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Chateau Mouton Rothschild, l’aristocrazia del Bordeaux più famoso del mondo

Chateau Mouton Rothschild, lo strabismo di Venere nello sguardo della sfinge. Più di 300.000 bottiglie l'anno vendute a casse per migliaia di euro. Business haute de gamme a Pauillac en Medoc.

Le due sfingi

accucciate su bassi piedistalli accolgono il visitatore con il loro sguardo enigmatico in fondo al lungo viale bianco contornato da un elegante giardino alla francese. Un’altra se ne sta distesa sull’erba, chissà da quanti decenni in quella posizione di veglia. Tra le due svetta perfino un obelisco stellato e dorato in punta. Non ci sono dubbi, stiamo entrando a Chateau Mouton Rothschild, emblematico Chateau bordolese la cui storia recente inizia nel 1853.

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Tra i cinque Premier Grand Cru Classé del bordolese Mouton è certamente il più noto, il più evocativo del Medoc, questo nonostante rimase fuori dalla famosa classificazione dei vini del Bordolese messa giù nero su bianco nel 1855 a Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale sotto imperiosa richiesta dell’Imperatore Napoleone III. Il giovane Mouton Rothschild in quel frangente fu classificato -solo- come secondo cru e ci rimase per lungo tempo in quella scomoda posizione.

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Rimase fuori dall’èlite esattamente per 118 anni, ma da queste parti il tempo ha valore assai relativo. Nel 1973 intervenne direttamente il Ministero dell’Agricoltura, promuovendo al rango superiore un vino che ormai era entrato nel mito, anche grazie ad un dettaglio che rivoluzionò la maniera di etichettare una bottiglia di vino, facendola diventare un bene prezioso, a prescindere dal suo contenuto.

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La promozione (fatto storico e unico), arrivò durante il settennato di presidenza di George Pompidou, già “impiegato” a suo tempo presso la Banca Rothschild, famiglia che una qualche pressione convincente era in grado di praticare sia a livello politico che economico, ma mi piace di più puntare il dito sulle etichette, che dal 1945 cambiarono il modo di intendere una bottiglia di vino di estremo lusso.

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Si, perché se il tuo testimonial per le etichette diventa per un anno Picasso, un anno Chagall e un altro ancora Mirò qualche possibilità in più per mettere all’attenzione del pubblico enofilo una produzione di qualche centinaia di migliaia di bottiglie (più di 300.000) ce l’hai di sicuro. Vuoi insegnare ai Banchieri come si fanno i soldi? Banchieri veri, vecchio stampo, non loschi manager bancarottieri, quelli che non ci fanno dormire sonni tranquilli negli ultimi decenni.

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La mia prima Mouton fu una 1979. Bottiglia poco empatica di primo impatto. Tu la tratti in punta di dita e guanti bianchi e lei ti bacchetta come fosse la professoressa dalla penna rossa. Ci vuole pazienza, perché se un vino è buono lo è da subito, però talvolta ci vuole la pazienza dei saggi per arrivargli al cuore, perché non si tratta di un colpo di fulmine ma di un apprezzamento progressivo. Quell’annata fu siglata in etichetta da un artista giapponese, Hisao Domoto. Etichetta bella, per carità, ma ancora una volta pensa a quale lungimiranza. Scegliere un artista giapponese mentre quell’economia era alle stelle e i ricchi giapponesi molto attratti dai grandi vini francesi.

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Da noi con 100.000 lire ci arrivavi tranquillo allo stappo, anche al ristorante, così scoprendo il mondo del Cabernet Sauvignon bordolese del Medoc, che insieme a piccole percentuali -nell’ordine- di cabernet franc, merlot e petit verdot vanno a comporre il melange di uve comunemente definito come taglio bordolese, variabile di Chateau in Chateau.

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Anche qui, l’ultima annata ritenuta storica, sia per la qualità che per la maniera classica di vinificare ed affinare risale al 1982. Dopo, usando un’aggettivazione prelevata dai sacri testi di Bettane & Dessauve, lo stile si Americanizzò, proprio per non scrivere che si Parkerizzò. Le melangeurs Parkerisè li etichettò più volte Madame Leroy, rivolgendosi ai Bordolesi con il suo stile dialettico inimitabile. Sottovoce ma tranchant.

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Oggi, con quelle 100.000 lire, 50 euro, non ti bevi neanche un bicchierino di Mouton. Storie di Baroni e Baronesse, dominando i 90 ettari nel cuore del Medoc (in medio acquae) guardavano e guardano la plebe dal piccolo Chateau ma con enorme cantina. Tante bottiglie moltiplicate per tanti soldi. Adesso capisci perché i prezzi sono improvvisamente impazziti anche in Borgogna. Perché le bottiglie lassù sono poche, quindi veramente preziose, ma non possono essere speculative come qui, dove si ragiona a casse e non a bottiglia. Un business pazzesco. Ci vuole volume per far speculazione e qui non manca niente per assecondare il mercato.

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Vino da investimento, non so ancora quanto sostenibile. Vino da stoccare a casse, murate a parete, o dentro il caveau di una banca, aspettando che il prezzo ti dia soddisfazione, cosa che per ora -da decenni- continua ad accadere.

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Mille o duemila euro a bottiglia. Ma se vuoi risparmiare ci sarebbe anche il Petit Mouton, che viene via a 200-300 euro. E non è la sciacquatura delle barrique, ma -garantisce la Baronessa- il frutto delle vigne più giovani dell’Illustre premier cru vinificate e “allevate” in cantina similmente. E se sei bianchista ci sarebbe anche l’Ail d’Argent … ah, l’argent … ricavato da una mano di ettari piantati a Sauvignon Blanc, Semillon, Sauvignon Gris e Muscadelle, e che dopo tanto assemblare, chissà perché, costa una miseria.

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Tanto vino in medio acquae. Si, ma il vino classificato Premier Grand Cru Classé nel 1973 com’è? Beh, se ti piace il cabernet è buono. Se poi non riesci proprio a convincere i benziani francesi a prendere gli scomodi biglietti da 500 o da 200, ecco, allora sai dove investirli.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro

 

Château Mouton Rothschild

33250 Pauillac, Francia

Il sito web

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