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La Sibilla: produttori di uva e vino in Campi Flegrei

La Sibilla di Bacoli è un’azienda viticola della famiglia Di Meo presente dal 1800 situata nei Campi Flegrei, a nord ovest di Napoli.

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Immaginate

dei vigneti tra due mari, vicini a pozze sulfuree, impiantati su domus romane, leggende virgiliane tutte intorno: eroi, maghe, vaticini. Sembra l’incipit di una fiaba a sfondo enoico e invece questo posto esiste davvero ed è l’azienda La Sibilla di Bacoli, comune dei Campi Flegrei, a nord ovest di Napoli. Una realtà che altrove sarebbe meta di pellegrinaggio, tanta è la commistione tra storia e fantasia, tra natura e arte. Invece non lo è, e in verità, forse, manco vuole esserlo.

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I Di Meo, cinque generazioni di viticoltori, se ne stanno abbarbicati – come le talee che mettono radici –  su questa lingua di terra dalla metà dell’800 e la porta è sempre aperta, ma c’è troppo da fare in campagna per dedicarsi esclusivamente all’enoturismo. Il punto più alto non supera gli ottanta metri dal mare che, più che vederlo, si sente. Da un lato il golfo di Pozzuoli, dall’altro quello di Napoli, con in mezzo anche il lago Fusaro, quasi come se l’azienda galleggiasse sulle acque tutt’intorno. E si sente anche la vita di Bacoli, piuttosto chiassosa, arrivare tra i filari. La Sibilla pare un fortino che resiste nel caos urbano che negli anni la terra coltivata se l’è letteralmente mangiata.

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L’abusivismo edilizio da queste parti era regola e solo da poco c’è stato uno stop. Quanto meno non si costruisce più senza un piano regolatore. Rimangono gli scempi del passato che convivono con la Storia vera: la Piscina Mirabilis, la tomba di Agrippina, il resto di una villa appartenuta probabilmente a Cesare Augusto –  e che è proprio in azienda – il castello aragonese e il parco archeologico sommerso di Baia. Alle spalle, poi, l’area archeologica di Cuma, dove ancora oggi è visitabile l’antro della Sibilla e la stanza degli oracoli.

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I Di Meo hanno scelto come simboli aziendali la forma trapezoidale dell’antro e il nome della sacerdotessa, colei che accompagna Enea nell’oltretomba attraverso il Lago d’Averno – altro specchio d’acqua lì vicino – come racconta Virgilio nel VI canto dell’Eneide. Questo anche fa dell’azienda La Sibilla un luogo di produzione sui generis, dove Vincenzo e suo padre Luigi passano il tempo tra una raccolta, un imbottigliamento e qualche freno imposto dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali che li segue passo passo (non è possibile ad esempio fare buche più profonde di 30 centimetri).

Il filo conduttore tra piante, storia e paesaggio è evidentissimo già dal colore. Il tufo giallo, che è quello dei suoli e dell’opus reticulatum romani che spuntano un po’ ovunque. Siamo nei Campi Flegrei, una macroarea dove sono tutt’ora riconoscibili almeno 24 crateri ed edifici vulcanici. Sono collinette ricoperte di ceneri e pomici formatesi in seguito a un incessante succedersi di eruzioni e i vigneti crescono su suoli sabbiosi che conferiscono alle uve e ai vini sapori e aromi peculiari. Inoltre qui la vite può essere impiantata anche su piede franco, non riuscendo la fillossera a proliferare in questi ambienti. Nove ettari in tutto, di cui tre in affitto, uve Falanghina, Piedirosso e altre tipologie autoctone come Marsigliese, Olivella e Annarella per i rossi; Malvasia rosa, Pisciarella e Suriciella per i bianchi. Tra le viti, fave, piselli, rucola selvatica, finocchietto, menta, pomodori, ortaggi. Colture utili non solo al sovescio, ma anche all’autoconsumo familiare e alla cucina della signora Restituta che prepara piatti della tradizione locale per gli ospiti.

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Ognuno ha un suo compito e quello di Vincenzo, enologo 30enne laureatosi a Pisa, è quello di rendere sempre più identitari i vini dell’azienda. Subentra infatti al lavoro del winemaker Roberto Cipresso, dopo diverse esperienze all’estero e inizia a fare micro vinificazioni sui vitigni di casa. Va avanti lui dal 2009 e i risultati in bottiglia gli hanno dato ragione. “Io non faccio altro che inseguire la verità – spiega Vincenzo – che è poi quella di chi coltiva la terra, di chi produce vino dalla propria uva, di chi non cerca di scimmiottare gli altri. Senza paura di smentita ti dico che sono convinto della superiorità di alcuni dei nostri vitigni “minori” rispetto ad altri più famosi in Campania, però si fa fatica a dirlo, perché sembra che si faccia un torto alle Docg della regione. Quello che posso dire con certezza è che i vini de La Sibilla rivendicano una semplicità che è quella della nostra famiglia, della nostra tradizione: bilanciati, non troppo strutturati, che servivano e servono tutt’ora ad accompagnare un pasto. Non vogliono fare le prime donne”.

