Clos Rougeard, è in Loira che si produce il cabernet franc più buono del mondo

Dal difficile vitigno cabernet franc un esempio di vino di una purezza assoluta.

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Clos Rougeard
La Storia

Pare che Pink, la trasgressiva ma espressiva cantante pop che si è messa a produrre vino in California sotto l’etichetta Two Wolves sia passata da queste parti a fare apprendistato, non so con quali risultati, ma è curioso che i suoi due vini principali – a leggere dal sito web – siano bianchi mentre questo è il regno del cabernet franc, le cui origini partono da lontano e sono sicuramente più affascinanti di tante canzonette. Un claret da raccontare fuori dalle righe del pentagramma.

“La pendule des Foucault cadence le temps d’une autre epoque. Celle où le rythme du vin n’était pas toujours celui du marché .”

No, la citazione non allude al pendolo di Foucault, lo strumento appeso in una grande sala all’interno del Museo delle Arti e Mestieri, nel Marais, a Parigi. E non saranno i colpi di scena mirabilmente narrati da Umberto Eco quelli cercati dalla famiglia Foucault. Da loro il tempo passa lentamente e diventa uno strumento fondamentale per la maturazione e per l’ampliamento di ogni singola espressione, di ogni singola sfaccettatura che possa presentare il miglior Cabernet Franc in purezza che io conosca, e che ha una storia lunga otto generazioni.

Oggi, lontani dai templi del Marais, i guardiani del tempio dedicato al cabernet franc di Saumur – Champigny custodiscono i loro preziosi flaconi per lungo tempo prima di consentirgli di rivedere la luce del sole. Si sa quando le bottiglie entrano, ma non quando usciranno. Clos Rougeard è il Domaine che più di altri ha portato a livelli nobilissimi il vitigno che altrove, nel bordolese in particolare, è impiegato marginalmente e funge da contorno, da completamento all’uvaggio classico del sud atlantico dove però saranno i cugini più famosi ( merlot e cabernet sauvignon ) a recitare le parti di primi attori.

Qui, nel nord Atlantico, a qualche decina di chilometri da Nantes, all’interno delle zone a denominazione Anjou e Saumur si trovano una vasta gamma di terreni e di microclimi diversi che consentono a questa regione di produrre un po’ tutti i tipi di vini : bianchi fermi e tranquilli, secchi o morbidi, moelleux o liquorosi, biodinamici all’infinito, effervescenti, rossi fruttati da bere rapidamente, rosati secchi o dolci, persino petillant, ed infine anche qualche grande rosso adatto ai lunghi invecchiamenti.

È appunto il caso del cabernet franc di provenienza bordolese, qui chiamato anche Breton, perché pare sia arrivato qui via mare, da Nantes, a suo tempo provincia bretone.

Come dicevo, qui il clima è capriccioso assai, così vicino alle coste atlantiche dove la variabilità giornaliera è incredibile. Provare a mettersi in spiaggia in estate a La Baule per capire cosa intendo. La fuga e il ritorno in spiaggia dei bagnanti ad ogni cambio violento di situazione può essere diventata routine per i turisti parigini più temprati, ma per noi mediterranei, abituati ad andare al mare in tarda mattinata e rimanerci in santa pace tutto il giorno, questi repentini scrosci di acqua gelata intervallata a squarci di sole accecante diventano un incubo stressante.

In queste condizioni è ovvio che le annate buone per far del vino eccellente da queste parti non sono moltissime. Quando però le annate lo consentono, i fratelli Foucault etichettano singolarmente i due cru: il primo è Poyeux, 3 ettari di terreno silicio calcareo, i cui vini ricavati negli anni Trenta hanno fatto storia, e pare siano tuttora ancora in discrete condizioni.

La seconda etichetta deriva dal singolo ettaro di Clos du Bourg, dove sarà il terreno argillo calcareo e l’età delle vigne (più di 75 anni) a consentire al vino di raggiungere valutazioni sensoriali sempre vicine al massimo. Il Domaine possiede anche un ettaro di Chenin con cui viene prodotto il Saumur Brézé, assoluto riferimento della denominazione, e non solo.

Ma sono i rossi a emozionare maggiormente per le sensazioni autenticamente minerali e profonde che si aggrappano alle papille strapazzandole senza sosta, mentre invece la trama tannica sarà finissima e delicata, come lo è il colore, lontanissimo dalle forzature dei cugini del Medoc. Non troppo evidente il varietale, strumento di congiunzione tra terra e cielo, collettore di linfa tra le profondità della terra e i capricci del clima atlantico.

Una bella emozione potrebbe derivare dall’assaggio di un Clos du Bourg 2005, dal naso vertiginoso e dalla marcata mineralità che diventa quasi assillante. Secondo gli specialisti della zona, questo è il riferimento massimo, l’apice raggiungibile raramente per un vino rosso prodotto in Loira. Insieme, a tavola, proporrei qualche costoletta d’agnello dei prati salati di Bretagna e Normandia, nient’altro, puro minimalismo gourmet.

Questi vini hanno una vita propria, sobria ma autorevole. Sembra che respirino, che si muovano autonomamente dimostrandosi a volte gentili ed amichevoli in gioventù, diventando vecchi ma saggi con l’età, epoca nella quale si potrà ascoltare il bicchiere narrare di storie antiche, attraversando tutti i decenni appena trascorsi ma come se fosse l’altro giorno, un tempo cadenzato diversamente dal vecchio pendolo di Foucault, trovando a volte un punto in comune nelle emozioni di confortevole solitudine, come calandosi nelle atmosfere misteriose dei saloni del Museo delle Arti e Mestieri del Marais parigino.