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Bartolo Mascarello 1918 – 2018: cent’anni di puro Barolo

Maria Teresa Mascarello, la custode del classicismo del puro Barolo senza compromessi

Bussare con controllo,

oppure usare il campanello con ponderatezza, previo appuntamento telefonico. No e-mail, no sito web, no barrique, no Berlusconi. Superata questa fase di controllo mediatico potete entrare in punta di piedi, come è abbastanza normale in Piemonte quando andate a casa di una persona che non conoscete, ma anche se la conosci non c’è grande differenza.

Fotografia di Eric Guido

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Fotografia di Paolo Tenti

Di anomalo c’è solo il rospo verde dei miei concittadini biellesi della Cracking Art aggrappato all’insegna, storie di ieri, invece è oggi. Glielo volevano portar via il rospo dopo l’esposizione en plein air ma Maria Teresa si era ormai affezionata a quel pezzo di modernità fatto di idee di plastica. Si è opposta e se lo sarà comprato. Un rospo di plastica che sconfina tra l’arte concettuale, la differenziata finalmente recuperata intelligentemente e un vezzo femminile inaspettato. Ti vuoi opporre al carattere della figlia del Bartolo?

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Classicismo ed arte moderna, dentro e fuori il baluardo del “modello” di Barolo. Quello senza nomi di battesimo secondari, senza carezze lignee, senza divulgazione assidua. Probabilmente anche senza p.r. Il Barolo “senza” ma con dentro tutto. Un’anima è una. Può avere mille sfaccettature ma non più teste.

C’è riservatezza nell’esporsi, perfino meno esibita che in Francia. Chez J. L. Chave o chez Rayas, dove si ragiona in egual maniera per far dei vini world top. Ci pensano i giornalisti a completare l’affinamento. Tre grandi nomi buttati lì. Si, lo si è sempre fatto senza sapere che altri facevano il vino nello stesso modo, senza conoscersi prima ma riconoscendosi dopo, tramite un medesimo vitigno piantato su diversi climats. Monovitigno su diversi terroirs. Vitigni diversissimi ma alla fine il vino è uno per tutti. Vini lontanissimi ma incredibilmente vicini.

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Fotografia di Eric Guido

Tu dici classicismo -e non tradizione– e pensi a vini da uve Nebbiolo durissimi, quelli che faceva mio nonno sulle fredde colline novaresi, quelli sconfitti dai modernisti di Langa, dai Barolo Boys, quelli che tagliarono con il passato e con la motoseghe il legno grande, quelli che il Bartolo definiva “amici” lo stesso, con quella garbatezza tipica del piemontese cortese ma in se -immagino- poco convinto. Tannico, quella condizione che solo il tempo può ammorbidire ed incidere il giusto tra gli incisivi. Non importa averlo conosciuto più o meno bene. Bevi un ’89 a bicchiere fermo e taci.

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Di duro, ma forse meglio dire “di carattere” resta una delle più straordinarie donne del vino italiane, tra le poche a poter tener testa alle M.me d’ailleurs. I vini non sono duri, sono di carattere. Fil di ferro, ma se te lo meriti, la Dama di ferro si piega e ti sorride. Un’altra, giovanissima, la vedo luccicare nel bicchiere. Sembrava a buon punto la condizione di condivisione, senza piaggeria, solo per un altro bicchiere, per trattenerla il più possibile, perché mi fa bene. Invece te la devi ancora guadagnare una considerazione vera. Ti devi interessare, parlarci, sapere ascoltare, smettere di dire cose inopportune e poi si, ne sono certo, finalmente ti si aprirà -il vino- con una doppia espressione: fossette e fessura. Un sorriso scarso ma condito da due fossette sulle guance, irresistibili come quella fessurina tra gli incisivi. Di nuovo, l’imperfezione che affascina. J’adore.

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Fotografia di Eric Guido

Una Freisa, al femminile, che può essere secca o amabile. Ferma o briosa. Non lo sai prima, dipende da lei. Al femminile, come La Barbera; e quella la conosci già. Non può essere altro che acida e scontrosa, da sporcarti volentieri le labbra prima ancora di inciderti nei visceri. Lipstick sulle mie labbra. Un Dolcetto, come ad Alba, ma di periferia. Nebbiolo? Sempre, come la maggiorana in Liguria.

La coscienza è lì, incollata come un’etichetta attaccata a mano e a volte scritta a mano, destra o sinistra, coscienza convinta e critica, con profondo rispetto nei confronti del BAROLO, scritto e pronunciato con l’accento langarolo, con quella “o” chiusa come chi fatica ad aprirsi ad una modernità vista come avversa.

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Bartolo Mascarello, leggenda e realtà grazie a questa ragazza evergreen infallibile, magra e forte come il fil di ferro che volendo si può usare ancora in vigna per far soffrire la pianta, che la deve assecondare, con rispetto. Sui pochi ettari, che stanno sulle dita callose di una mano dei quattro vitigni che diventano cinque etichette.

Bartolo, Barolo. Una ” t” divide il mito dal “brend”. Facile oggi, per molti altri, fare tanti soldi e un bel pezzo di storia della denominazione con pochi pezzetti di terre in pendenza. Non me lo immagino proprio come Sindaco, eppure, chissà, probabilmente già privo di fronzoli, fasce tricolori e coccarde, dritto al punto, da Rossista ex partigiano, persona che ai compromessi proprio non ci poteva pensare.

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Poi un passaggio storico che portò al rischio di ri-etichettura. Vino da intellettuali dicevano, roba da radical chic o come direbbero in Francia “gauche caviar“. Fuori tempo massimo, per cortesia. Una bottiglia di vino si guarda, si stappa, si annusa e si beve. Se hai capito, bene, se no attraversa la strada. Si beve bene lo stesso anche di fronte, ma è una cosa molto diversa.

La stampante, accendi la stampante. Maria Teresa leggerà, se leggerà, sul cartaceo.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano del Faro

La fotografia di copertina è di Eric Guido

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