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I vigneti vanno da un lato all’altro dell’istmo e sono tutti in pendenza. Il vigneto più vecchio ha 85 anni, ma ce n’è anche uno di 60. La gran parte si aggira intorno ai 30 anni di età e la cosa che colpisce di più è che sono su fazzoletti di terra circondati da case: popolari, private, abusive e poi condonate. Altra particolarità sono le pozze termali: ce ne sono tante a una ventina di metri di profondità, il che vuol dire che le viti devono vedersela con falde di acqua calda  e salata: “è un problema soprattutto per le viti innestate – spiega l’enologo –  mentre quelle a piede franco non ne risentono”. Più che di sapidità, qui è corretto parlare di salinità del vino.

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Quanto questo fenomeno sia invasivo lo si capisce dalla visita della vecchia cantina, una cisterna romana diventata alla bisogna anche la casa dei bisnonni e dei nonni. Le bottiglie lasciate invecchiare – le prime etichette sono del 1997 – sono coperte da un manto di sale che si forma per evaporazione.

A La Sibilla poco o nulla sembra essere come nelle altre aziende. E non c’è da stupirsi se nell’interfilare si coltiva la “cicerchia”, un legume tipico di queste terre vulcaniche, il cui seme viene messo a dimora tra gennaio e febbraio e che somiglia a un misto tra un cecio e un pisello. Ciò non vuol dire che non abbia tutte le caratteristiche delle realtà vitivinicole. Anzi.

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Vincenzo ha fatto tesoro degli insegnamenti universitari, ma soprattutto ha fatto in modo di dimenticarli: “ciò che ho studiato ha fatto da base agli insegnamenti dei nonni, ovvero che al vino puoi dare struttura senza aggiungere tannini, che è meglio imbottigliare a febbraio per aggiungere meno solforosa, che basta una svinatura all’anno, che la tecnica dell’affinamento sulle fecce fini si è sempre fatta nei Campi Flegrei. Tutte cose che l’università non ti insegna. Il mio obiettivo ora è quello di crescere sui rossi, perché sui bianchi siamo già a un buon punto. Non ti nascondo che se ho voglia di un grande Piedirosso è più facile che beva quelli di Agnanum o di Contrada Salandra (altre due cantine flegree ndr) che il mio!”.

10 vini rossi

In quello che dice Vincenzo c’è del vero, ma anche tanta modestia. I bianchi senza dubbio sono diversi passi avanti, ma sul rosso si sta lavorando con attenzione, a partire dalla selezione clonale del Piedirosso per la scelta del miglior biotipo.

I VINI ASSAGGIATI

copertina vini bianchi

Falanghina Campi Flegrei Doc 2016

Basso impatto alcolico, acidità non altissima, ma è un vino che si fa apprezzare proprio per la sua semplicità e comprensibilità. Con questa etichetta si inizia a prendere confidenza con la sapidità dei vini de La Sibilla, che è poi è loro il minimo comune denominatore. Sempre tesi e vivaci, grazie anche alla vinificazione in acciaio.

Falanghina Campi Flegrei Doc Cruna del Lago 2014

Una Falanghina pensata per invecchiare e che ha nella longevità una premessa importante. La vigna è tra quelle più vecchie, 60 anni di vita a piede franco. Il vino comincia a spingere fuori terziari complessi, con note di idrocarburo e di brace, su  un fondo però delicato di fiori di zagara e percezione iodata. C’è anche l’albicocca e una nota appena amara di scorza d’arancia. Acidità evidente che regge la struttura complessa. Fermentazione e maturazione in acciaio per sei mesi e poi affinamento in vetro.

Falanghina Domus Giulii 2010

Questo è il divertissement di Vincenzo che vuole spingere sulle potenzialità di questa uva e su quella dei suoli dove cresce, ricchi di sabbia e di tufo. Si procede quindi con frutto ben maturo e si lascia macerare per cinque mesi sulle bucce e sui vinaccioli. Il risultato che se ne ottiene è una trama fittissima di sensazioni, dalla camomilla, alla pesca gialla, al timbro salmastro, alle erbe secche. Ha struttura e corpo, anche una materia densa che non rendono tuttavia il vino pesante. Quasi un finale resinoso in  bocca.

Piedirosso Campi Flegrei Doc 2016

E’ il corrispettivo del bianco base, ovvero semplice, beverino, poco impegnativo. Punta tutto sulla croccantezza più che sulla complessità. E la nota sapida in conclusione non manca mai.

Vigna Madre Campi Flegrei Doc 2013

Da vigna di 85 anni, questo è un vino profondamente mediterraneo, perché ha tanto degli odori della macchia e degli arbusti, balsamico e fruttato grazie a una ciliegia netta. Ha poi la speziatura delicata tipica del Piedirosso. Non è esplosivo, ma colpisce per l’equilibrio tra naso e bocca. Il legno qui fa la sua parte ma senza essere invadente.

Marsiliano Campania Igt 2010

Un poutpourri di uve autoctone e minori rendono questa etichetta particolarmente intrigante: Marsigliese per l’80 per cento, Piedirosso, Olivella e Calabrese. Fa un anno di barrique e poi tutto vetro. Un vino che addomestica sapientemente i tannini ruspanti di questi vitigni. Sa di prugna, marasca, liquirizia al naso, mentre la bocca si assesta più su note di sottobosco e petali appassiti. Finale balsamico di eucalipto e pepe bianco

Autrice: Francesca Ciancio

 

Cantina La Sibilla

Via Ottaviano Augusto, 19 – 80070 Bacoli NA

Tel: +39 081 8688778

Mail: [email protected]

Il sito web della Cantina 

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