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Lucia Montanelli, una barlady tutta d’oro

Abbiamo intervistato Lucia Montanelli, una delle più famose barlady del momento. Toscana, campionessa mondiale, vive a Londra e i suoi cocktail le stanno facendo fare il giro del mondo collezionando medaglie nelle più importanti competizioni.

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Quali sono le tue qualifiche e abilità?

Sono Bartender al The Bar del Dorchester hotel, 5 stelle a Mayfair, Londra. Mi sono diplomata alla scuola alberghiera di Marina di Massa e sono iscritta all’associazione italiana di bartender A.I.B.E.S con qualifica di Bartender oltre a far parte dell’associazione gemella inglese U.k.B.G. sempre con la medesima qualifica.

Sei una barlady di livello internazionale, qual è stato il tuo percorso che ti ha portato da Viareggio a Londra?

Sono nata a Viareggio l’8 Ottobre 1987, e mi sono diplomata all’istituto alberghiero G.Minuto di Marina di Massa.

Ho iniziato a lavorare prestissimo, all’età di 14 anni ho fatto la mia prima stagione come barista e cameriera al DANOMAR, locale presso il Club nautico di Viareggio, prestando servizio per i successivi 9 anni durante tutti i weekend della stagione invernale. A 16 anni è iniziata la mia lunga avventura al Grand Hotel Royal di Viareggio, 4 stelle. La mia esperienza in hotel è durata per ben 8 stagioni estive. Entrambi i posti di lavoro, così diversi tra loro, uno molto elegante e formale, l’altro più mondano e informale, mi hanno permesso di accrescere la mia professionalità e sviluppare una notevole capacità di adattamento a diversi aspetti del campo dell’ospitalità.

Dopo le esperienze legate alla mia città natale, capii di essere cresciuta, e che Viareggio cominciava a starmi un po’ stretta. Avevo bisogno di imparare cose nuove e di affacciarmi a realtà diverse raccogliendo nuove sfide. La città in cui deciso di iniziare un nuovo capitolo è Firenze e precisamente il Westin Excelsior Florence, 5 stelle. A tutt’oggi ritengo ancora che il “periodo fiorentino”, sia stata la mia esperienza lavorativa e di vita più bella in assoluto. Questa città mi ha dato tanto sotto ogni aspetto, lavoro, amici, crescita personale e lavorativa.

Pur essendo stata un’esperienza fantastica e Firenze un luogo a me caro, dopo poco più di due anni nel capoluogo toscano, decisi che era ora di aumentare la posta in gioco e spostare gli obiettivi ancora un po’ più lontano. Credo che la mia continua voglia di evolvere, imparare, sperimentare e esplorare cose nuove, mi porti con facilità a stancarmi dei luoghi dove mi trovo e mi spinga ad accogliere sfide sempre più propositive. Questo aspetto ha sempre fatto parte del mio carattere fin dai primi anni lavorativi, aspetto, che si può notare anche nella vita di tutti i giorni, difficilmente potete vedere una Lucia con le mani in mano.

La mia nuova tappa stavolta è un po’ più distante, Londra.

Presi la decisione nell’arco di 3 giorni, ricordo bene la faccia di mia madre quando le dissi della mia intenzione di volare al cospetto di Her Majesty, i suoi occhi erano un misto di preoccupazione, perplessità ma anche convinzione che ce l’avrei sicuramente fatta.

Inizio come bar tender in un piccolo hotel a 5 stelle a St. James Street per approdare dopo 6 mesi al Dorchester Hotel 5 stelle di Park Lane. Sono ancora qui come unica Bartender donna che abbia mai lavorato dietro al bancone del The Bar negli ultimi 30 anni di gestione da parte del Bar Manager Giuliano Morandin, una delle più grandi personalità del mondo del Bar conosciuto a livello mondiale.

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Quali premi hai vinto?

Negli anni ho accumulato svariate partecipazioni a competizioni più o meno di rilievo. Ho vinto più volte il campionato regionale Toscano nella categoria Angelo Zola, un concorso riservato alle giovani leve dell’associazione dedicato, come si evince dal nome, a una personalità di spicco dell’associazione AIBES e che si distinse soprattutto a livello mondiale, avendo più volte ricoperto la carica di presidente dell’associazione mondiale dei bartender IBA. Queste vittorie mi hanno permesso di accedere per 6 anni consecutivi alla finale italiana, collezionando un sesto, un quarto, due secondi e un terzo posto. Non ho mai vinto una medaglia d’oro, ahimè, ma ci riproverò per l’ultima volta il prossimo dicembre a Roma.

