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100.000 euro per una sei litri di Romanée Conti 1990

La naturalità e la vitalità si sono congiunti con la finezza, l'eleganza e la persistenza che definisce singolarmente il profilo olfattivo di ogni singolo Cru del Domaine Romanée Conti

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Lasciando perdere

le numerose reliquie presenti in collezioni private o periodicamente messe all’asta come fossero quadri del periodo impressionista, la quotazione di mezzo milione di euro raggiunto da un prezioso flacone di Chateau Margaux 1787 rappresenta una valutazione da antiquario, perché a nessuno (spero nessuno) verrebbe in mente di “tentare” di stappare una bottiglia che rappresenta non più un vino bevibile in condizioni “normali” ma bensì un piacere da necrofilo piuttosto che da enofilo.

Guilhem Alandry/In Pictures/Corbis

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Diverso il discorso dell’altro vino che raggiunse la medesima quotazione, ma essendo del 1992 la tentazione di tirargli il collo per capire che cosa c’è dentro di tanto prezioso potrebbe assalire la mente di qualche mega milionario russo o cinese.

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Il vino in questione è americano, di Napa Valley. Screaming Eagle Cabernet Sauvignon 1992 recita l’etichetta. Questa valutazione è però frutto di una vendita per beneficienza, ma anche in condizioni “normali” qualche millino andrebbe messo via per tarpare le ali al volo dell’aquila che domina con discrezione l’elegante etichetta.

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Invece, in condizioni più usuali il vino più costoso al mondo rimane la Romanée Conti, perché prodotto ogni anno e mai declassato, neppure nella disastrosa annata 2004 e sempre quotato qualche migliaio di euro di base, fino a salire alla sommità dei 100.000 per l’annata 1990 in formato 6 litri sul mercato di Hong Kong.

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Ok, si tratta di una rarissima 6 litri, ma per una magnum, si parla comunque di 50.000 e per la bottiglia da 0,75 dai 15.000 ai 25.000. Ma come si fa a costruire un simile valore aggiunto attorno ad una bottiglia di vino? Che, è bene ricordarlo, come valore intrinseco costerà sì e no 5 euro. Ma se ne fossero necessari anche 10 utilizzando materiali first class per la mise en bouteille e l’imballaggio singolo, beh, costasse anche 10 euro e poi la vendi dai 1000 in su non è niente male come valore aggiunto.

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Materia di leggenda con undici secoli di storia alle spalle, sorgente di mistero, di voluttà e trascendenza. Una vigna che già da sola fa sognare e viaggiare con l’immaginazione. Meno di due ettari la Romanèe Conti, meno di due ettari incastonati sul dolce pendio della Cote de Nuits, in Cote d’Or (contrazione di Cote d’Orient), all’interno del piccolo villaggio di Vosne Romanèe.

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La prendo piuttosto da lontano stavolta, perché l’argomento non è secondo a nessuno, a partire dal termine Domaine, che in questo caso riflette pienamente il concetto borgognone di insieme di diversi cru, di diversi climat, coltivati e vinificati separatamente secondo le tradizioni centenarie che hanno portato ad identificare e dividere con i tipici muretti in pietra i diversi cru dai tempi dei Cistercensi.

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Riconoscendone quindi da secoli le piccole o grandi differenze, diversamente dal bordolese, dove il termine Chateau identifica qualche cosa di più generico, dove può anche essere uno solo il vino derivato da tutte le estensioni delle vigne, anche di diverso climat o addirittura di diverso vitigno.

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Insomma, generalizzando, un Domaine è un luogo, un edificio più o meno antico -a volte nuovo ma che sembra vecchio- dove si vinificano, si imbottigliano e si affinano vini di appezzamenti diversi, non necessariamente contigui all’edificio principale. In italiano potrebbe somigliare all’identità di un Podere, volendo per forza trovare un’analogia. Di solito invece nel Bordolese le vigne avvolgono le Chateau come un enorme giardino. Un parco immenso con in mezzo un bel castello. È Disneyland.

