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Petrus: il vino rosso più snob del mondo

Il vino non più antico ma più leggendario del Bordolese fa cadere gli ultimi miti e le convinzioni, considerato il sesto più costoso del mondo subito dopo la top five di Borgogna.

Sapori e dintorni - Conad

Basta la parola.

Petrus. Un vino che sembra fatto apposta per uccidere i miti vinicoli, diventandolo a sua volta, definitivamente. Cosa c’è di speciale qui? Andiamo a scoprire perché questo gioiello della viticultura Bordolese ha incrinato nell’immaginario collettivo degli enofili molti riferimenti e parametri, quelli che hanno contribuito alla crescita della fama di tutti gli altri “top wines” della riva destra e di quella di sinistra della Dordogna, mettendo in soggezione anche la Garonna.

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Pomerol. Petrus. Punto e basta. Pas de Chateau, perché il castello non c’è. C’è un luogo -un edificio perfino modernizzato- dove si porta il frutto maturo. Lì si selezionano, si pigiano i grappoli, si attende la fermentazione, si vinifica il succo in vasche di cemento e si affina il vino in barriques per almeno 18 mesi; poi si imbottiglia e si affina ulteriormente. Si può fare tutto benissimo anche senza Chateau e senza scendere nella definizione di “vin de garage” come è stato etichettato a suo tempo Le Pin, il nobile cugino che su meno di tre ettari valorizza ulteriormente i vini di Pomerol, ma non raggiungendo le quotazioni di Petrus nonostante una produzione molto più ristretta.

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Non c’è nessuna menzione ridondante in una etichetta di Petrus. Nessuna classificazione impettita come nel caso dei soliti sospetti, quei quattro leggendari Premier Grand Cru del Medoc e il quinto, nella zona di Pessac-Leognan. Petrus non è neppure un Gran Cru Classés, come è il caso dei suoi tre vicini, i divini di Saint-Emilion. In etichetta troverete la sola dicitura Grand Vin, almeno quello.

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Inteso nell’attuale estensione non può neanche considerarsi antico come gli altri grandi vini di Bordeaux, perché dovrà ancora attendere qualche decennio per festeggiare il proprio centenario. Altre originalità? … allora, tra gli addetti ai lavori si è spesso detto ” se i francesi non vinificano in purezza il merlot ci sarà un motivo…” Ebbene, dal 2010 gli 11,4 ettari sono piantati al 100% merlot. Si –  può –  fare.

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Il terreno, unico, argilloso, quello che consente al merlot di esprimersi in solitario ed in piena purezza, come adoro, seguace pungente del monovitigno. Quel terreno che anche dalle parti di Chateauneuf du Pape consente al vitigno grenache di dar vita tutto da solo a Chateau Rayas, quando la normalità laggiù è assemblare anche una dozzina di succhi provenienti da vitigni diversi per dare completezza e complessità ad un Chateauneuf du Pape di razza. Ma se hai a disposizione un terroir così ne puoi fare a meno di miscelare mosti o vini provenienti da vitigni differenti. Caso mai puoi mescolare i vini ricavati dalle diverse esposizioni, ma tutte piantate con la medesima varietà, come è proprio il caso del magnifico Rayas, che poi si definisce Chateau anche se l’edificio sembra un pollaio.

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Undici virgola quattro ettari di terreno argilloso piantato con una densità di 6000 piante a ettaro in una zona tra Libourne e Saint Emilion che si chiama proprio Petrus, senza sforzi di fantasia. Età media delle viti, che nonostante il reimpianto di altro merlot, raggiunge comunque la quarantina d’anni.  Le bottiglie prodotte sono mediamente 30/40.000 all’anno. Altrove si legge di 50.000, ma in ogni caso facendo i conti su 30.000 significa 2600 bottiglie per ettaro. Pochissime, vuol dire che da ogni pianta, nelle annate di scarsa quantità di uva viene fuori mezza bottiglia.

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Immaginiamo quale selezione scrupolosa e quale pignola cernita venga sviluppata per raggiungere un risultato che rasenta la perfezione in termine di merlot di terroir, perché anche qui alla fine è il terroir assolutamente unico che comanda e dirige la mano del viticultore. L’uomo asseconda, con il suo savoir faire, con la sua sensibilità e la sua tecnica. Su questo tema la famiglia proprietaria, i Moueix hanno ben poco da imparare, disponendo di una gamma di terreni e di marchi di ogni fascia di qualità e di prezzo. Insomma, sanno se, dove e quando intervenire, se necessario.

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Sembra a questo punto scontato, non il prezzo, ma il fatto certo che un vino così snob prenda quotazioni di mercato ben superiori a quelle dei mostri sacri dell’intero Bordolese. Certo, conta anche la quantità oltre che la qualità organolettica del vino per spuntare prezzi da capogiro sul mercato mondiale. I vari Chateau del Medoc, per esempio, producono -per ciascuno- centinaia di migliaia di bottiglie l’anno. Ovvio che le 30/40.000 di Petrus facciano percorso a sé alle aste di assegnazione.

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Un millesimo petit o classique si assesta intorno al millino, mentre le annate più riuscite si piazzano attorno ad un valore di 2500 euro. Poi ci sono le annate eccezionali come (ahimè) la mia, la 1961, che vale più di 12.000 euro. Il doppio per una magnum e incredibilmente per un’intera cassetta da sei bottiglie 100.000 euro sul mercato londinese.

Incredibilmente nel senso che trovo strano che non se le sia bevute ancora nessuno. Anche nel caso di questo top wine ci fu un lungo periodo della seconda parte del secolo scorso dove era piuttosto agevole stappare una bottiglia del genere senza svenarsi.

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Parlo dei soliti Mouton, Lafite, Margaux, Latour, Haut Brion dalla parte della rive gauche e, Cheval Blanc, Ausone e Angélus dalla parte della rive droite. Tutti questi nell’ultimo quarto del secolo scorso, ma forse meglio dire negli anni ’80, si potevano bere al ristorante o comprare in enoteca per una cifra intorno alle 100.000 lire, mentre Petrus viaggiava già per conto suo, intorno alle 250/300.000. Il mito si pagava e si continua a pagare carissimo.

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Si, ma, di cosa sa un Petrus? Beh, dipende abbastanza dall’annata e da quanto è anziana la bottiglia. E poi bisogna considerare che in passato non era solo merlot, ma anche un 5% di cabernet franc incideva con il caratteristico sentore del peperone verde. La peperonata continuo a preferirla nel piatto. In gioventù nel bouquet (generalizzando) ci sarà un generoso fruttato e del floreale, che poi si sposterà verso la grafite e l’humus. Se sta scollinando troveremo la prugna invece dell’amarena e, ancora più là andremo verso il famoso goudron e il terroso, però più tipico dei grandi del Medoc.

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A questo punto, mentre questo post volge al termine, la redattrice e l’editore di Reporter Gourmet saranno già alla ricerca del sito web per chiudere classicamente l’articolo con tutte le informazioni necessarie. Tempo sprecato. Un sito dedicato solo a Petrus non c’è. Altro colpo di snobismo “haute de gamme” per un vino considerato solo come il sesto più costoso al mondo, defilato dai grandi di Borgogna che controllano la top five.

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Stappare un prezioso flacone di Petrus è un po’ come indossare un raro Patek Philippe allacciando il cinturino in pelle sopra al polsino della camicia. Non per uscire a cena, per stare in casa, in terrazza vista faro sorseggiando un terroso Bordeaux degli anni ’60.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro

 

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