Nel 2015 mi classifico al terzo posto alla finale Nazionale della Vecchia Romagna Remix competition.

Anche il territorio inglese risulta terra fertile, essendomi classificata al secondo posto all’Auchentoshan whisky competition, al terzo alla competizione targata Fernet branca, al primo posto alla finale nazionale della “Calvados Nouvelle Vogue competition” che l’anno scorso mi ha permesso di volare in Normandia per disputare la finale europea. Nel 2014 mi sono piazzata seconda al “Best young bartender of the year” e in ultimo ma primo per importanza lo scorso ottobre ho vinto la finale Nazionale UKBG, proclamandomi Best UK bartender. Questo mi ha permesso di accedere ai Mondiali in Giappone, dove ho vinto la medaglia d’oro nella categoria “Sparklilng cocktail” con il “Sakura blossom” e nella super finalissima tra i vincitori delle 5 categorie, ho vinto il bronzo.

Di recente sono stata invitata al Riga Balsam Global Cocktail Competition a Riga, in Lettonia, e mi sono classificata quinta in cui tra i 50 bartender partecipanti, provenienti da 30 nazioni diverse, veniva premiata la top 6 e non la top 3.

Ho gareggiato al campionato italiano AIBES a Roma e sono stata selezionata tra le 15 barlady che si sono sfidate per la finale del concorso Lady Amarena 2016 indetto dalla Fabbri, sempre a Roma, qualificandomi al terzo posto.

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In un mondo di barman, come si fa a imporsi come barlady?

Intanto vorrei fare alcune precisazioni perché non si può generalizzare, dato che in questo lavoro ci sono mille sfaccettature e mille destinazioni differenti. In Italia, a essere sincera, non ho mai avvertito alcun genere di “discriminazione ” o difficoltà alcuna, anche se è pur vero che non ho incontrato molta concorrenza femminile. In Inghilterra al contrario ho fatto un po’ più di fatica. Devo però sottolineare che la mia considerazione si basa sul settore alberghiero di alto livello, ambiente nel quale il numero dei Barman è di gran lunga superiore a quello delle Barmaid. Probabilmente, se avessi puntato a un ruolo in cocktail bar o bar di ristoranti credo che avrei sicuramente fatto meno fatica, anche se continuo a credere che il mondo della mixology non vanti numerose figure femminili.

Sinceramente non so dire la ragione anche perché Londra è una città con un livello pari a zero in fatto di discriminazione per sesso, età, origine, religione e orientamento sessuale, quindi mi verrebbe da pensare che non molte donne si affacciano al mondo del bartending forse perché, specialmente in una città così grande e in continuo movimento, lavorare dietro il banco non è una passeggiata. Non mi riferisco esclusivamente ai lunghi turni di lavoro, quello vale anche per l’Italia, ma piuttosto alla forte pressione che si ha sul lavoro. Elevati standard lavorativi da seguire, ottima preparazione a livello di conoscenze sui prodotti, intensi turni lavorativi, adattabilità, senza dimenticare soprattutto che una donna dietro a un bancone di un lussuoso albergo fa un certo effetto. Un cliente, specie se in un discreto mood, può lasciarsi scappare un commento di troppo o essere eccessivamente galante, di conseguenza la barmaid è tenuta a un comportamento consono ed educato, a farsi rispettare, ricordando che è dietro il bancone di un bar di un hotel di lusso i cui clienti non sono i ragazzi del pub ma gente anche molto importante, quindi occorre savoir faire e un carattere forte. Credo che dimostrare di avere tutto questo mi abbia permesso di arrivare dove sono oggi.

Quali sono i tuoi punti di forza come barlady?

Costanza, caparbietà, continua voglia di ampliare le mie conoscenze, amore per il mio lavoro, propensione al dialogo, l’essere sempre molto sorridente, e il nutrirsi della gioia delle persone che vengono a bere al mio bancone.

Modelli di barman di riferimento?

