Chateau Margaux: il lato femminile del Medoc tra nobiltà certa e leggende da raccontare

Il più "flatteur" tra i cinque Premier Grand Cru Classé del Medoc è un vino da bere senza rispetto, facendosi sedurre da un bacio improvviso

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La Cantina

La leggenda narra

che il cameriere maldestro, forse emozionato ma sicuramente sciagurato, urtò la bottiglia durante il servizio e la fece cadere a terra durante una cena di gala. Fu così che la bottiglia più costosa del pianeta andò in frantumi esalando i suoi ultimi sospiri sulla moquette. Chissà com’era.

Château Margaux (Margaux)

Forse meglio così, gelando gli ospiti sconcertati da tanta disgrazia ma allo stesso tempo evitando loro di dover commentare con sguardi e aggettivazioni una Chateau Margaux 1787 stappata, anzi, sbriciolata nel 1989. La pozzanghera più costosa della storia dell’umanità, mezzo milione di dollari.

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William Sokolin, mercante e collezionista di grandi vini più o meno importanti non la prese benissimo e fu così che fece partire la richiesta di risarcimento verso una assicurazione che si trovò a gestire una causa da lasciarci il collo e finita in mille pezzi di vetro, un tappo, forse una capsula, un’etichetta e un residuo di liquido idroalcolico assorbito da un pavimento sintetico intriso di vino bio. Periti al lavoro in ginocchio sui cocci e bevitori seduti comodamente ma rimasti all’asciutto.

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Leggenda. Perché da quanto si può leggere ancor oggi sul New York Times non andò così ma diversamente: Sokolin, mercante di vino di successo ma anche dotato di un talento raro per la comunicazione advertising, camminando lungo il salone delle feste del Four Season di New York colse l’occasione per emozionare le centinaia di persone presenti con un coup de theatre degno di passare alla storia. Infatti ci riuscì, anche se le sue intenzioni erano probabilmente altre, in primis rivendere l’ultima Chateau Margaux 1787 rinvenuta anni prima (nel 1985) in una cantina parigina per una cifra prossima ai 600.000 dollari. Sulla bottiglia pure la firma Th.J. Thomas Jefferson. Vera o falsa non importa. La leggenda non ha regole certe.

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Camminando lungo la stanza e declamando l’oggetto che teneva in pugno diede due colpetti di malcapitato dito medio al fondo della bottiglia, che evidentemente si era crepata già prima e così provocando la caduta del liquido sulla moquette. Il fatto provocò clamore per molto tempo, finalmente chiuso e cicatrizzato con un risarcimento di più o meno il 50%.

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Non aveva certo bisogno di episodi da fiction americana Chateau Margaux per entrare nel culto recente, essendoci già dentro da un paio di secoli. Anche di più, pensando ad un Medoc diverso da oggi (un parco giochi) mentre chissà come doveva essere nel tredicesimo secolo quando, si sa, esisteva qui Chateau de la Mothe Margaux, rasato al suolo per innalzare il palazzo palladiano che oggi conosciamo come Chateau Margaux, costruito e finito circa 200 anni fa, nel 1816. Voilà, la piccola Versailles del Medoc è pronta ad affrontare i prossimi secoli.

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L’edificio d’architettura neoclassica è sicuramente il più importante (e il più bello) di tutto il Medoc, dove di castelli belli ce ne sono più che a Disneyland, ma Chateau Margaux è veramente speciale, imponente già dall’ingresso, dalla facciata che prendi al colonnato prima ancora di partire dal cancello dove non ti rispondono al citofono mentre guardi le quattro perfette colonne ioniche.

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Il numero di proprietari succedutesi nei quasi dieci secoli di storia è prossimo al numero di casse che si confezionano ogni anno. In momento anomalo, tanto per essere un attimo nazionalista, è bene ricordare che Chateau Margaux fu anche italiano, dal 1990 al 2003.

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Gianni Agnelli, gentiluomo pragmatico, più pratico che sentimentale, divenne socio di maggioranza (al 75%), fino alla sua morte, dopo aver pronunciato la celebre frase: investite in vino, mal che vada ve lo potrete bere. Il coraggio calcolato con gusto. Dopo, solo un epigono avrebbe potuto.

