Plenus, alla scoperta del Pecorino che si sente un Riesling

A Io Bevo Così, un focus su sei annate del bianco altamente spontaneo dell’azienda agricola Marina Palusci.

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La Storia

Max D’addario indossa una maglietta nera anti SO2. Nella sala specchiata del Gallia di Milano, questo ragazzo abruzzese si presenta come il portavoce di una protesta di piazza, pardon di campagna. In realtà, durante le due ore trascorse a chiacchierare e a degustare le cinquanta sfumature di verde del suo pecorino, non ha mai manifestato comportamenti bellicosi o talebani, semplicemente estrema convinzione del percorso che ha intrapreso.

Del resto tutta Io Bevo Così, la manifestazione riservata agli operatori di settore e dedicata esclusivamente ai vini prodotti con mani meno interventiste possibili, vive in un limbo che qualcuno definisce fanatico e qualcun altro la panacea di tutti i calici.

Che dire, con gli occhi di un bambino che nasce con un palato di un adulto abbiamo vagliato e degustato tutto, trattenendo ciò che per noi valeva.

Io sono l’oleologo della Palusci. Il primo vino in bottiglia l’ho messo nel 2009. Mio nonno paterno mi ha trasmesso la passione per la pianta, mi ha insegnato a custodirla e che bisogna lasciarla meglio di come la si trova”.

Il dna di un vignaiolo definito naturale nasce per forza dalla terra. Contando che la loro filosofia prevede meno interventi possibili sulle viti e in cantina, avere un terreno pieno di nutrienti e piante resistenti è la priorità. Quelli di Max sono, per forza, vini di annata, nel senso di una conseguenza quasi diretta del corso della natura in quell’anno specifico nelle variabili di terreno, pioggia, vento, sole e stress della vite. L’unica variabile meno variabile è il terreno.

Tutte le mie viti di pecorino sostano su terreni argillo calcarei e quindi riesco ad avere un vino che esprime mineralità”.

Prima di farci assaggiare le 6 annate, Max si è dilungato – anche troppo – a raccontare la sua storia e il suo lavoro e a cercare commitment con i presenti. Ci ha chiesto se ci era mai capitato di assaggiare pecorini che avessere sentori di ananas e frutti tropicali. Tutti zitti. Tutti omertosi. Noi abbiamo ricordi di ottimi pecorini di Cataldi Madonna e di Tiberio. Evidentemente Max si riferiva a qualche altro furbetto.

Non dobbiamo fare il ghetto dei vini naturali, ma cercare di fare vini che esprimono la terra su cui crescono. Il mio obiettivo è fare dei pecorini buoni, senza solfiti aggiunti e senza ossidazione”. Max si definisce alcolista, amante dell’alcol. Non alcolizzato, che significa ben altro. “Il vostro corpo in sostanza è quello che vi dà la risposta. Se vi dice stop, qui e qui – dice indicandosi stomaco e testa – significa che lo state intossicando”. Contando che nella scala che va dai vini convenzionali a quelli AVN, cioè naturali, la quantità di prodotti chimici autorizzati per la correzione, aromatizzazione e conservazione del vino varia da 200 a 30mg/l, è corretto usare il termine intossicazione. Sempre meglio non esagerare ed essere consapevoli di ciò che il tuo corpo assimila. Manco a dirlo che Marina Palusci aderisce all’associazione dei S.a.i.n.s quelli a cui è proibito aggiungere chimica e solforosa, oltre a quella prodotta autonomamente dal vino durante la fermentazione.

Max non è un vignaiolo canonico, si è pure preso la libertà di scrivere un suo commento sintetico in ogni singolo cerchio della tovaglietta dedicata ad accogliere la sequenza di calici durante le verticali. Un suo commento personale, che riporteremo a fianco dell’anno di produzione.

Ora non resta che raccontare annata per annata il Pecorino Plenus di Marina Palusci. Le annate non sono in ordine cronologico, seguono quello deciso per noi dal produttore.

2017 Il futurista.

L’azienda Palusci fa olio come core business. Si può permettere di saltare alcune annate e anche di aspettare i suoi vini. Questa 2017 è solo potenziale, semplice e schietto con una spalla acida già molto sviluppata. Non ancora pronto ad affrontare gli esami della vita e della convivialità. Infatti dopo un’ora si è ritirato nelle sue stanze a giocare con l’ossigeno.

 

2011 La perfezione stilistica

Non è un pecorino è un riesling. Gli idrocarburi che riempiono le narici sono gli stessi che svuotano tutti i pregiudizi. È veramente una sorpresa ritrovare in bocca l’alta mosella, il salmastro e grande mineralità. Dopo un’ora nel bicchiere il cappotto da riesling si sbottona un poco, facendo percepire l’imprinting del Pecorino Palusci, che richiama sempre gli agrumi, qui anche al naso dopo 1 ora di evoluzione nel bicchiere.

 

2014 I lieviti

La prima impressione è quella di essere di fronte a un rifermentato in bottiglia. La sproporzione di lieviti è palese, già dalla diffusa velatura del vino. Un’incompiuta. L’acidità agrumatica è sempre presente, si rivela molto affilata. L’unica possibilità è smussarla con un fritto di pesce sulla costa Adriatica.

 

2015 La bomba

A sentire Max, questa è stata l’annata perfetta dal punto di vista agronomico. Il vino ha ricevuto una macerazione di tre giorni. Il naso non ci ha convinto, incanalandosi in quei sentori paludosi e terrosi poco attraenti di diversi vini naturali. In bocca è fresco e svelto, con il bergamotto e le note di earl grey che invogliano a berne anche a colazione. Dopo aver consumato un’intera bombola d’ossigeno si è ingentilito. Il colore è un verde sporco.

 

2013 La pienezza

Max ci omaggia di una delle ultime Jeroboam 2013. Questo è il Plenus, il vino di Pianella. L’agrume è più coperto, non punge, non sveglia, prende a braccetto un po’ di miele Si deduce sia stata un’annata particolarmente calda. La più calda tra quelle assaggiate.

 

2012 Emozione nell’imperfezione

Un altro riesling, questa volta uno spatlese, o come dice Max un vino austriaco della zona di Wacahu. Il dna agrumato della Palusci qui ha un cedro candito come portavoce. Il naso si storce un po’, percepisce subito la dolcezza e anche un poco di ossidazione.

 

L’annata è veramente ciò che guida nei vino di Marina Palusci. C’era una nota interessante in ognuno dei sei vini assaggiati, a volte più comprensibile a volte meno. Anche la prima impressione, quella visiva, differiva molto nel roster della verticale. Non un compito facile raccontarla, mettendosi nei panni di un sommelier o di un maitre. Insomma, se il tempo è quello che serve di più per apprezzare il Plenus, ne serve una buona quantità anche per raccontarlo. É un vino che passa dalla sostanza di chi lo fa, molto meno dall’immagine con cui si presenta. A quel punto è facile rimanere folgorati, e cominciare a seguirlo in tutta la sua imperfetta ricchezza.