Poche persone in realtà, non amo le copie di copie di altre copie. Quelli che vado a elencare non mi hanno solo ispirata, mi hanno soprattutto trasmesso un loro modo di fare e di vivere il lavoro del barman, tutti aspetti che decisamente mi hanno fatto diventare la bartender che sono oggi. Partendo dal primo, il Sig. Mario D’Onghia, bar manager hotel Westin Excelsior di Firenze: un Barman d’altri tempi, con una dedizione al lavoro e al servizio della clientela che non s’impara certo dai libri. A seguire i miei managers attuali, Giuliano Morandin, stesso identico stile del Sig D’Onghia, classe e savoir faire innato, nonché una delle figure più importanti a livello mondiale, manager del The bar at the Dorchester da 32 anni. Una figura di rilievo che mi sta insegnando molto sull’importanza del servizio, della clientela e che mi sta trasmettendo molto in fatto di grandi classici. Altra figura importante è Simon Rowe, braccio destro di Giuliano. A lui invece devo dire grazie perché sto imparando come sia importante gestire al meglio un team. Senza dimenticare la sua capacità gestionale molto spiccata, carattere, polso, fiuto per le novità di mercato, preparazione e dedizione per questo lavoro è soprattutto una disponibilità al dialogo, Simon è sempre pronto ad aiutarti e a risolvere ogni situazione e problematica. In ultimo vorrei menzionare i miei colleghi, da ognuno di loro ho imparato qualcosa, ognuno con la sua unicità e con il proprio modo di fare e di approcciare questa professione.

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Qual è il ruolo di un bravo bartender?

Innanzi tutto il Bartender è un oste. Deve sapere accogliere intrattenere e lasciare un segno. Deve sapere leggere un cliente, anticipare le sue esigenze, naturalmente deve saper fare un buon drink ma deve anche essere in grado di servire un vino o un distillato di pregio. Il Bartender non è solo colui che sa mixare degli ingredienti, deve anche conoscere i prodotti che usa e saper creare drink appositamente studiati per il tipo di cliente che ha di fronte. Deve sapere cosa consigliare e capire anche quando è opportuno fermarsi, perché bisogna ricordare che il ruolo del Bartender è fondamentale in un mondo in cui l’abuso di alcol è un problema sempre più attuale.

Cosa ne pensi del ruolo del barman, è una moda o credi sia veramente in atto una rivoluzione del bere bene?

Credo fermamente che un Bartender abbia un ruolo fondamentale nel mondo della miscelazione, come credo però che anche le aziende stesse ricoprano un ruolo altrettanto fondamentale direzionando e mutando lo stile dei loro prodotti in base alle richieste del mercato. Il Bartender dal canto suo è colui che usa tali prodotti w che quindi ha un potere di direzionare ma soprattutto educare la clientela verso un tipo di drink piuttosto che un altro. Sicuramente il Bartender non ricopre una posizione facile e talvolta specialmente se lavoratore dipendente non può avere un potere decisionale così forte paragonato ad una gestione in proprio, ma si rimette All’offerta che il suo datore di lavoro propone.

Credo d’altro canto che alcune personalità oggigiorno si stiano prendendo un po’ troppo sul serio e che si stia oltrepassando il limite della razionalità. Siamo di fronte ad una miriade di corsi di bartending tenuti anche da personalità che non hanno mai realmente fatto tale lavoro, senza alcuna qualifica. Vediamo corsi di ogni tipo e su qualsiasi argomento, alcuni talvolta a limite del ridicolo. Per citare una frase del Sig.  D’Onghia che mi ripeteva sempre e che assolutamente andrebbe fatta presente a molti star Bartender di oggi: ” bisogna ricordarsi che siamo pur sempre dei camerieri”. Con tale frase lui non intendeva denigrare una professione anzi esaltarla perché se ci pensiamo bene anche il più grande mixologist al mondo durante la sua attività lavorativa non si trova che al servizio di altre persone quindi a soddisfare desideri altrui, non gli viene richiesto quindi di alimentare il proprio ego ma al contrario, di servire un drink che allieti l’animo altrui. Quindi sì, è importante studiare, rimanere al passo con i tempi, sapere mixare al meglio gli ingredienti, saper creare delle nuove misture ma è bene ricordarsi che non siamo chiamati a salvare vite o a creare nuovi prototipi di navicelle spaziali quindi si prega di non atteggiarsi a super eroi o salvatori della specie umana.