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Ritornato nelle mani di Corinne Mentzelopoulos Chateau Margaux resta nell’immaginario dei bevitori crapuloni di Bordeaux quello più seduttore tra i cinque Premier Grand Cru Classè. The body. Elle MacPherson non è un nome che butto li a caso. Perché dire tutto? Il portaborse dell’Avvocato non si riprese mai da quello shock sulla spiaggia di Miami. Gli stappai una Chateau Margaux 1964 per consolarlo.

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Le particolarità che rendono questo vino diverso dalle altre denominazioni del Medoc stanno innanzitutto nel terreno, costituito da ghiaia di grana media e fine di origini lontanissime, oltre ad uno spessore che varia tra i quattro e gli undici metri la cui parte inferiore è mescolata con argilla. La leggenda narra che in queste condizioni (densità del terreno), sarebbe possibile scavare un pozzo senza utilizzo di pietre di rinforzo, ma a noi interessa il tipo di suolo proprio perché è da questo terreno così particolare che la pianta pesca il suo nutrimento, assai magro. L’altra particolarità è la presenza importante nel melange di uve merlot, diversamente dalle altre denominazioni del Medoc. Il sentore di peperone verde del cabernet sauvignon qui è mitigato dal fruttato dolce del merlot, che insieme ad una piccola parte di cabernet franc e petit verdot incide in maniera evidente al momento di mettere il naso in un bicchiere di Chateau Margaux.

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La proprietà vitata si estende su quasi 90 ettari di cui il 75% sono piantati a cabernet sauvignon, 20% di merlot, 5% di tra cabernet franc, mentre ben 12 ettari sono stati destinati a sauvignon blanc, quelli dedicati alla creazione del Pavillon Blanc de Chateau Margaux, tra i bianchi più originali di tutto il bordolese, ma che non può riprendere in etichetta la denominazione Margaux. Secondo vino della proprietà è il Pavillon Rouge de Chateaux Margaux, che come è d’uso da queste parti viene assemblato prelevando i vini usciti dal frutto delle vigne più giovani.

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Ma tornando al vero e proprio monumento del bordolese (in tutti i sensi), Chateau Margaux si scosta dall’austerità dei vini di Pauillac presentandosi suadente e femminile, anche a raggiunta maturità, riportando in evidenza aromi floreali come la violetta o la rosa canina, quando in gioventù si poteva parlare a vanvera di frutta rossa come l’amarena schiacciata.

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Terziarizzazione poco terrosa come invece si può riscontrare nelle altre denominazioni limitrofe: Saint-Julien, Saint-Estèphe o la stessa Pauillac. Margaux, favorito anche da una posizione geografica più protetta dai capricci atlantici, perché più vicina alla città di Bordeaux e alla confluenza tra i fiumi, Garonna e Dordogna, che proprio nei pressi di Margaux si congiungono e diventano l’estuario più famoso del mondo viticolo: la Gironde.

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Annate e prezzi? Anche qui mi tocca evidenziare il mio millesimo, il 1961, che è definito dagli esperti e non da me : un vino costruito per l’eternità. Non sarà il mio caso. 1900, 1928, 1937 e 1945 sono le altre annate mitiche, mentre tra quelle recenti, vanno sottolineati i 100/100mi di Parker per la 1990 e la 2000.

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Una produzione di circa 350/400.000 bottiglie consente ai prezzi di rimanere abbastanza umani, salvo appunto toccare con mano una 1990 (sui 1000 euro) o proprio la 2000, che quota perfino un po’ meno, anche se per me non li valgono. Resta sempre fisso il riferimento al 1982, sui 600 euro, oppure proprio la 1961, sui 1000, ma per un assaggio più discreto e moderato a Chateau Margaux ha previsto anche le mezze bottiglie. Androgine.

Indirizzo

Chateau Margaux

33460 Margaux – France

Tel. +33 (0) 5 57 88 83 83

Il sito web

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