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Musigny Domaine Roumier, l’esotismo di Borgogna diventa un world top wine

Dai 6.000 ai 18.000 euro a bottiglia. Questo il prezzo per un viaggio verso La Cote d'Orient del Pinot Noir

Non sono d’accordo

che il lusso si possa definire come un’abitudine a consumi o ad acquisti di servizi o prodotti di elevata gamma. Il lusso va calibrato, se no diventa banalità. Effimero, superfluo o snobistico che sia, ma andrebbe comunque preso in punta di dita e non a piene mani, se no diventa volgarità o appunto, ricca banalità.

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Talvolta però diventa tangibile, riconoscibile, veritiero e profondo. È tutto in un bicchiere di Musigny del Domaine Georges & Christophe Roumier. Chiaro, poi oggi attingere al Lusso è affare di non pochi e questo crea maggiore attrattiva da parte di chi si può permettere di accedere a tali consumi di liquidi idroalcolici che diventano condizione di vita privilegiata pur se imbarbarita, ma c’è speranza. Quando i nuovi ricchi ignoranti avranno finito di buttare quantità di denaro senza capire che cosa sia in realtà un Musigny, chissà, la cultura dei grandi vini di Borgogna tornerà a casa, di chi li ha sempre apprezzati anche in tempi non sospetti. Non difficile capirlo e persino più semplice innamorarsi, innamorarsi dell’esotismo del pinot noir. Come fosse un viaggio itinerante verso l’Oriente, ma del resto, Cote d’Or non è altro che la contrazione di Cote d’Orient.

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Musigny non è un vino difficile da capire, è tutto lì, esposto, pur non facendo parte dei vini da cortigiana. Esotismo neppure mascherato quello che emerge da questo pezzetto di terra, verificabile a naso dentro il bicchiere a la mano, e per convalida, intingendo l’indice nel bicchiere e sporcandosi il collo, come fosse un Patchouli. Un vino femminile, un lusso cerebrale, lontano da ogni virile Chambertin, mentre più vicino ai vini di Vosne Romanée e stranamente diverso da altri Grand Cru limitrofi, incredibilmente diversi seppur così vicini, come fossero parenti da generazioni, ma proprio per questo profondamente cambiati nel tempo, allontanatasi come fossero vicini di casa che si salutano solo per dovere, divisi dai muretti cistercensi.

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Tra i 6.000 e i 18.000 euro per una bottiglia di Musigny Roumier. Prendere o lasciare. Lasciare ormai, vivendo di ricordi vividi di questo meraviglioso vino che sulla denominazione se la vede solo con quello del Domaine Leroy, più voluminoso. Anche in questo caso il mercato indica la strada, lasciando indietro buone cose (De Vogue), o straordinarie (J.F.Mugnier ), che tutto in finezza spunta prezzi da terzo gradino del podio, meritatamente.

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Bisogna essere abbastanza ricchi o avere un amico crapulone altrettanto ricco per attingere. Se no la terza via è sempre la solita, la più economica e persino pagata bene, e cioè lavorare in sala in un ristorante che abbia in cantina questi vini, sperando che arrivi un cliente che ti dica: “berrei un Musigny, lei che ne pensa?” – Beh, credo sia un’ottima idea, condivisibile. Glielo vado subito a prendere in cantina, lo stappo volentieri e glielo assaggio, per sicurezza. –

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Ma chez Roumier non si vive di un solo fazzoletto di terra e roccia preziosa come un diamante rosa. Lo stesso Bonnes Mares si offende se lo definisci fratello minore, così come il premier cru Les Amoreuses, che nel nome ha già qualche cosa che ti intriga ancor prima di conoscerne il prezzo, anch’esso abbastanza dissuasivo oggi.

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L’altra perla rara del Domaine si chiama Corton Charlemagne. Zerovirgoladue ettari di chardonnay piantati sulla più bella montagna di Borgogna, da cui ricavare un’inezia di flaconi venduti a prezzo di realizzo, sui 300 euro, come se mancasse un senso di appartenenza. Così vicino geograficamente, così lontano nell’immaginario.

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Altri cru e premier cru, su Morey St.Denis e Chambolle Musigny, a chiudere lo strettissimo cerchio che rimanda alla storia di un Domaine ormai non lontano dal festeggiare il secolo. Poco meno di dodici ettari rappresentano il patrimonio di vigne totalmente piantate a pinot noir, salvo appunto quello 0,2 di chardonnay sulla Montagne de Corton, per una produzione totale, compreso tutto, di circa 40.000 bottiglie mediamente. Salta all’occhio la proporzione che rivela la bassissima resa e la scrupolosa cernita.

Un po’ di storia? Allora partiamo dai gloriosi anni ’20, esattamente dal 1924, con il classico matrimonio borgognone che portò in dote i primi appezzamenti a Georges Roumier, che insieme a Geneviève Quanquin si portò a casa anche i primi vigneti.

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Momenti importanti furono le acquisizioni di Clos de La Bussière (1953) e Corton Charlemagne (1968), ma fu il figlio di Georges, Jean Marie, subentrato al papà -che lasciò il comando nel 1961- ad acquistare il mitico Musigny nel 1978. Tra l’altro, annata eccezionale per i vini rossi di Borgogna. Un buon auspicio. A seguire Christophe, impegnato a dirigere il piccolo Domaine da quasi 30 anni ormai.

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La “palette” delle diverse denominazioni premier cru si ricompone intorno al sommo Musigny, ma riuscendo a trovare un qualsiasi premier cru del Domaine sarà abbastanza facile percepire in proporzione di che cosa stiamo parlando. Non di potenza, non di concentrazione ma bensì di precisione, di finezza, di persistenza e di identificazione di ogni cru, come stabilito dai Cistercensi. Un bel cesto di fragoline di bosco, condite da una soluzione di spezie esotiche. Tutto qui, ma basta e avanza per penetrare nel mondo dell’esotismo di Borgogna.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano del Faro

 

Domaine Georges Roumier

Rue de Vergy – 21220 Chambolle Musigny

Tel. +33 3 80 62 86 37

Il sito web

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