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Bruno Giacosa: l’emozione inconsapevole di uno dei migliori Barolo e Barbaresco

Stile Modernista o tradizionale? Semplicemente trasversale. I Barolo e i Barbaresco di Bruno e Bruna Giacosa emozionano tutti.

Scrivere senza conoscere.

Peggio ancora, esprimersi su una delle Cantine più famose d’Italia senza averla visitata. Parlare di vini italiani su un portale di enogastronomia italiano? Preferirei il contrario. Andò bene con il libro sui vini francesi scritto in italiano da un italiano, poi premiato a Parigi, tra i tre che colpirono l’immaginario dei giurati francesi.

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Non amo molto mettermi in gioco sui vini italiani, perché comunque ti esprimerai qualche schiaffo rischierai di prendere da questo mondo pieno di saccenti. Ma allontanandomi da fatti troppo tecnici si può fare, perché ti puoi sbagliare su tante cose, ma nessuno ti può togliere la tua emozione personale, quella che mi coglie lungo tutto l’asse dorsale durante l’assaggio di un grande Barbaresco o di un grande Barolo uscito dalle Cantine Bruno Giacosa.

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Da francesista convinto non ho visitato molti Domaine italiani, come fossi estraneo alla loro cultura, accontentandomi di bere al tavolo di casa o a quello del ristorante i loro vini. Libero da condizionamenti ma pregno di pensieri che prendono forma, bicchiere dopo bicchiere (se ne vale la pena). Passaggio comunque fondamentale per poterne scrivere una volta che le sinapsi si sono finalmente aperte, libere di vibrare.

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Oppure al wine bar, condividendo la bottiglia con un amico e due bicchieri. Cosa beviamo? Mah, ci fosse un Barbaresco o un Barolo di Giacosa … se poi fosse anche un’etichetta rossa. Forse eccessiva. Si, è già ottimo quasi tutto quello che si nasconde sotto l’etichetta bianca. Ci possiamo accontentare. Adoro accontentarmi del meglio. Fuori da questioni legate alla tradizione o all’innovazione, aggettivazioni che cestinerei volentieri, abusate o utilizzate a sproposito, specialmente quando associate da chi vorrebbe convincere tutti. Parlerei più che altro di Bellezza, e non solo esteriore. Quella bellezza che scopri in progressione, come quando guardi una ragazza che inizialmente ti pare bella ma scrutandone meglio le espressioni, la postura, i movimenti e gli sguardi diventa interessante.

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Quello è il momento più rischioso. A quel punto puoi fare solo due cose: o ti lasci andare e vada come vada, oppure tiri il freno a mano e spegni la mente, quella che mente, e la metti a riposare nell’ovatta. Ecco, con sotto gli occhi e sotto il naso un calice di vino che appare di bell’aspetto, la seconda attrazione è il profumo. Avvicinarti al bicchiere riempito di qualche centilitro di liquido equivale ad avvicinarsi al collo della ragazza imperfetta. L’imperfezione: la base del fascino. Condizione inspiegabile.

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Quindi, da piemontese, perché dovrei partire per la Langa esplorando cantine e vigneti? Per saperne di più, certo, ma così facendo leverei quell’alone di fascino nebbioso che ti rimane impresso al mattino quando hai fatto un bel sogno, magari erotico. La retina fatica a ricordare, il palato no. Una caramella al lampone. Si, fiori rossi e tartufo, ma è quella caramella al lampone che non ti molla più una volta che l’hai scoperta e non scartata. Il colore è quello. Il profumo lo è abbastanza. Il sapore no, nel senso che non stiamo parlando di vini dolci, ma essendo così puri, fini, puliti ed equilibrati non ti stancano mai. Il frutto è maturo, tutto qui. Il resto è poesia, terroir e savoir faire.

A questo punto accetteresti anche un difetto, ma non lo trovi. E allora scandagli ancora nel bicchiere, senza farlo girare. Se un vino è buono non serve agitare il bicchiere, così come è vero che se un vino è buono lo sarà da subito e si evolverà naturalmente nel tempo, presentando le rughe di espressione.

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Barolo e Barbaresco. Ma sotto l’etichetta Bruno Giacosa ci sono tante espressioni di Piemonte, in bianco, in rosso e perfino con le bollicine, come è uso in molte aziende di quelle parti. Si narra che questa maniera di allargare il bouquet di denominazioni sia nata nel tempo in cui i rappresentanti, i commessi viaggiatori e i piazzisti di etichette esigevano dalla ditta che rappresentavano una “gamma completa” di prodotti per completare il famoso ordine di 72 bottiglie. Imbarazzante per il produttore, messo sotto scacco da uno che di vino ci capiva come di piastrelle.

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Fu forse per questo motivo che molte case vinicole piemontesi si misero a produrre o semplicemente a imbottigliare ” la qualsiasi”. Qui almeno l’aderenza territoriale è ben rispettata. Beh, si parte da un Metodo Classico, si transita da un bianco di territorio come il Roero Arneis. Si prosegue su tinte più scure con Barbera e Dolcetto. Si torna ai toni sopraffini del Nebbiolo e si va a terminare da dove si è iniziato. Barolo o Barbaresco?

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Mah, per scrivere queste righe scelgo come compagna di tastiera una bottiglia di Barolo Collina Rionda 1993. L’ultima. L’ultima in tutti i sensi, perché in seguito non fu più prodotta. Dunque un vino molto emotivo, perché sai già che non ci sarà un dopo. Vino capriccioso il ’93 e per questo spesso considerato minore, anche di prezzo per fortuna, tenendo conto che un’annata storica al top come la 1989 può costare anche 3.000 euro, mentre la 1982 si “ferma” sul millino. Si, oggi il focus si sposta su il vino che non c’è. Certo Barbaresco Asili o Barolo Rocche del Falletto. Male non si cade. MAI! Però il vino che gira nel bicchiere stasera è questo, e questo va evidenziato.

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Me lo consentite a questo punto un paragone con la Borgogna? Già mi manca. Si, il paragone possibile è con i “rossi” di Coche Dury. Pinot Noir e Nebbiolo. Filigrana di lampone e ibiscus. Del resto del mondo ne posso fare a meno. Smetto quando voglio. A cosa a serve invecchiare se non per selezionare?

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capriccioso, smorfioso, apparentemente esile, però energico questo ’93. Vino skinny. Affascinante, delicato, affusolato, leggero ma di persistenza lunghissima. La caramella al lampone si scompone, depositando tracce di rosa canina appassita e tartufo nero. È un foulard di seta blush red con riflessi mattonati. Leggermente scollinato. Una modella a fine carriera. Non lasciatela sola, potrebbe deprimersi. È il frutto di quello che si chiama terroir, anche e soprattutto in Langa, dove il Nebbiolo cede il suo ruolo ai terreni più idonei a fargli cambiare carattere, diventando Barolo, oppure Barbaresco, oppure una caramella al lampone.

Autore: Roberto Mostini

Crediti fotografici: Eric Guido

 

Bruno Giacosa

Via XX Settembre, 52, 12052 Borgonovo, CN

Tel. +39 0173 67027

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