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Le Montrachet, il miglior vino bianco del mondo a base Chardonnay

Montrachet: la leggenda del Monte Calvo, il mercato lo definisce il mondial top dei vini bianchi a base Chardonnay, ma sarà veramente così?

Sapori e dintorni - Conad

Una notte sul Monte Calvo,

tirando il collo a bottiglie di Montrachet in cima al colle con vista sulle luci fioche che illuminano in lontananza le mura medievali di Beaune. Ma non è Fandango e neppure Musorsgkij partecipa attivamente all’evento. Il Monte Calvo più che un inquietante rilievo con storie millenarie da rivelare si espone alla vista come una dolce collina, La Divina Collina, ma l’etimologia storica si rifà a forme dialettali di linguaggio diverse, risalenti a quasi 1000 anni fa e quindi va rigorosamente rispettata.

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Difficile contestare qualsiasi cosa da queste parti. Hanno sempre ragione loro. Il Monte in realtà non è calvo, ma è così lo stesso. Qui gli anni, i decenni e i secoli scorrono in maniera diversa da altrove. Lo senti nell’aria che non è il caso di affrettare il passo tra i muretti dei Cistercensi tenuti in piedi dagli angeli. La pace, la quiete, il silenzio interrotto solo da qualche leprotto che attraversa di corsa e inconsapevolmente gli otto ettari di terreno più prezioso al mondo. Vola basso un Rachet, piccolo uccello da preda.

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Mont Rachaz, Mont Rachat, Montrachat. Ogni qualche centinaio di anni la denominazione si affinò fino ad arrivare a noi come Montrachet, senza grosse differenze e con una continuità di pronuncia che non vuole che si percepisca la “t”. In forma dialettale arcaica quel Rachaz, quel Rachat significherebbe proprio “chauve” calvo.

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Per capirsi va benissimo “Monrascè” il vino bianco secco da uve chardonnay migliore al mondo, forse paragonabile o avvicinabile nel bicchiere solo dal suo vicino (una dozzina di chilometri), Le Corton Charlemagne, sull’altra montagna, quella di Corton, quella tutt’altro che calva alla sommità. Forse il più bel vigneto di Borgogna nell’aspetto.

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Chardonnay. Otto ettari piantati a chardonnay su un pendio condiviso tra i comuni di Puligny e Chassagne, così vicini, così diversi. Nel versante opposto non maturano neanche le fragole in agosto. Neanche ai tempi dei Cistercensi, quelli che la sapevano lunga ma subivano con stile e pragmatismo il clima dell’epoca, probabilmente molto più freddo di quello di questi ultimi decenni.

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A nessuno verrebbe mai in mente di metterci altro da questa parte, assolutamente. Poi le eccezioni esistono sempre, infatti ai margini del muretto, nella denominazione Le Cailleret qualche filare di pinot noir fu piantato, non so con quale esito, non mi interessa, non qui.

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Otto ettari ordinatamente sbriciolati a strisce tra quasi venti proprietari dentro i muretti del Montrachet. Alcuni di loro coltivano, producono e imbottigliano. Altri affittano, altri ancora vendono le uve. Chi le compra vive nello status di Negociant. In Italia direbbero: hai fatto il vino con l’uva di un altro? O gli hai addirittura comprato mosto o vino finito e te lo sei imbottigliato a tuo nome? Che classe i francesi a vendersi bene. In Italia un imbottigliatore resta nell’immaginario proprio un imbottigliatore.

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Per ogni grande Maison di Borgogna avere in listino Le Montrachet è parecchio importante. Prestigio, fama e traino del valore dell’intero bouquet di denominazioni che possono diventare diverse decine, dominate dall’alto dai vini del Monte Calvo. Averne o comprarne. Ma se non ce l’hai diventa operazione di marketing di alto bordo acquistarlo, anche in una regione che fa fatica a pensare al futuro prossimo, dove il p.c. si chiama ancora ordinateur.

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Difficile districarsi nella vasta scelta di un Montrachet. Berlo sì, ma di chi? Di che anno? Quando? Bha, un bel dilemma, perché questo è un vino capriccioso come il clima primaverile sul Monte Calvo, quello decisivo. Bisogna innanzitutto conoscere gli stili di vinificazione dei vari produttori, poi individuare un’annata “pronta” ed infine farsi il segno della croce sperando che il vino non sia troppo acerbo ma neppure scollinato. Mai come in questo caso il termine scollinato fa paura, specie se ci hai scommesso sopra una “fiche” da 1000 euro.

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Mentre gli tiri il collo con cautela già ti immagini di calarti in atmosfere esotiche inebrianti che sanno di saturanti fiori e frutti bianchi e poi magari ti arriva sotto il naso del legno vanigliato in eccesso, oppure una fastidiosa punta di ossidazione. Di base, evitare le annate più calde, come la 2003, sicuramente, ma anche la 2005, grande per il pinot noir, ma che per i bianchi si sta rivelando spesso come una susina confit. 1000 euro per una confiture c’est beaucoup. Meglio un porro verde da oidium o un cerino bruciato da scarsa maturazione piuttosto che una pera cotta.

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È un mondo difficile quello del Montrachet. Per il neofita sarà saggio partire da quelli dal costo più equilibrato, che non è il più basso. Ho bevuto Montrachet da 200 euro che non valevano un Puligny o uno Chassagne village da 20/30 euro di un produttore di alta qualità.

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La scala dei valori non sempre è rispettata in Borgogna. Prima scegliere il produttore, poi la denominazione ed infine l’annata, consapevolmente. 5000 euro per un Montrachet de La Romanée Conti o del Domaine Leflaive rappresentano una cifra difficile da digerire, anche se i vini se lo potrebbero meritare. Per il mio gusto più quello della scomparsa Madame Leflaive, secondo me il migliore in assoluto. Il mercato non mente.

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1000 euro per un Comte Lafon? Il principe di Meursault ci sa fare, certamente, così come Ramonet, che mi piace moltissimo e quota alla pari e che mi tengo sul podio; ma forse i 500 euro per quello di Etienne Sauzet calzano un po’ meglio l’esigenza di un bene effimero e di lusso come una bottiglia di Montrachet. Quello di Bouchard Pere & Fils sta perfino un pelino sotto i 500 e potrebbe regalare bellissime soddisfazioni, così come il Marquise de Laguiche di Drouhin.

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Altri piccoli produttori come Marc Colin o Amiot? oppure grandi maison come Jadot, Prieur, Girardin o Louis Latour? Thenard, Fontaine Gagnard… quanti ne avrò dimenticati nel ginepraio da districare sul Monte Calvo. Ci sarebbe da raccontare ancora un’altra storia, quella di una bottiglia di Montrachet 1943 dove il tappo indicava un nome desueto ad oggi: Boillerault de Chauvigny, ma appunto, questa è un’altra storia.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro

 

Domaine LeFlaive

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