Ti piace preparare cocktail classici, che hanno fatto la storia? Quale preferisci, eventualmente?

Piacermi è riduttivo. Adoro preparare cocktail classici. Il mio essere Bartender è legato proprio al mondo del classico. Il legame con il passato è per me cosa fondamentale e tema d’ispirazione.

Adoro Martinez e Manhattan che sia dry, perfect o sweet. Daiquiri ma non mi dispiace affatto cimentarmi in un sour che sia pisco o whisky. Mi piace molto preparare sazerac e uno dei più Classici, il Negroni.

Quando prepari un cocktail cosa prediligi per primo, il gusto, la vista, l’olfatto o l’istinto?

Tutti questi aspetti insieme perché nessuno di questi può prescindere dall’altro è mentre prepari un drink che il tuo cervello si attiva e comincia a valutare quale sarà il colore e in linea generale il suo gusto. L’istinto però è fondamentale, per la mia persona almeno. Mi piace fare ricerca rispetto ad alcuni ingredienti particolari o scavare nella storia dello liquore o distillato con cui sono chiamata a giocare ma poi alla fine ciò che conta è la creatività. Certo ti posso dire che colore, profumo, gusto e la bellezza di un drink sono elementi che lavorandoci su si possono migliorare, modificare ma l’istinto quello no o ce l’hai o non lo impari dai manuali però lo puoi sviluppare con l’esperienza.

Credi sia più importante la tecnica o l’estro creativo?

Una giusta dose di entrambi. Chi non ha tecnica non deve abbattersi, si può sempre imparare sul campo. Per quanto riguarda la creatività, ahimè non vi sono manuali che la insegnino quindi ci si affida un po’ a noi stessi, tutti abbiamo una dose di creatività, basta saperla leggere e applicare al nostro lavoro.

La clientela inglese è diversa e in cosa da quella italiana?

Molto diversa. Siamo due popolazioni molto differenti, provenienti da culture opposte e si vede nella quotidianità. Questo non implica un giudizio di valore. Sicuramente noi italiani manteniamo il nostro fare un po’ “caciarone “, mi sia concesso il termine, ma gli inglesi sono anche il popolo che reclama per poter ottenere qualche sconto o un rimborso. Ognuno ha pregi e difetti.

Qual è a tuo avviso il cocktail su cui si misura la bravura di un barman?

In primis un cocktail con pochi ingredienti, meno componenti ci sono e più è facile sbagliare. In secundis, il cocktail che soddisfa le esigenze personali di un cliente. Molto spesso il cliente si siede e non sa cosa bere, e tramite poche domande bisogna captare i suoi gusti e soddisfarlo, chi ci riesce è il barman più bravo. Bisogna capire che il cliente non torna nello stesso posto solo esclusivamente se ha bevuto un buon drink, un cliente valuta l’esperienza nell’insieme, dando molto più valore all’intrattenimento del bartender, al confort e bellezza del locale, che non al drink fine a se stesso. Se l’esperienza è considerata piacevole il cliente darà molto meno importanza al drink che sta sorseggiando.

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Cosa ti piace bere?

Ho un palato maschile. Se parliamo di cocktail, bevo molto secco, bitter e sour. No frutta, e zucchero al minimo. Negroni, Manhattan (rigorosamente dry), Daiquiri, Margarita, tutti i pre dinner a base gin. Di long drink bevo solo gin tonic, odio la vodka. Vino, che sia rosso o bianco, non amo il rosé. Bollicine, Champagne. Distillati, non dico mai di no ad un whisky purché non sia fortemente torbato.

Raccontaci un aneddoto in breve.

È una cosa che non è ancora successa ma è il mio sogno nel cassetto da sempre. Vorrei aprire un’attività tutta mia, sto lavorando per far sì che accada. Il giorno che ci riuscirò sarebbe bello invitare tutti quelli che hanno reso il mio cammino fino a quel giorno speciale, e sono fortunata perché sono molte le persone da mettere in lista. I primi due nomi però saranno quelli di mia madre e mia sorella senza le quali non sarei mai diventata la donna che sono oggi. A loro devo tutto e anche di più, e tutto ciò che finora ho ottenuto e che in futuro riuscirò a ottenere è dedicato a loro.

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Intervista di Sara Favilla a Lucia Montanelli

Tutte le fotografie sono di Lido Vannucchi

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