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Mas de Daumas Gassac: il Grand Cru del sud della Francia

Un'opera vinicola visionaria che sembra sia stata creata apposta per diventare l'esatto opposto di un Grand Cru di Borgogna, nell'estremo sud di Francia

Facevo lo spadaccino

in Francia, ma non tanto per salvaguardare l’onore della Corte e del Re di Francia quanto per tenere a bada e difendere da sé stessa una sorellina monella. Schermaglie, viaggiando con la testa, percorrendo l’ennesimo tragitto, indeciso tra oriente e occidente. Sarà occidente. The west is the best, ma per una volta resistendo alla tentazione di completare il viaggio lungo la rotta del regista delle grandi fughe.

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Salvatores di me stesso, di battuta in battuta, pigiando sulla tastiera di fioretto, in alternanza e infine sconfitto e rassegnato al “the opposite of sex”. Stavolta mi fermo prima di varcare un’altra frontiera. Non è Spagna, non è Borgogna, sarà Languedoc, Herault.

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Invece della Guida Michelin provo a studiarmi il libro Daumas Gassac, The birth of Grand Cru, ma è scritto in inglese, una lingua che non mi appartiene, che non riconosco come mia complice, come la sorellina monella, non più. L’unica alternativa sarebbe proseguire sul Camino de Santiago. Pericoloso non tanto per il consumo delle scarpe quanto per quello della mente, passo dopo passo, meditando troppo.

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Montpellier. Città universitaria di alto profilo culturale e di universitarie complicate da decifrare. Un ristorante importante ma sopravvalutato, tra i tre stelle meno certi della storia gastronomica francese Le Jardin de Sens. Mollo la Guida e l’universitaria, riprendo il libro. Meglio guardarsi all’interno ed esplorare l’entroterra. L’arriére-pays scritto in francese con l’accento inglese, come succede spesso da queste parti, dove i parigini sentono la puzza sotto il naso mentre quelli che scendono da un altro nord sentono il profumo di garrigue, termine intraducibile. Ci devi mettere il naso dentro la garrigue per ricordarla, esalata ed esaltata dal calore del sole. En plein air.

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Le date di nuovo si incrociano. È il 1970 e fa caldo, succede spesso nell’arido Languedoc se ti allontani dalla costa. Véronique e Aimé Guibert cercano casa nell’entroterra, lontano dal mare. L’arrière-pays sarà nell’Herault, nella vallata di Gassac della famiglia Daumas. I due probabilmente si pongono una domanda retorica. Si potrà fare del buon vino da queste parti? Certo che sì.

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Arriva il professor Henri Enjalbert, non proprio l’ultimo. Bordolese, geologo, geografo ed enologo. Ricercatore ed esperto di ampelografia dalle glaciazioni in poi, in grado di predire il futuro di questo luogo. E non si sbaglierà, ma nell’atto di trasformazione conta l’uomo che si avvale di una materia prima ( l’uva ), che trasformerà in qualche cosa che non c’era. In qualche cosa di unico, specialmente in questo caso dove la tradizione ti potrebbe tradire e farti mettere in bottiglia un vino spesso, alcolico e stucchevole. Invece no. Sembrerebbe tutto cocente, salvo scoprire un altro invece, perché dove non c’è storia puoi piantare la qualsiasi cosa. Quando ti trovi piantato o ti evolvi o muori.

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Terroir. Un terroir fatto di “grèzes glaciaires” con di sotto sorgenti di acqua fredda. È fatta. Per lo spadaccino d’Aquitania si aprono nuovi varchi, nuovi spazi dove inventare nuovi gesti, un qualche cosa che non c’era. Dove sembrava facesse un caldo insopportabile invece può far fresco. Il cabernet sauvignon gradisce molto e un’altra storia parte, dal 1972, compiendo l’evoluzione nel 1978.