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Qui, con o senza castelli medievali distrutti dalla storia, la storia stessa partirebbe comunque con Cavalieri e Principi a cui succedettero maldestri o sfortunati imprenditori e furbi commercianti. Nonostante le mille vicissitudini storiche i vini del DRC sono tuttora i più quotati sul piano speculativo a livello mondiale, e non solo per essere diventati mitici grazie alla lunghissima tradizione ed alla relativa scarsità di bottiglie prodotte, ma anche perché ci fu un tempo, almeno fino alla metà degli anni ’80 inizio ’90, in cui le persone appassionate e benestanti li compravano per berli, e non per lucrare spregiudicatamente su ogni mercato emergente.

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Volendo tralasciare storie che sanno troppo di muffa o sono ormai coperte da molte ragnatele direi che il punto centrale, la situazione storica che più ha inciso sul successo attuale è stata la lungimiranza di Henri Leroy, il padre di Lalou Bize Leroy, che rilevò in condizioni pressoché fallimentari il Domaine ed oltre a risistemarne  i conti e rilanciarne il prestigio internazionale nel secondo dopoguerra, bloccò il patrimonio di vigne con uno statuto societario che impedì la polverizzazione delle proprietà per ricaduta ereditaria, come accaduto in altri mille casi in Borgogna, dove nobili grand cru come Clos Vougeot o Chambertin sono sbriciolati tra decine di proprietari diversi.

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Il patrimonio di vigne salvaguardate dovrebbe essere ancora questo a oggi, integro e tutto classificato grand cru. Due in regime di Monopole, e cioè la Romanèe Conti (1,8 ha) e La Tache (6 ha), di proprietà completa del Domaine. Poi Richebourg (3,5 ha), Romanèe St.Vivant (5,3 ha), Grands Echezeaux (3,5 ha), Echezeaux (4,7 ha), Montrachet (0,7ha). Nel 2008 si è aggiunto anche il Grand Cru Corton (2,2 ha da tre diverse parcelle), ma ci dovrebbe essere anche un pezzetto di Batard Montrachet non dichiarato nel bouquet, perché troppo piccolo per essere commercializzato a causa dell’esiguità della bottiglia, che si narra, fanno parte della collezione privata di casa delle famiglie proprietarie: Villaine e Roch.

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Il sito web del Domaine, assai sobrio (hanno risparmiato anche sul fotografo) racconta degli otto grand cru, ma in realtà la storia recente ci racconta anche di premier cru, passo storico per un Domaine di questo prestigio, forse un passo indietro, ma il mercato premia ugualmente anche la Cuvée Duvault Blochet con un migliaio di euro. Noblesse oblige.

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Vediamo bene che il totale dei terroir è tutt’altro che scarso rispetto alla media delle pezzature della parcelle di molti altri Domaine della regione. Quasi 30 ettari di grand cru (circa 28) sono moltissimi da quelle parti, ed il solo valore economico dei terreni è incalcolabile quanto giustificativo del prezzo di ogni singola bottiglia. La conversione alla biodinamica su questi terreni è stata progressivamente applicata, rincorrendo un po’ la strada intrapresa dalle due signore della Cote D’Or, Leroy e Leflaive, e i risultati sono e sono stati sicuramente confortanti.

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La naturalità e la vitalità si sono congiunti con la finezza, l’eleganza, e la persistenza che definisce singolarmente il profilo olfattivo di ogni singolo Cru. Il mito continua a persistere, come il retrogusto del giorno dopo aver bevuto un La Tache, quello che non si scansa dal palato neppure dopo il secondo caffè a colazione.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro


Romanée-Conti

1 Place de l’Église, 21700 Vosne-Romanée, Francia

Il sito web

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2 pensieri riguardo “100.000 euro per una sei litri di Romanée Conti 1990”

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