triangolazione fra importatori o produttori, distributori e venditori al dettaglio, un rialzo dei prezzi non sarebbe né semplice né immediato. I tempi di pagamento di un piccolo importatore possono oscillare fra 60 a 120 giorni, quelli per incassare dai distributori fra 30 e 45, che corrispondono a un margine di 15-75 giorni per ripagare i produttori. Ma i dazi devono essere corrisposti all’arrivo del vino, molto tempo prima di incassare. Cosicché solo una ditta matura, che disponga di forte liquidità, potrebbe fronteggiare le alterazioni nel flusso di denaro. Le misure, oltretutto, sono state esecutive nel giro di pochi giorni, cosicché gli importatori non hanno avuto modo di elaborare le loro strategie.

Per l’Italia il mercato statunitense del vino vale 12 miliardi di euro alla produzione; ma per l’economia statunitense ci sarebbero in ballo addirittura 28 miliardi secondo le stime di Mannie Berk, fondatore e presidente di The Rare Wine Co.: 5,5 miliardi di vendite degli importatori, 7,8 dei grossisti, oltre 15 miliardi da parte di dettaglianti e ristoratori, per un ritorno di soli 4,25 miliardi in Europa. Il resto lo perderebbe l’economia statunitense, in termini di lavoro e di tasse. Cifre che fanno riflettere, se confrontate ai 7,5 miliardi che secondo i calcoli del WTO gli Stati Uniti avrebbero perso dalla competizione alterata fra Boeing ed Airbus.

Né i dazi potrebbero giovare ai produttori di vino statunitensi, hanno lamentato questi ultimi. Colpirebbero infatti distributori dal portafoglio misto, che sarebbero costretti a cercare nuove aziende all’estero. Le ripercussioni sarebbero severe anche su ristoranti ed enoteche incentrati sulla produzione europea, che in un frangente già difficile sarebbero costretti a ricarichi insostenibili, attorno al 150%.

Ad aggravare la situazione ci sarebbe il citato sistema three-tier, che impedirebbe a causa della sua frammentazione un’efficace azione di lobby. Potrebbe essere il colpo di grazia per l’industria del vino statunitense, che attualmente impiega 350mila persone fra produzione, commercio all’ingrosso e al dettaglio, senza tenere in considerazione l’indotto in spedizioni, stoccaggio, design, marketing, pubblicità, comunicazione e quant’altro.