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Non è Borgogna, non hai titoli da difendere, quindi tanto vale provare a percorrere qualsiasi stradina priva di muretti di contenimento. Qui ci puoi piantare qualsiasi vitigno, uno per volta arrivando ad un numero impressionante di soluzioni che non andranno in collisione, ma in armonia. Iniziarono con il cabernet sauvignon bordolese, per affinità con l’esperienza di Enjalbert ma la svolta successiva fu di nuovo molto importante.

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Affinità ampelografiche. Si chiamava Emile Peynaud. Uno dei padri dell’enologia francese, teorico delle fermentazioni controllate, della fermentazione malolattica, della ricerca della stabilizzazione dei vini in genere, bianchi o rossi. Il metodo Peynaud rimane nella storia dell’enologia portando nel bicchiere vini ricchi, armonici, avvolgenti. Morì a 92 anni, e poi si dice che il vino fa male.

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La prima vendemmia Daumas Gassac, come posso leggere sul libro con dedica risale al 1978. Cabernet sauvignon al’87%, 1% di syrah, 4% malbec e 8% tannat. Annata calda si può leggere nelle note. Vino voluttuoso, “allevato” nelle fresche cantine a temperatura costante grazie al passaggio di quelle acque molto fredde di cui si diceva più su.

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17.000 bottiglie, vendute quasi tutte in maniera confidenziale, “amical”, o come si usa dire in Francia facendo passare il messaggio “de la bouche à l’oreille” attendendo i primi riscontri di critica. La Guida Gault Millau cominciò a occuparsene nel 1982 di questo vino, ma bisognerà attendere il 1986 perché la diversificazione della produzione arrivasse a immaginare un bianco che non c’era, in una condizione di clima-terroir apparentemente troppo caldo.

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Quattro vitigni forestieri. Viognier, chardonnay, petit manseng e chenin ( per non sbagliarsi provenienti da mostri sacri d’altrove come Vernay, Comtas Lafon, Huet etc …) si unirono in nozze dorate. Pochissime le bottiglie, 2000, subito apprezzate. Quelli che oggi sono 50 ettari dispersi a piccoli appezzamenti nella “garrigue” accolsero molti altri vitigni, anche sorprendenti. Tra i rossi addirittura i nostri piemontesi: barbera, nebbiolo e dolcetto, e poi carignan, merlot, pinot noir, syrah … tra i bianchi si aggiunsero marsanne, roussanne, sercial, muscat … insomma un vero laboratorio di ricerca e sperimentazione a cielo aperto.

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Oggi la produzione media varia dalle 120 alle 150.000 di rosso e dalle 45 alle 60.000 di bianco, ricordando però un’altra piccola perla, quelle 2000 bottiglie di cabernet sauvignon 100% dedicate proprio a quell’ Emile Peynaud, che tanto fece per lo sviluppo di questo progetto. Un lusso possibile cha vale sui 200 euro. Curioso anche il riuscito esperimento di “spumantizzare” il cabernet sauvignon da cui viene fuori un fresco e brioso rosato dal color corallo chiaro. Un vino-bevanda senza grosse pretese se non mettere allegria allo spadaccino sconfitto dalla giovane universitaria.

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E adesso il viaggio può riprendere, per una rotta imprevista. Un piccolo e tozzo flacone nasconde un “vin de liqueur” nato da un vitigno che ti aspetti a Madeira. Il sercial che unito a muscat nasce sull’argilla. Prima si raccoglie il sercial e poi si aspetta che il muscat si sia arrostito sulla pianta. Quindi doppia fermentazione per il Vin de Laurance e lunga maturazione per questo che al Domaine definiscono “Un petit “chef d’œuvre” du “vieil ouvrier vigneron” ! Mais chef d’œuvre au sens modeste d’autrefois ; celui d’un travail professionnel difficile.

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Oppure:  La vallée du Gassac est désormais gardienne de ce véritable musée de vieux cépages tout en sachant que sur les 50 cépages du domaine, 25 sont inconnus du grand public, ils appartiennent à l’histoire !

Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro

Foto di Daumas-gassac.com

 

Mas de Daumas Gassac

Haute vallée du Gassac – 34150 Aniane

Tél. 04 67 57 88 45

Mail [email protected]

Il sito web

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