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La spada nella roccia: L’Hermitage, alle origini dei vini del Rodano

Uno sperone di granito a picco sul Rodano, tre vitigni e una storia più che millenaria.

Invece del Guardiano del Faro

avrebbe potuto solo essere L’Eremita dell’Hermitage, ripercorrendo le gesta del Cavaliere Gaspard de Stérimberg, ritornato ferito e pentito ( nel 1224 ) dalla crociata albigese, quella contro i Catari. La Regina di Francia gli diede il permesso di costruire un piccolo rifugio per recuperare una discreta forma fisica e di lucidare la sua spada. Le Chevalier De Sterimberg si affezionò al luogo, si rimise in pace con il mondo e all’Hermitage rimase, vivendo come eremita su quello spettacolare sperone di roccia che domina il Rodano, alle origini del vino francese. Ripose la spada e si dedicò alla meditazione, alla sommità di uno dei vigneti più antichi e più emozionanti di Francia.

Vineyard of Chapoutier by La Chapelle on the Hill of Hermitage with Tain l'Hermitage and Tournon straddling the RhÙne below. DrÙme, France.

La Chapelle trasmette commozione, ad arrivarci a piedi viene da piangere, specialmente se si decide di salirci in piena estate con il sole in testa. Un vero pellegrinaggio di fatica e sudore, tra i filari ordinati di syrah, roussanne e marsanne. Tre i vitigni, uno il vino. L’ Hermitage: blanc o rouge, con la h o senza. Va bene anche Ermitage, denominazione che vanta pari dignità sia in bianco che in rosso con la curiosa deroga di quel 10/15% di uve bianche che possono entrare nella produzione del rosso dell’Hermitage.

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La cappella in cima fu costruita in onore di San Cristoforo e oggi è di proprietà del domaine negociant e produttore Paul Jaboulet Âiné. La Chapelle è un vino leggendario. L’annata 1961 – di nuovo il ’61 nell’enoteca del Guardiano del Faro- ha un valore di mercato di circa 10.000 euro, che per un vino della Valle del Rodano è una valutazione furibonda. Hermitage La Chapelle, in rosso, mentre al Chevalier de Sterimberg fu dedicato il bianco, meno coinvolgente dal punto di vista qualitativo ma sicuramente il più evocativo della denominazione.

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La fama di questi vini che nascono dalla roccia, dallo spericolato sperone di roccia che beneficia di un micro clima unico, risale ai tempi di Luigi XIII. Poi fu la volta del suo successore, Luigi XIV a farlo conoscere anche in Inghilterra. Nel XIX secolo l’Hermitage arrivò anche in Russia, “importato” dai Romanov.

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Un vino che va gestito, sia in bianco che in rosso, perché le caratteristiche proprie delle uve e il clima tendono a far perdere acidità e freschezza. Qui fa caldo, parecchio. Ok, le correnti d’aria non mancano e gli inverni sono gelidi, ma quando comincia l’estate qui ci si arrostisce. È di poco più a nord l’altra denominazione più famosa della regione, che, appunto, si chiama Cote Roti. Facile imbottigliare un liquido che sa di prugne cotte. La storia insegna che proprio alcuni vini rossi di questa denominazione in altri tempi finivano a Bordeaux per rinforzare i pallidi “claret” di quella denominazione. Vini che venivano definiti “Eremitati”.

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Tain l’Hermitage. Villaggio carino ma insomma, lo giri in un pomeriggio, tra un wine bar e l’altro, con la variabile motivazionale della presenza di una delle aziende più importanti al mondo quando si parla di cioccolato: Valrhona.

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Dall’altra parte del Rodano, oltre il ponte che porta a Tournon; da lì la collocazione geografica si capisce meglio. Le viti crescono sul lato sud-ovest della ripida collina di granito meglio soleggiata nel pomeriggio e possono essere suddivise in una serie di vigneti che hanno un nome proprio, siglando ogni singolo cru. “Les Bessards” a ovest, “L’Hermite e” La Chapelle sulla cima della montagna, e “Bessards”, “Le Méal”, “Les Greffieux” e “Murets” a est.

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Al produttore la scelta, unificare il vino o dedicargli in etichetta anche la definizione di singolo cru. Due grandissimi produttori (per qualità) che si chiamano J.L.Chave e Chapoutier la pensano in maniera opposta e quindi avremo da Chave un unico Hermitage (a parte la confidenziale cuvée Cathelin) e dall’altro i singoli cru in evidenza.

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La produzione di vini rossi è predominante, quelli che sanno di frutti rossi molto maturi, di spezie ( il pepe…) e di sottobosco, mentre i bianchi sono ampi, grassi e ben equilibrati nonostante la palese carenza di acidità. Una silhouette che permette loro di abbinarsi a piatti ricchi e cremosi, come una poularde à la creme, perché si sa, dove non ci arrivi con l’acidità devi compensare con la grassezza e l’alcolicità.

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Diversi e molto importanti anche altri produttori di Hermitage, di qui o d’altrove, proprietari o negozianti, come Guigal o Tardieu-Laurent, ma il focus di oggi è sul Cavaliere di Sterimberg, quindi torniamo da Jaboulet, casa fondata nel 1834. Molti i transiti generazionali, verticali o laterali, con infine il passaggio di consegne al gruppo finanziario Frey che pur occupandosi di urbanizzazioni commerciali possiede circa 100 ettari in Champagne con partecipazione di rilievo in Billecart Salmon e nel bordolese in Chateau La Lagune.

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Tra le iniziative di rilievo della proprietà anche la creazione del Vineum, precedentemente collocato a Chateauneuf-sur-Isére. Questo spazio, acquistato nel 1992 da Paul Jaboulet Elder, è una cava di pietra che risale all’antichità, poiché fu sfruttata dal -121 dai Romani. Situato a Châteauneuf-sur-Isère, copre diciassette ettari e fu attivo fino al 1886. Queste gallerie sotterranee, scavate nella molassa, furono utilizzate per la coltivazione di champignon fino dagli anni ’30 fino al 1992. Fu in quel periodo che furono acquistate dal domaine Paul Jaboulet Aîné per immagazzinare e far “crescere” i loro vini in perfette condizioni di temperatura e molta umidità. Dopo i lavori necessari, il Vineum è stato in grado di accogliere 1.200 barili nel 2001. Dal 2006, un negozio e un’area di degustazione è stato aperto al pubblico. Oggi invece è tutto disponibile in centro a Tain L’Hermitage, dove il Vineum è diventato un moderno wine bar con cucina, dove bere i vini della maison alla salute dell’anima del Cavaliere di Sterimberg.

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Subendo sicuramente il fascino del Cavaliere, al comando delle operazioni, alla conduzione del domaine Jaboulet oggi c’è una bella ragazza che si chiama Caroline Frey, enologa e proprietaria di questo pezzo di storia dei vini più evocativi del nord della Valle del Rodano.

Autore: Roberto Mostini aka Il Guardiano Del Faro

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